Società proletaria e Bosco Verticale

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Società proletaria e Bosco Verticale
Società proletaria e Bosco Verticale
Il processo di favelizzazione e le due destre
Là dove la Lingua è paralizzata, più spesso sono le azioni a parlare, a esprimersi attraverso il linguaggio della violenza, in quanto manca il pensiero, la capacità – che si struttura nella prima infanzia, ma non sempre, e nei casi più gravi si assiste a una evoluzione in psicopatia – di dilazionare gli impulsi, soprattutto quelli distruttivi. Gratificare una pulsione, tramite l’azione mediatrice di un Io vigile e integro, ha un significato che può assumere un valore di civiltà, mentre soddisfare un bisogno tout-court, scaricare una tensione, non sempre porta allo stesso risultato. Siamo infatti di fronte a una struttura sociale a forbice, verticalistica – l’orizzontalità è una mera diceria politicamente corretta buona ad ammansire le masse popolari, e lo dimostra l’assalto ai Talent televisivi, all’unico scopo ambizioso e disperato di risalire la china delle caste sociali – che genera frustrazione di ogni bisogno, e una conseguente competizione sempre più sfrenata, con esiti che vanno dall’aggressività, alla violenza conclamata. Viviamo in una organizzazione sociale – e mediatica – che favorisce aggressività e violenza, ma pochi lo ammettono, nessuno lo dice, tutti dicono che l’orizzontalità introdotta dalla Rete ci avrebbe resi tutti più democratici, partecipi, eguali, empatici, colorati. Balle. Siamo tutti più esclusi, bisognosi, affamati e aggressivi.
La politica delle torri, dei vari Bosco Verticale, sta favelizzando il resto della città, generando divario a forbice, rabbia crescente, paranoia e reazioni populiste. Gli ideologi che favoriscono e pianificano questi progetti, stanno indirettamente fomentando la rabbia sociale, disgregando il tessuto sociale, prima psichicamente, poi concretamente, stanno regalando voti alle destre (o al partito del non voto, come è avvenuto alle elezioni amministrative dell’ottobre 2021 e alle politiche del 2022).
A view on a heavy smoke from a 15-storey building fire in via Antonini, in the southern suburbs of Milan, Italy, 29 August 2021.
ANSA/PAOLO SALMOIRAGO

Il rogo della Torre dei Moro di via Antonini a Milano (29 agosto 2021), impone una riflessione urbanistica, su quella che sta diventando una sorta di ideologia delle torri. La causa del rogo (allo stato delle indagini mentre si scrive, 12 settembre 2021) è probabilmente imputabile al rivestimento esterno, applicato a solo scopo estetico; torri e rivestimenti alla moda fanno sorgere un interrogativo sull’immaginario a cui risponde oggi il canone estetico di Milano. Milano è ancora il simbolo di quella concretezza e di quel pragmatismo che resistettero sino alla chiusura delle grandi fabbriche alla metà degli anni’90, o non è diventata piuttosto simbolo del superfluo, dell’effimero, di ciò che è destinato a non rimanere, magari ad essere distrutto da uno di questi falò delle vanità? La struttura costava al metro quadro tra i 5 e gli 8 mila euro, un prezzo pazzesco per un edificio che sorgeva in estrema periferia. E’ possibile che un appartamento all’interno di un grattacielo edificato nel nulla, arrivi a costare queste cifre? Che tipo di città si genera con questo tipo di interventi?

Nella città che non sa conservare e conservarsi, nella quale tutto è destinato a trascorrere con la brevità di uno sketch pubblicitario, che ne sarà del tradizionale passaggio di consegna fra vecchi e giovani, all’ombra del salice piangente? Che ne sarà di questi vecchi alberi e di questi vecchi simboli? Che ne sarà proprio dei simboli, come ponte tra due significati, in un territorio solamente invaso dai segni, dai graffiti, dai turpiloqui e dagli scarabocchi?

 

Il processo di favelizzazione e le due destre

L’ideologia delle torri, nata prima della pandemia coronavirus, sembra essere in linea e confacente con l’impatto sociale della pandemia nella realtà urbana. Si pensi alla velocità della diffusione del virus e del contagio (Giovanni Maria Flick – Elogio della città?), e alla necessità di evitare il contatto umano con l’interlocutore (ragione primaria dell’incontro nella città), e di sostituirlo con quello digitale, da remoto, e si pensi al modo di vivere nelle torri: Si arriva a casa in macchina, si posteggia nel box sotterraneo e si prende l’ascensore fino all’appartamento. Non c’è incontro e relazione. Il concetto è quello di vivere la torre e non il quartiere o la città (Christian Novak, docente del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano).

Se è vero che la città è un organismo complesso, multifunzionale, che offre Servizi materiali e immateriali, in essa albergano elementi di ulteriore complessità quali la conflittualità di relazioni e i conseguenti diritti inviolabili e doveri di solidarietà necessari allo svolgimento della personalità dei suoi abitanti (Giovanni Maria Flick – Elogio della città?). Troppo spesso vi si assiste a un duro conflitto tra l’aspirazione alla convivenza, e quella al profitto, nelle città e megalopoli della globalizzazione.

La nostra vita è fatta di tanti allontanamenti, e tanti ritorni o approdi. In questo dinamismo risiede lo sviluppo della personalità e dell’emotività delle persone. Se però è mancata sin dai primi anni una base sicura, gli approdi successivi saranno perigliosi e spesso si risolveranno in veri e propri naufragi, nell’abito di psicosi, disturbi di dipendenza, crimine. Non viviamo più in un clima sociale e politico-economico che possa favorire la creazione di una base sicura per molti bambini. Le generazioni future saranno purtroppo affette da molti mali. Saranno preda della spersonalizzazione e della massificazione, saranno i nuovi senza padri che contribuiranno a rendere sempre più caotiche e inospitali le nostre metropoli. Il processo di favelizzazione delle nostre città è inarrestabile, giocoforza un’economia sempre più rapace e impoverente.

Quanto detto lo si potrebbe considerare in linea con la teoria delle tre società, a partire dall’assunto storico di Asor Rosa sulle Due Società: la società garantita, la società del rischio, la società degli esclusi. Partendo dal paradigma dualistico insiders/outsiders (Alberto Asor Rosa – Le due società), per la lettura degli attuali problemi del sistema socio economico italiano, siamo ormai costretti ad aggiornare la vecchia teoria duale, e ad ammettere una tripartizione fra gli inamovibili, i produttori in regime di concorrenza e gli esclusi che restano fuori dal tessuto produttivo.

Alberto Asor Rosa, nel 1977, fu il primo a parlare di un’Italia divisa al suo interno da due società che si contrapponevano, o meglio, si scontravano. Lo faceva dalle colonne dell’Unità, reagendo all’episodio dell’assalto, da parte del movimento studentesco e dei circoli proletari giovanili, al palco da cui Luciano Lama, segretario generale della Cgil, tentava di tenere un comizio.

Le analogie con l’attacco da parte dei neofascisti alla sede nazionale della Cgil a Roma (9 ottobre 2021), in pieno clima preelettorale, fanno pensare che qualcosa si stia ripetendo. «Fu in quella circostanza che la Sinistra prese coscienza, in tutta la sua drammaticità, della frattura che si era creata fra il mondo dei produttori, difesi e garantiti dal sindacato e dal Partito Comunista, e il variegato mondo degli esclusi, “fatto di emarginazione, disoccupazione, disoccupazione giovanile, disgregazione” (Asor Rosa) (il mondo che, secondo Revelli ne Le due destre, avrebbe poi alimentato il bacino sociale del malcontento rappresentato dalla Sinistra Sociale, sopravvissuta alla destrizzazione della Sinistra storica – PCI poi divenuto Pds) privo di rappresentanza, sostanzialmente estraneo al mondo del lavoro, talora per necessità, spesso per scelta (sono gli anni del “rifiuto del lavoro”, dell’allergia al “posto fisso”, del primato dei “bisogni” più o meno proletari, come documenta una sterminata letteratura sociologica sulla condizione giovanile)» (Luca Ricolfi, Biennale Democrazia – Teatro Carignano di Torino, 26 marzo 2015).

In quegli anni si stava profilando un prossimo sfaldamento e collasso della Sinistra, che Marco Revelli (Le due destre) descrive come un volgersi della Sinistra nella direzione di una tecnocrazia allineata con la grande industria del Nord (Fiat in testa) grand commis del declinante capitale pubblico, Mediobanca, i salotti buoni del capitalismo italiano (Marco Revelli, Le due destre), sullo sfondo di un mondo del lavoro in ritirata, ma ancora in grado, nelle sue espressioni radicali, di generare sussulti (Sinistra Sociale, come la definisce Marco Revelli, in contrapposizione con la Sinistra Tecnocratica, o Seconda Destra). La Sinistra, così come la Prima Repubblica, erano corrose internamente e stavano collassando senza tanti clamori, se si esclude quello mediatico, grazie al carattere mediocre di quel momento storico, perfettamente adeguato alla mediocrità del ceto politico del tempo, e di quello che si candidava a sostituirlo.

Viviamo nella metafora di città vecchie, accidiose, rancorose e inospitali. Città dove i sorrisi sono solo sui cartelloni pubblicitari, in messaggi del tutto disancorati dalla rabbia comune, dal comune e disperato sentire. Guardiamo dunque con nostalgia alla giovinezza della nostra città, che coincide con la nostra stessa giovinezza, epoca di speranze e fiori ancora non sbocciati. Ci ammaliamo di nostalgia, in queste nostre città erette nel sospetto dell’altro, nel rancore e nell’indifferenza. Ci rifugiamo, a seconda del credo politico, nei centri sociali o nelle discoteche, per trovare un ponte tra noi e il mondo, per il desiderio di un incontro felice, ma quei fiori non sbocciati, ormai lo sono e si sono anche da tempo seccati. La rabbia che circola nelle metropoli è spesso fomentata dall’ignoranza, dall’incultura, dalla presunzione. Pestare a sangue una persona perché passa prima di te al cesso di una discoteca, come nel caso qui riportato, descrive uno scenario in completo disfacimento:

Roma, lite per la fila al bagno in discoteca: 30enne massacrata di botte da due donne, è in coma. Le due donne che hanno compiuto l’aggressione sono state arrestate e portate in carcere con l’accusa di tentato omicidio. Ai poliziotti, completamente ubriache, hanno detto che la vittima voleva superarle nella fila per il bagno. La 30enne è stata presa a calci e pugni e colpita con i tacchi a spillo (https://www.fanpage.it/roma/roma-lite-per-la-fila-al-bagno-in-discoteca-30enne-massacrata-di-botte-da-due-donne-e-in-coma/) (5 ottobre 2021).

Nella vana ricerca di luoghi di appartenenza e relazioni autentiche, troviamo solo dei Non Luoghi in cui intessere delle non relazioni. Ci rimpinziamo di rapporti frugali e di contatti sino ad esaurire la memoria della SIM, ma nel nostro cuore alberga il vuoto, se non quella nostalgia o saudade che faceva ammalare i soldati svizzeri.

I suoi primi studiosi – Zwinger e Tissot – la consideravano malattia propria del servizio militare. Sorse il sospetto, che presto fu rimosso, del servizio militare come malattia, e quando il sospetto, con Tissot, giunse quasi a pubblico dominio, fu delimitato solo al servizio militare mercenario (Antonio Prete – Nostalgia). Cioè, al servizio militare privo di un’ideale compensazione al sacrificio, spossessato da una causa davvero condivisa (Antonio Prete – Nostalgia). E’ qui evidente che la mancanza di condivisione, genera a tutti i livelli malinconia se non patologia. Che le patologie delle città contemporanee, sono massimamente riconducibili alla loro natura di Non Luogo.

Ma vi è, in questo sentimento umano, anche la traccia di un altro sentimento, ancora una volta, il sentimento della minaccia, del male, in quanto la nostalgia, secondo Freud, appartiene al Perturbanteil ritorno di immagini familiari, ma sull’onda di voci estranee e in luoghi e tempi estranei – il ritorno del proprio e del noto nello straniero e nell’ignoto (Antonio Prete – Nostalgia).

©, 2022

La grande truffa dell’economia green

 

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