L’Alienazione dell’Arte Il Conformismo Sociale e Politico nella Distopia Contemporanea
In che solitudine vivevano ormai artisti e intellettuali, si dicevano quella sera i tre amici davanti alla loro modesta cena. Ognuno pensava ormai solo al proprio orticello, al proprio meschino interesse, senza più un minimo di condivisione di idee e progetti. Oggi l’artista è l’individuo più conformista che ci sia nella società. Il sistema del mainstream è quello delle notizie che si ripetono sempre uguali a se stesse, alimentando dibattiti che avvengono solo su argomenti marginali, ed è l’apparato di promozione artistico per quegli artisti che si dichiarano allineati al pensiero dominante, sempre presenti anche nei talent show, nelle trasmissioni musicali, nelle pagine di spettacolo su riviste e quotidiani, le cui porte si aprono e chiudono non solo in base al talento degli artisti, ma in base al loro allineamento al pensiero dominante. E’ sotto gli occhi di tutti, come anche l’Arte oggi sia prona, asservita al Potere. Le logiche editoriali sono pervase dallo psicoterrorismo di editor e agenti che plasmano la stessa coscienza critica degli scrittori, costretti a sottomettersi a politiche di mercato che spengono in loro ogni luce creativa, in nome di una produzione in serie senza più alcun slancio né ideologico né estetico, la letteratura di cassetta prevede una prolificità e una capacità esecutiva autorali simili a quella di un incosciente lavoratore a stipendio fisso presso una qualsiasi industria produttiva occidentale. Leggere un libro è come leggerli tutti, ascoltare una canzone, è come ascoltarle tutte, vedere un dipinto è come vederli tutti. Con la massificazione dei prodotti culturali, stiamo assistendo a una sempre più diffusa omologazione degli stili e soprattutto dei contenuti. L’ultimo attacco alla libertà d’espressione, il Potere lo ha sferrato proprio nella testa degli artisti. Di coloro i quali, Fabrizio De André diceva: “l’artista è un anticorpo che la società si crea contro il potere, se si integrano gli artisti ce l’abbiamo nel culo!”
«Eppure è proprio grazie a cantanti come lui – disse amareggiato Daniele – che assistiamo a questa deriva di pseudo impegno sociale omologante fra gli artisti di oggi.»
«Il progressismo chic ha fatto e continua a fare danni irreparabili alla cultura.»
«Anche con le migliori intenzioni, come nel caso di De André.»
«A volte, chi apre la strada in una certa direzione, non può sapere che strada prenderanno i suoi adepti, i successori del suo pensiero, spesso in maniera irresponsabile, generando un nuovo conformismo.»
«Oggi fanno del sociale, ma non hanno un millesimo della qualità artistica di De André. Alla conferenza stampa di Sanremo i cantanti si dichiarano antifascisti, un antifascismo in assenza di fascismo che vale come citazione o didascalia, non ha alcun senso né valore politico, serve a rendersi simpatici al pubblico, niente altro, a un certo pubblico, non c’è alcuna elaborazione intellettuale, diverso era l’antifascismo di Gramsci, l’ha pagato caramente sulla sua pelle, allora i fascisti c’erano e menavano veramente, non ti sembra facile prendersela con un nemico che non esiste?»
«L’interiore senza politico è intimismo spicciolo. Il politico senza interiore è alienazione nel sociale. Ci troviamo su un terreno artistico arido, privo di idee. Fa caso ai telegiornali, quando intervistano l’organizzatore di un evento. Immancabilmente, nel discorso, tutti pronunciano le due parole magiche, inclusivo e sostenibile. Ho il sospetto che siano obbligati a dirle pubblicamente, pena licenziamento. Queste due parole, infilate nel discorso, agiscono sugli algoritmi di ricerca, come meta tag, come keywords, sono parole chiave che attestano la moralità, la correttezza politica di un evento, di un prodotto, di una mostra, proprio come la dichiarazione di antifascismo a Sanremo, semplici automatismi linguistici che garantiscono l’approvazione. Non costano nulla, nessun impegno, nessun rischio.»
«Ben detto. Oggi sono una massa di alienati nel sociale. Che cantano Bella Ciao senza nemmeno saperne il significato. Moda, anche quella bellissima canzone è diventato un brand di una politica di mercato antifascista, ma sempre di mercato, un brand che smuove denaro, dietro il quale le idee si sono irrimediabilmente smarrite. Una scusa per stampare magliette e borse con la bandiera arcobaleno, la Falce e Martello nemmeno più nessuno se la ricorda, è un concetto troppo impegnativo, oltranzista, che implica scelte troppo drastiche, scomode, che allontanano troppo dalle certezze borghesi di questi finti comunisti. Implica una certa rinuncia alle comodità e ai lussi acquisiti. E per mantenerli, si inventano un antifascismo di facciata che mantiene in essere il mercato del lusso.»
«Questa riflessione distopica sottolinea un fenomeno interessante e al contempo preoccupante nell’ambito sociale e politico contemporaneo. L’analisi critica si concentra sull’alienazione sociale e sull’uso distorto di simboli e ideali politici a fini commerciali. La massa, apparentemente impegnata e solidale, è alienata, in quanto partecipa a movimenti e adotta simboli senza comprenderne appieno il significato o senza tradurre la solidarietà in azione concreta. Bella Ciao, una canzone con un profondo significato storico legato alla resistenza partigiana, diventa qui un esempio emblematico di come la cultura di massa e il mercato possano svuotare di significato anche simboli di resistenza e ribellione, trasformandoli in meri oggetti di consumo. La politica stessa diventa un brand, una mera facciata che maschera una realtà distorta di interessi economici e di potere. Ciò si estende anche alla superficialità dei movimenti politici contemporanei, che abbracciano simboli senza comprendere la loro importanza storica o ideologica. Il riferimento alla Falce e Martello, simbolo del comunismo, diventa qui emblematico della perdita di identità e di ideali all’interno di un contesto politico che preferisce adottare posizioni moderate per non disturbare il confort delle classi privilegiate. In questo scenario, l’antifascismo stesso diventa un pretesto per perpetuare lo status quo, mantenendo in vita il mercato del lusso e le disuguaglianze sociali. L’antifascismo diventa un’etichetta comoda da apporre su prodotti di consumo per attirare un pubblico che vuole sentirsi moralmente giusto senza dover necessariamente compiere azioni significative per il cambiamento sociale. In definitiva, questa riflessione mette in luce una società in cui la politica, la cultura e la resistenza diventano merce di scambio, riducendo la partecipazione civica e il senso di appartenenza a meri gesti di consumo. È un quadro distopico che invita a riflettere sul vero significato dell’impegno politico e sociale di oggi, e sulle conseguenze di una società che preferisce la comodità all’azione, la superficialità alla conoscenza, e il profitto al bene comune.»
«L’hai espresso bene e nel dettaglio. Non c’è altro da dire.»
«Ragazzi, vi va un dolce?», fa tutta eccitata Anna.

Paolo la guarda interrogativo, sapendo di non aver potuto comprare la torta da Maria, il cui negozio aveva chiuso per sempre quella sera, falcidiato dalla crisi. Vedendolo con quella espressione interrogativa, Anna gli annunciò di aver preparato a sua insaputa una torta al cioccolato col pane raffermo.

«Moglie cara, ma sei un amore!»
«Davvero!», chiosa Daniele.

Si misero a mangiare la torta, e continuarono a discutere con passione.

Daniele: «Infantilismo, passività e pigrizia mentale sono una fondamentale amalgama di deficit psichici sui quali i governi confidano per garantirsi la sottomissione acritica, l’acquiescenza, la compliance, in assenza di una reale democrazia che garantisca i diritti dei cittadini.»

Dall’infantilismo passarono a discutere delle logiche dei gruppi massificati, e ne emerse che il bisogno di appartenere a un gruppo, o sciame urbano, è un altro fattore di acquiescenza, di imitazione infantile e di obbedienza, che porta a comportamenti livellati, e a esasperare il clima di uniformità che si respira oggi.

Paolo: «Per ottenere la compliance, ogni establishment usa i mezzi in suo potere, illudendo, persuadendo, intimidendo e condizionando. Il risultato più eccellente per un governo è ottenere ottemperanza, obbedienza, conformazione da parte della gente in maniera volontaria, attraverso la manipolazione e lo stretto controllo sull’informazione.»

Daniele: «La produzione del consenso, si garantisce grazie alla produzione di notizie ad hoc. Al giorno d’oggi, il sistema di potere e controllo si avvale della rete, anche per monitorare la compliance. Le persone atomizzate sono disposte a pagare questo prezzo, pur di avere assicurata la pia illusione di non restare sole, isolate. Magari comprandosi un determinato paio di scarpe, che attesta la loro appartenenza a un determinato, effimero gruppo, sciame o tribù metropolitana, generati dalle mode, e destinati a dissolversi in altri gruppi, altre mode, il mese dopo, necessitando di altri oggetti d’appartenenza, altre scarpe, altri telefonini, altri accessori.»

Paolo: «Il tema del controllo è legato a quello del conformismo. Il conformismo odierno è una vera e propria emergenza culturale, che sta portando verso un clima di repressione e censura, diffuso in tutti gli ambienti culturali, e reso possibile dai moderni strumenti tecnologici atti a condizionare l’opinione pubblica.»

A questo punto Paolo si alza, e va a recuperare un libro da uno scaffale. Torna col libro aperto, e cita, leggendo: «”ci sarà in una delle prossime generazioni un metodo farmacologico per far amare alle persone la loro condizione di servi e quindi produrre dittature, come dire, senza lacrime; una sorta di campo di concentramento indolore per intere società in cui le persone saranno private di fatto delle loro libertà, ma ne saranno piuttosto felici”.» [1]

«So chi l’ha scritto, ce l’ho sulla punta della lingua», proruppe Daniele.
«Sì, ecco, Huxley!»
«Esatto», lo conferma Paolo, andando a riporre il libro.
«E dunque? Mi sembra che ci siamo.»
«Sì, ci sono riusciti in pieno. Oggi si vive esattamente in quella situazione profetizzata da Huxley. Possiamo dire che l’agente farmacologico siano lo shopping, una finta libertà, il culto dello svago generalizzato.»
«E la droga legalizzata e il sesso promiscuo.»
«Esattamente…»
«La gente ha tutto per sentirsi felice e non rivendicare più niente.»
«E sui diritti umani, cosa mi dici?»
«Il potere in una società distopica tende a manipolare il concetto di diritti umani per perpetuare il proprio controllo e mantenere lo status quo, limitando le libertà individuali e promuovendo una visione distorta dei diritti umani che serve ai suoi interessi di dominio e controllo. In un mondo in cui il potere è concentrato nelle mani di pochi, i diritti umani sono stati ridotti a mere formalità, una maschera dietro cui si nasconde un’oppressione sempre più diffusa e subdola. Le istituzioni che dovrebbero proteggere tali diritti sono diventate meri strumenti di controllo, manipolate dalle élites [2] per mantenere il loro dominio inalterato. Il linguaggio stesso dei diritti umani è stato distorto e svuotato di significato, trasformato in un’arma nelle mani di coloro che detengono il potere. Le masse, assuefatte alla loro condizione di sudditanza, accettano passivamente questa realtà distorta.»
Intanto la televisione trasmetteva il telegiornale. Tra le notizie in coda, con cui Rai 1 finiva sempre in bellezza dando spazio al nulla, una intervista alla cantante Melody.
…mostrare il corpo nudo è un simbolo di lotta… di libertà, diceva con aria grave, essendosi auto proclamata rivoluzionaria, malgrado guadagnasse, tra le altre cose, pubblicizzando una compagnia telefonica.
«Senti questa qui, non fa ridere?», disse Daniele.
«Più che ridere – disse Paolo – a me personaggi simili fanno paura.»
In una società distopica, la televisione diventa uno strumento di manipolazione e distrazione di massa. Mentre il telegiornale trasmetteva le solite notizie superficiali e insignificanti, un’intera intervista veniva dedicata alla cantante Melody, auto-proclamatasi portatrice di rivoluzione e libertà, nonostante fosse palesemente legata al mondo del consumismo e della pubblicità.
La dichiarazione della cantante sul mostrare il corpo nudo come simbolo di lotta e libertà suscitava reazioni di scetticismo e disillusione. Daniele non poteva far altro che esprimere il suo cinismo di fronte alla situazione, evidenziando quanto fosse ridicolo e ipocrita il comportamento di personaggi come Melody. Paolo, al contrario, andava oltre il semplice cinismo: provava paura di vivere in un mondo in cui i valori fondamentali come la lotta per la libertà erano distorti e strumentalizzati per fini commerciali.
In una società in cui il significato della lotta per la libertà è svilito e strumentalizzato per scopi di marketing e di profitto, emerge una sensazione di alienazione e smarrimento. Il controllo e la manipolazione delle masse attraverso la cultura pop e i media diventano sempre più evidenti, alimentando un senso di impotenza e disillusione nei confronti del sistema dominante.
La conversazione tra Daniele e Paolo riflette la profonda disillusione e la sensazione di inquietudine che pervade una società distopica, in cui le parole di rivoluzione e libertà vengono svuotate del loro significato, trasformate in mere scuse per perpetuare lo status quo e mantenere il potere nelle mani di pochi privilegiati.
«Stiamo subendo processi distruttivi, quelli come noi sono le vittime di un sistema basato sul nulla. Quelli come la cantante, invece, ci galleggiano sopra e sopravvivono alla grande, per questo mi fanno paura», disse Paolo.
Coloro che cercano un significato autentico e genuino si trovano in una posizione vulnerabile e oppressa. Il sistema, basato sul vuoto dei valori e sulla manipolazione delle masse, trae beneficio da un’atmosfera di disorientamento e alienazione, sfruttando le debolezze umane per mantenere il proprio potere.
Daniele, invece, commentò così: «In questo contesto, personaggi come la cantante Melody rappresentano un simbolo di sopravvivenza e successo nel vuoto culturale e morale in cui ci troviamo immersi. Utilizzando la propria immagine e la propria narrazione come strumenti di autopromozione e di adattamento al sistema, riescono a galleggiare sulla superficie della società distopica, sfruttando le stesse dinamiche che opprimono coloro che cercano autenticità e significato.»
La paura di Paolo non deriva solo dalla presenza di tali figure, ma anche dalla consapevolezza del loro potere nell’influenzare e plasmare le menti delle masse, perpetuando così lo stato di alienazione e smarrimento. La loro capacità di prosperare nel vuoto morale del sistema mette in luce le disuguaglianze e le ingiustizie intrinseche alla società distopica, alimentando un senso di impotenza e disperazione tra coloro che desiderano un cambiamento autentico e una connessione più profonda con la realtà umana.
«Credo – disse Paolo – che molti di quelli che si adattano ad una vita basata sul nulla, priva di ogni vera direzione e significato, aiutandosi con anestetici e droghe e sesso sfrenato, sono dei rivoluzionari surrogati e perduti, che fanno ancora uso delle sopravviventi forme dell’esistenza e della sicurezza borghesi, non riuscendo a sentire in pieno, e viva in loro, la crisi, e non sapendole dare un nome e un volto. Sono anime perse, allo sbando, che non riescono a trovare la propria strada. Dovremmo avere più pietà per loro, solo molta pietà.»
«Io ci vedo la malafede, una malafede profonda, invece.»
«In che misura il negativo, mi chiedo, può essere trasformato in positivo, in che misura possiamo accettare la nostra condizione, di uomini anti moderni che procedono senza appoggi e senza radici?»
Paolo suggerisce che dovremmo avere pietà per queste anime smarrite, che lottano per trovare la propria strada in un mondo disorientato e alienante. Daniele, invece, vede la situazione in modo diverso, interpretando il comportamento di coloro che si adattano al vuoto della società come una forma di malafede profonda. Questa prospettiva suggerisce una consapevolezza della manipolazione e della corruzione intrinseche al sistema, con coloro che si adattano non come vittime, ma come complici consapevoli della vacuità della loro esistenza. La domanda sul trasformare il negativo in positivo e sull’accettazione della propria condizione senza radici rappresenta un dilemma esistenziale fondamentale. Paolo si chiede se sia possibile trovare un senso di positività e autenticità nonostante le circostanze avverse, mentre Daniele sembra mettere in discussione la possibilità stessa di trovare un equilibrio o una risposta soddisfacente in un mondo distorto e alienante.
In definitiva, la conversazione solleva questioni cruciali sulla natura umana, sulla ricerca di significato e autenticità in un mondo privo di direzione e identità, evidenziando la complessità e le sfide della vita in una società distopica.
Che stessero in qualche modo superando una prova, di cui si dovevano mostrare all’altezza? Dovevano affrontare i problemi dell’uomo moderno, pur non essendo uomini moderni. La loro era una dimensione esistenziale diversa. Nel loro caso, già disponendo di una base, si trattava del bisogno di cercare una via per una propria espressione e conferma pur nelle distruzioni che vi erano in atto. Lo si sarebbe detto un nichilismo positivo, o il passaggio allo stadio post-nichilistico.
Coloro che professavano la libertà, erano liberi da che cosa? Così si interrogava Zarathustra. Liberi per fare che cosa? E Zarathustra avverte che sarà terribile l’esser soli, senza legge alcuna al di sopra di sé con la propria libertà in uno spazio deserto e in un’aria ghiaccia, giudice e vindice della propria norma. Per chi solo servendo poteva acquistare un valore, per chi nei vincoli aveva non qualcosa che lo paralizzava, ma qualcosa che lo sosteneva, la solitudine apparirà come una maledizione, il coraggio verrà meno, l’orgoglio iniziale si piegherà. Vi sono dei sentimenti – continua Zarathustra – che allora assalgono l’uomo libero e che non mancheranno di ucciderlo qualora non sia lui ad ucciderli. In termini precisi, da un punto di vista superiore, qui è dato il fondo essenziale della miseria dell’uomo moderno. [3]
In compagnia il tempo era passato velocemente. Dopo la torta erano giunti al caffè. Si guardavano in faccia con aria perplessa e sconsolata per quello che si erano appena detti. Anna cercava di riportare la conversazione su temi più semplici. Intanto si era messa a sparecchiare e a posare le tazzine sul tavolo.
«A sentirvi parlare sembrate due rivoluzionari degli anni settanta…», disse, scrutando la caffettiera che aveva preso a gorgogliare.
Daniele le rispose: «Quegli anni sono passati per sempre. Ne abbiamo tutti una grande nostalgia, anche se eravamo solo dei bambini. Ma qualcosa di quel clima culturale ci arrivava comunque.»
«E’ vero», disse Paolo. «Anche a scuola c’era un che di impegnato, dico socialmente. Lo si percepiva.»
Anna: «Oggi c’è la scuola parentale.»
Daniele: «Ovvero, una fuga dallo Stato di famiglie privilegiate, una sorta di società parallela. Già… non si va più a scuola, ma alla scuola parentale, a manifestare per un cambiamento climatico fatto da noi… tutto questo fa capo al grande reset, non più geografia storia dell’arte non più memoria ma omologare frantumare dividere spaccare … stiamo passando da un fascismo all’altro… da un fascismo nero a un fascismo arcobaleno…»
Guai a dire in giro certe cose. Poteva costare caro. A un intellettuale, poteva costare la censura. Il ritiro di tutte le copie dei suoi libri. A un pittore, poteva costare essere escluso da tutte le gallerie. A un cantante, non cantare più.
«Mi sa che i nuovi fascisti oggi sono proprio i cosiddetti antifascisti. Usano le stesse tecniche di gruppo massificato e compatto nell’attaccare e demolire l’avversario, la stessa violenza iconoclasta e censoria, la stessa arroganza, lo stesso squadrismo. Ma mi chiedo, noi, noi tre, da che parte stiamo?»
«Nessuno, attualmente, ci rappresenta politicamente, e nemmeno culturalmente.»
«E allora, che fare?»
«Credo che si debba solo aspettare. Cavalcare la tigre.»
Nel ventre corrosivo della nostra epoca distorta, i miti onnipresenti promossi dalla macchina pro-globalista si ergono come spettri sbiaditi di un mondo diviso, un abisso sempre più profondo tra i privilegiati e i dimenticati della Nostra Società. La retorica ipocrita dei detentori del potere, mascherata da cosmopolitismo obbligato, non può più nascondere la frattura dilaniante che separa le alte sfere dalle profondità dell’esistenza quotidiana, dove ogni giorno si consuma il sacrificio dei diritti, degli spazi democratici e delle speranze di emancipazione.
I miti pro-global della classe dominante, questa élite pseudo-intellettuale, riflettono l’ideologia di coloro che detengono il potere nelle istituzioni educative e nei mezzi d’informazione. È un’élite che prospera nelle nuove forme di dominio economico e sociale introdotte dalla globalizzazione.
Sono i cosmopoliti, esseri senza radici che fluttuano senza meta, divoratori di cultura che aspirano a una cittadinanza planetaria, avvantaggiati dall’appartenenza a reti internazionali di informazione, intrattenimento, istruzione, moda, ricerca scientifica e finanza. Questa élite colta e agiata si riveste dei colori dell’arcobaleno e dei diritti civili, mascherando la propria dominanza sotto il velo dell’inclusività.
I radical chic.
Essi si illudono di essere ribelli, ma in realtà si adagiano sul carro dei vincitori, combattendo battaglie già concluse, pur credendosi anticonformisti. La vera paura dei radical chic non è la sofferenza delle masse oppresse, ma l’idea di non appartenere al branco che bela all’unisono, che si compatta per formare una maggioranza vocale.
Le loro battaglie sociali sono combattute a distanza di sicurezza, dall’alto delle loro dimore protette, lontane dalle periferie dove infuria una guerra silenziosa tra poveri, tra immigrati e indigeni dimenticati dalla politica.
I valori dei radical chic sono diluiti, riflessi di una cultura senza radici né patria, manifestati nell’assenza di una personalità definita, nell’ambiguità liquida della loro coscienza, intrisi di finanza europeismo universalismo, elementi che rimandano a una sorta di evanescenza morale, di minimalismo coscienziale. Politicamente si dichiarano di sinistra, ma votano per il Partito Democratico nel 99,9% dei casi. Vivono una vita slow, abbracciano il bio e il vegano, viaggiano senza fretta, vestono leggono scrivono in maniera ricercata, sono sempre connessi con il mondo esterno, ma disconnessi da se stessi, sempre in movimento ma sempre lontani dal centro del loro Essere. Il loro secondo mestiere è immortalare i loro viaggi su Twitter e Instagram, un’esibizione pubblica della loro moralità esteriore.
Note:
1: discorso tenuto nel 1961 alla California Medical School di San Francisco.
2: Elly Schlein segretaria del Pd. Incarna al meglio la nuova sinistra fucsia e radical-chic, nemica della classe media lavoratrice, nemica della classe operaia, nemica delle famiglie. La sua agenda è quella di Sanremo: gender fluid, filo UE NATO e guerra, trans-femminista e gretina, contro le auto e le prime case. Un ottimo ‘prodotto’ delle élites liberiste e mondialiste. (Marco Rizzo).
3: Julius Evola – Cavalcare la tigre (con un saggio introduttivo di Stefano Zecchi) – Mediterranee, 2012.

 

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