AUGUSTO SCIACCA – Innocenza e pietas – Gustavo Pietropolli Charmet

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AUGUSTO SCIACCA

“Innocenza e pietas”

Museo della Permanente – via Turati, 34 – Milano

2 maggio-2 giugno 2006

considerazioni di Gustavo Pietropolli Charmet

L’impatto immediato con le tele di Augusto Sciacca lascia nell’animo una sensazione precisa: la violenza, il sangue che ne scaturisce, la prevaricazione dell’uomo sull’uomo, sono i grandi sensi di colpa che ci portiamo dentro, tutti, nessuno escluso.

Perché la violenza è insita nell’Uomo, e solo chi è-in-grado di sublimarla (di farle prendere vie meno dirette, non eterodirette o autodirette), ma non di debellarla, può dirsene meno coinvolto, a differenza di chi, per scarsità di mezzi psicointellettuali, ambientali, economici, è più portato, o costretto, ad esprimerla nei fatti.

 

La mostra si è aperta con una magistrale introduzione di Gustavo Pietropolli Charmet, che tenta una disamina sulla genesi della violenza nel genere umano, senza trovare – presuntuosamente – risposte o soluzioni, ma aprendo illuministicamente molti interrogativi.

Il celebre psicoanalista e psichiatra si dichiara molto preoccupato – a nome anche della Comunità scientifica – per la gestione della violenza nel pianeta e nel nostro Paese. La violenza – umana – farebbe parte della motivazione profonda, istintuale, geneticamente determinata quale pulsione, o quale conseguenza di modelli educativi?

La seconda ipotesi aprirebbe la strada a vie quali “l’educazione alla pace”; vi sarebbe, nella prima, invece, la convinzione che l’uomo sia un animale pulsionale/aggressivo difficile da gestire, se non con la minaccia e l’introduzione del senso di colpa. Un Senso Di Colpa Anticipatorio sarebbe quel meccanismo psicologico che farebbe nell’uomo rinunciare all’impulso aggressivo, ma che vi innescherebbe il famoso freudiano Disagio (della Civiltà), che, al tempo stesso, altro non è che un vantaggio sociale derivante dalla sublimazione della pulsione aggressiva (Marcuse). C’è da chiedersi, però: cosa fanno coloro che non riescono a sublimare?

La guerra è connaturata all’uomo (nel pianeta, nelle strade, nella coppia, nella famiglia – vedasi Laing ). L’abbandono delle ipotesi sulla natura aggressiva dell’uomo ce lo farebbero vedere sotto l’ottica dell’animale relazionale (piccolo perverso polimorfo), per il quale la motivazione relazionale è la soddisfazione del bisogno che, se carente, potrebbe scatenare ancora una volta la violenza (reazione di ABBANDONO/GELOSIA). Anche qui – pessimisticamente – la violenza è inevitabile. L’ipotesi più accreditata sembra essere quella per cui l’uomo è un ANIMALE SIMBOLICO: capace di costruire pensieri, parole, simboli culturali, per i quali la pulsione OBBLIGA a SIMBOLIZZARE (bisogno di simbolizzare). Il corpo, il sesso, il Progetto Futuro, il gruppo, l’amore di coppia, sono elementi e obiettivi che, quando l’uomo si ammala – ovvero, non riesce a simbolizzare – falliscono e, con la rinuncia alla simbolizzazione, possono sfociare ancora una volta nella violenza.

Solo una pace conveniente, ci sembra – identificandoci con le ragioni dell’avversario – ci potrà in qualche modo preservare dal completo annichilimento.

 

©, 2006

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