La Favela Verticale L’Apocalisse della Società a Forbice
L’individuo massa vive sperduto in immense città impersonali e inospitali, e rappresenta spesso un ingranaggio all’interno di strutture altrettanto impersonali vaste e anonime, che lo fanno sentire isolato, inutile e senza orizzonte, ignorato da tutti. In nessun luogo la solitudine è più intensa che nella moltitudine, e, pur disponendo di molti contatti, di molti rapporti, questo individuo è sempre più solo, isolato, triste, disperato, in una condizione peggiorata dall’automazione, che ha ridotto ulteriormente la socializzazione. Finito il tempo della religione e della politica, che una volta erano gli unici ambiti in grado di creare coesione. La vita si allunga. Si allunga anche la solitudine. Una maggiore istruzione ha significato una perdita della fede, una secolarizzazione dei valori trascendenti. La fede in un aldilà non ha più alcun valore dopo gli Anni ‘70 e ’80, le ideologie sociali si sono rivelate più seducenti di qualsiasi visione spirituale, facendo aumentare l’ansia, la depressione, le fobie e le tossicodipendenze. Con l’avvento di Internet, inoltre, abbiamo visto affacciarsi all’orizzonte anche la dipendenza da cyber (cyber sex, gioco d’azzardo e sottospecie di abitudini criminali) (Giacomo Dacquino – Legami d’amore – Mondadori, 1997).
Nelle città globalizzate del presente, si è rotto il patto tra Uomo e Natura, tra l’Uomo e le sue origini ancestrali, che risiedono nella foresta che vede una sua antitesi con la città, e con la megalopoli, quali simboli di una degenerazione patologica abnorme dell’ambiente naturale, in quegli agglomerati artificiali dove ormai, allo stato attuale, leggi e regole di convivenza sono completamente saltate, in assenza di nomos, in assenza di Padri. Ancora una volta assistiamo all’invasiva e fagocitante opera del Mercato quale espressione di una oralità pulsionale di tipo femminile, materna e appropriativa (secondo una lettura di tipo psicoanalitico e non di genere), che ha del tutto e per sempre perso la capacità di mettersi in dialogo con la parte maschile, più votata all’ascetismo, alla riflessione, al contenimento.
Ci sono intellettuali che parlano con entusiasmo della metropoli, e anzi vanno in astinenza quando ne sono lontani. Uno di questi è Marc Augé che così si esprime ne Il metrò rivisitato (Cortina, 2009): Non ho mai smesso di prendere il metrò, mai smesso di essere parigino. Se talvolta mi capita di imprecare contro i disagi della capitale e di sognare una città senza ingorghi e senza ore di punta, mi sento tuttavia sempre un po’ disorientato quando mi ritrovo nella pace della campagna, nella dolcezza angioina o nella solitudine delle spiagge deserte in inverno. Sono sempre vagamente nostalgico quando resto per troppo tempo lontano dalla capitale e, in fondo, mi conforta sempre ritrovarne l’agitazione e la calca.
Sembra trattarsi di uno stato di intossicazione mentale e coscienziale, in una posizione, con-fusa con l’informe delle metropoli, quell’amalgama di disordine, sporcizia, materia prima umana caratterizzanti la città.
Qui Augé sembrerebbe tracciare un’apologia dell’anonimato e dell’anomia, per finire con un afflato di fraternità di incerta vocazione: Chi sono esattamente i miei contemporanei (…) Per cercare di rispondere a questa domanda (…) inviterò dunque i miei lettori (…) a raggiungermi nel metrò e a perdersi nella folla anonima di tutti quelli che incrocio quotidianamente. Forse ci sfioreremo senza saperlo. Essi si confonderanno ai miei occhi con la massa variegata di tutti quelli e di tutte quelle che, secondo l’umore e le circostanze, mi appaiono di volta in volta molto vicini o molto lontani, ma con cui, per delle ragioni oscure, mi sento fondamentalmente solidale – anche se sono incapace di decidere del senso da dare a questo aggettivo, che oscilla, come si sa, tra la meccanica e la fraternità.
Parole seducenti, seduttive, che forse ciurlano anche un po’ per il manico… ma con cui, per delle ragioni oscure, mi sento fondamentalmente solidale, è una frase che, detta da un laico, e non da un prete, appare subito un po’ truffaldina, fuori registro rispetto a una apologia del disordine, che anche con il senso di una spiritualità non ben definita – sia essa pagana o new age, evanescente – ha poco a che vedere.
Lo salva il periodo successivo, che oscilla, come si sa, tra la meccanica e la fraternità, dove la meccanica instilla, in chi legge, il dubbio vi sia anche, all’interno di quel sentimento empatico di incerta provenienza, uno scettico distacco dall’empatia stessa, dovuto all’alienazione del capitalismo, che pure Augé critica aspramente in altri suoi scritti. Balza però all’occhio, in queste righe, la fraternizzazione (se non altro, su di un piano estetico) che gli ideologi progressisti – ancorché moralmente critici come Augé del Non Luogo quale prodotto del capitalismo consumistico – hanno fatto col capitale finanziario e produttivo, che quel caos cittadino hanno prodotto con il progresso industriale. C’è in questo scritto tutto l’humus della disgregazione moderna della società, la frammentazione del concetto di persona in quello di individuo e di numero (certamente i numeri sono cari al progressismo, più delle persone). L’ambiguità di questo intellettuale è fuori misura. E’ segno di una dismisura che si nasconde dietro la parvenza di una volontà critica, quando invece essa afferma e, in fondo, ama ciò che critica. Tutto ciò si chiama ipocrisia, conformismo.
Sulla modernità, e per estensione, sulle metropoli moderne, rintracciamo tutt’altro tenore espositivo in Julius Evola, in Civiltà americana (Controcorrente, 2010):
Quella civiltà (…) lanciatasi alla conquista della materia, (…) non ha conseguito il suo scopo che a prezzo di materializzare lo spirito, di escludere ogni forma superiore di vita, di amalgamare gl’individui nella tirannide di organismi collettivi, che quasi diremmo subumani nella loro mancanza di volto, di razionalità, di luce, nella loro soggiacenza a energie che di tempo in tempo, come galvanizzando con una vita momentanea e paurosa dei corpi morti o automatici, li scaglia gli uni contro gli altri.
Qui non ci troviamo di fronte ad alcuna forma di facile empatia nello scenario informe della metropoli, anzi, a una lotta senza quartiere fra esseri morti e automatici, per cui varrebbe meglio la metafora degli Zombie del film di George A. Romero, o della Metropoli del delitto di Giorgio Scerbanenco.
Julius Evola avrebbe imputato questo comportamento al cosiddetto “uomo obliquo”, uomo moderno, anzi, contemporaneo. L’”uomo obliquo” è la risultante di un processo di dissoluzione dei valori individuali in quelli omologanti e qualunquistici della borghesia, uno sfaldarsi della trascendenza nelle piaghe malariche del profitto. In un Paese in cui la scala dei valori non è più grande di una banale scaletta da scaffale, l’opportunismo è di rigore (Yasmina Khadra, Il pazzo col bisturi).
Nelle nostre città, l’albero secolare della foresta, l’albero cosmico, ha lasciato il posto alle torri, al “Bosco Verticale”, generando l’equivoco – ipocrita e conformista ancora una volta, obliquo – di una città che vorrebbe offrire ossigeno, utilizzando invece uno dei simboli privilegiati di una economia aggressiva e predatoria, che sta mettendo a rischio lo stesso benessere del pianeta.
Bosco Verticale è infatti simbolo di una fallimento culturale, di una rottura insanabile non solo fra Natura e Uomo, ma fra Uomo e Uomo, secondo un disegno urbanistico che si presentava come riqualificante, ma che in verità ha generato e genera esclusione, disparità, forbice sociale fra i nuovi residenti, e i vecchi, espropriati della loro storia e del loro territorio. Questo processo ha un nome, quello di gentrificazione, un sistema fondato sulla creazione di sempre nuove opportunità di profitto, a partire dalla cancellazione dei diritti di fasce di popolazione crescenti, trovando il modo di mercificare sempre nuove risorse, ampliando la sfera di ciò che è possibile mettere a profitto – la casa (Airbnb), il proprio tempo, le città. Un patto che si è rotto all’ombra del Vitello D’Oro, che oggi potrebbe essere traslato nel più aderente ai tempi Algoritmo D’Oro (Giovanni Maria Flick – Elogio della città? – Paoline, 2019), secondo una caotica e deregolamentata ascesa del liberismo sfrenato, alleato delle piattaforme tecnologiche, che – tradendo gli auspici inziali di Google come fautore di eguaglianza e democrazia (2001) – sfruttano gli individui sin nelle pieghe nascoste della loro psiche, dei loro più intimi e privati e inconfessabili bisogni, anche affettivi, senza lasciare nulla di intentato e intentabile allo scopo di fare profitto senza regole (facebook).Su https://left.it/2016/06/04/marc-auge-racconta-le-nuove-periferie/si legge, in un’intervista a Marc Augé: Lei ha scritto che i migranti sono gli eroi dei nostri giorni, ma l’Europa ne ha paura, perché? «I migranti sono eroi perché fanno a meno delle certezze ingannevoli legate all’appartenenza ad un posto fisico», spiega Augé. «A volte fanno paura, perché agli occhi di coloro che si trovano “a casa” sono la prova che il loro senso di appartenenza ad un luogo o di possesso può essere illusorio»…
La risposta, ben confezionata, sembra un parlare per slogan, tipico della retorica progressista. La frase: I migranti sono eroi perché fanno a meno delle certezze ingannevoli legate all’appartenenza ad un posto fisico, sottende un’amara verità e una vena nichilistica. I migranti non fanno a meno di quelle certezze, semplicemente, non se le possono permettere. Noi non gliele permettiamo. Il luogo fisico di cui parla Augé è proprio quel Non Luogo espropriante e depersonalizzante da lui teorizzato, altrimenti un luogo che sia un Luogo, una casa, con una radice e un’identità, offrirebbe la certezza di appartenervi. C’è qui in atto un tentativo di demitizzare il concetto di Luogo, offrendo il fianco – e qui forse c’è anche la malafede intellettuale di certa ala progressista, alleata del capitale e degli sfruttatori – allo stesso potere della finanza, che gentrifica e depauperizza città e territori, per poi eleggere a “eroi” solo dei poveri cristi venuti da lontano, il cui unico destino è quello di essere sfruttati sino all’osso anche dai loro (supposti) difensori … Ci stiamo ancora chiedendo se Augé sarebbe disposto a fare l’eroe pure lui, disposto a mollare una buona volta le sue certezze – illusorie: casa, lavoro, fama (crediamo anche immeritata), conto in banca… se gli domandassimo: “perché non molli tutto?”, probabilmente non avrebbe alcuna retorica dietro la quale nascondersi, dovrebbe ammettere l’enorme diversità tra se stesso e i migranti, dovrebbe ammettere le proprie garanzie capitalistiche che dice di disprezzare, e rinunciare a quella forma di empatia a buon mercato, che gli permette di autocelebrarsi con quegli slogan. Nell’enciclica Laudato si Papa Bergoglio richiama l’attenzione sull’indispensabilità dell’acqua per la vita umana e per quella degli ecosistemi (Elogio della città?), e sulla crescita smisurata e disordinata di molte città che sono divenute invivibili a causa dell’inquinamento (…) del caos urbano, della “privatizzazione” degli spazi riservati a “isole felici e sicure” per pochi, mentre si trascurano e si aggravano i problemi degli esclusi, dei diversi. Bergoglio forse parlava proprio del Bosco Verticale? Anche noi siamo dell’avviso che l’acqua sia un bene comune indispensabile, tanto quanto lo sono gli spazi di condivisione, perché se l’acqua è stato sempre il principiale mezzo di comunicazione fra popoli e persone, esiste un’acqua metaforica, che è la parola, che sta venendo a mancare per scarsità di luoghi gratuiti, aperti, laici di condivisione. Al posto dell’acqua oggi primeggia lo Spritz, al posto della parola, la musica assordante. Il linguaggio sta all’origine della Polis (Platone) per proteggersi e prendersi cura dell’Essere (Heidegger). Stiamo tutti – forse non tutti, forse non il Popolo dello Spritz – aspettando la venuta di una città capace di generare relazioni autentiche, secondo l’invocazione di Carlo Maria Martini, una città capace di superare la violenza di Enoch e la superbia di Babele, di superare le fatiche e le maledizioni di città erette nell’inimicizia fra gli uomini e nella discordia. Una città che non sia sempre in procinto di scivolare lungo il pendio rovinoso di un progresso degenerante. Una città capace di generare intelligenza vera e naturale, a prescindere dai fasci di intelligenza artificiale che la percorrono. Forse meno smart, ma più umana (Elogio della città?).Per questo c’è bisogno di una nuova alleanza fra Uomo e Natura, che poi si risolverà in una nuova alleanza fra Uomo e Uomo. Se si abbattono gli sprechi, si colpisce alla radice il sistema stesso del capitalismo che sul superfluo prolifica, allontanando gli uomini gli uni dagli altri in ragione di una competizione sfrenata, di una logica del sospetto di tutti contro tutti. Tornare alla sobrietà, significa tornare prima di tutto all’amicizia (Elogio della città?).
A view on a heavy smoke from a 15-storey building fire in via Antonini, in the southern suburbs of Milan, Italy, 29 August 2021.
ANSA/PAOLO SALMOIRAGO
Il rogo della Torre dei Moro di via Antonini a Milano (29 agosto 2021) impone una riflessione urbanistica, su quella che sta diventando una sorta di ideologia delle torri. La causa del rogo (allo stato delle indagini mentre si scrive, 12 settembre 2021) è probabilmente imputabile al rivestimento esterno, applicato a solo scopo estetico. Torri e rivestimenti alla moda fanno sorgere un interrogativo sull’immaginario a cui risponde oggi il canone estetico di Milano. Milano è ancora il simbolo di quella concretezza e di quel pragmatismo che resistettero sino alla chiusura delle grandi fabbriche alla metà degli Anni’90, o non è diventata piuttosto simbolo del superfluo, dell’effimero, di ciò che è destinato a non rimanere, magari ad essere distrutto da uno di questi falò delle vanità? La struttura costava al metro quadro tra i 5 e gli 8 mila euro, un prezzo pazzesco per un edificio che sorgeva in estrema periferia. E’ possibile che un appartamento all’interno di un grattacielo edificato nel nulla, arrivi a costare queste cifre? Che tipo di città si genera con questo tipo di interventi?
Nella città che non sa conservare e conservarsi, nella quale tutto è destinato a trascorrere con la brevità di uno sketch pubblicitario, che ne sarà del tradizionale passaggio di consegna fra vecchi e giovani? (Elogio della città?). Che ne sarà di questi vecchi alberi e di questi vecchi simboli? Che ne sarà proprio dei simboli, come ponte tra due significati, in un territorio solamente invaso dai segni, dai graffiti, dai turpiloqui e dagli scarabocchi?
L’ideologia delle torri, nata prima della pandemia di coronavirus, sembra essere in linea e confacente con l’impatto sociale della pandemia nella realtà urbana. Si pensi alla velocità della diffusione del virus e del contagio (Elogio della città?), e alla necessità di evitare il contatto umano con l’interlocutore (ragione primaria dell’incontro nella città), e di sostituirlo con quello digitale, da remoto, e si pensi al modo di vivere nelle torri: si arriva a casa in macchina, si posteggia nel box sotterraneo e si prende l’ascensore fino all’appartamento. Non c’è incontro e relazione. Il concetto è quello di vivere la torre e non il quartiere o la città (Christian Novak, docente del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano).
Se è vero che la città è un organismo complesso, multifunzionale, che offre servizi materiali e immateriali, in essa albergano elementi di ulteriore complessità quali la conflittualità di relazioni e i conseguenti diritti inviolabili e doveri di solidarietà necessari allo svolgimento della personalità dei suoi abitanti (Elogio della città?). Troppo spesso vi si assiste a un duro conflitto tra l’aspirazione alla convivenza e quella al profitto, nelle città e megalopoli della globalizzazione. Di fronte a una realtà esasperata di “presentismo” – dominata dalla tecnologia, dalla velocità, dall’efficientismo e dal profitto – il ritorno al dialogo con la natura nella memoria del passato e nel progetto del futuro diviene più che mai essenziale (Elogio della città?). Nel grande presente che stiamo vivendo, l’esasperazione tecnologica e la costante spinta in avanti, la costante velocità e irriflessività delle nostre azioni – Presentismo (Elogio della città?) – fanno sorgere inquietanti interrogativi sul valore perduto del dialogo, della prossimità, della solidarietà, del valore della persona – al di là del suo mero capitale umano, il valore monetizzato dalle assicurazioni sulla vita. La velocità del progresso ha cambiato in maniera irreversibile il mondo in cui viviamo già da quello che era solo dieci anni fa. La digitalizzazione e la sempre crescente automazione, pongono problemi di tipo sociale, etico, politico, sanitario, che porteranno l’Uomo, nel giro di pochissimi anni, a fare probabilmente i conti con:- un crescente numero di disturbi mentali, dipendenze, comportamenti devianti, suicidi, omicidi, atti di violenza;- disoccupazione;- per i pochi che lavoreranno, uno spostamento sempre più in avanti dell’età pensionabile;
– un conseguente aumento di tempo libero, che non corrisponderà a un aumento di interessi e di attività culturalmente degne di questo nome (tempo libero che spesso verrà occupato da svaghi deteriori, che faranno ingrassare i conti economici di telefonia, aziende semi legali dedite alla diffusione del gioco d’azzardo, pornografia, droga…). La prospettiva di una liberazione dal bisogno, sognata dal marxismo utopico, dovrebbe avere come premessa il mutamento profondo della mentalità dell’homo oeconomicus, in modo da preparare il terreno a una rinascita della civiltà. Al contrario, avremo un pubblico di fruitori di tempo libero dedito a faccende di poco conto, a svaghi anodini fatti di cinema, riviste, sport, edonismo spicciolo, televisione, fornicazione spensierata, con in aggiunta al massimo ciò di cui oggi è fatta la cultura, qualcosa di estetizzante e di intellettualistico o di sensualeggiante, atto a distrarre ed eccitare. Assisteremo, con buona probabilità, a una crescente proletarizzazione della classe media, al diffondersi trasversale di un abbrutimento cui già stiamo assistendo, ma che esploderà maggiormente nell’immediato futuro, soprattutto in relazione alle dipendenze. Orwell, ad esempio, in 1984, presentava in maniera lapidaria il suo pensiero riguardo alle masse proletarie, in quadretti del tipo: (i proletari) erano esseri inferiori che dovevano venir mantenuti in soggezione, come gli animali, costretti all’applicazione di poche regole elementari (…) Il pesante lavoro manuale, le cure della casa e dei bambini, le liti coi vicini, il cinema, il football, la birra, e soprattutto il gioco completavano l’orizzonte dei loro cervelli (…) mantenere uno stretto controllo su di essi era facilissimo. (…) Era più che probabile che la Lotteria fosse la ragione principale, se non la sola, per cui milioni di (proletari) avevano ancora un qualche attaccamento alla vita. Era la loro maggiore fonte di piacere, il loro margine di follia, teneva il luogo di stupefacente, di stimolante intellettuale. Quando si trattava della Lotteria, anche la gente che sapeva appena leggere e scrivere diventava capace dei calcoli più difficili e di sorprendenti sforzi di memoria (George Orwell – 1984 – Mondadori, 1973).
Perderemo una quantità spaventosa di posti di lavoro. Inoltre, l’uso della tecnologia per modificare il nostro corpo, farà sì che arriveremo a modificare parti vitali che ci caratterizzano come esseri umani, dall’organo in cui risiede la nostra coscienza, il cervello, al DNA. Ciò porterà a una sempre maggiore ibridazione dell’Essere Umano con le macchine, tanto da non permetterci più di comprendere appieno cosa sia naturale e cosa artificiale. Si profila il timore che le macchine possano avere il sopravvento, e che presto i robot ci comanderanno. La stessa tecnologia di questi robot, è però alla base anche di interventi sul nostro corpo, in grado di potenziarci. Lo sviluppo dell’una, è strettamente legato allo sviluppo dell’altro.
I processi decisionali dell’economia sono molto più veloci dei processi decisionali della politica. Così, la politica è impreparata a fare fronte ai pericoli di questo stato di cose, a fronteggiare, con adeguate misure di tipo “etico” e “sociale” a salvaguardia dell’umanità, una deregolamentazione di tutte le nostre certezze, abitudini, culture, che seguirà sicuramente all’impatto negativo che la digitalizzazione e la completa automazione avranno sulle nostre vite. Tecnologizzazione completa che, allo stato attuale, è portata avanti da logiche economiche molto veloci.
C’è però una politica che potremmo definire a-priori, che non è la politica dei governi, dei premier, di tutte quelle figure istituzionali che vediamo la sera al telegiornale, ma fatta di una élite oscura, occulta, che avrebbe deciso da tempo da che parte sarebbe dovuta andare l’economia. Questa politica sta sopra tutto, sta sopra l’economia e tutto il resto, è in cima alla piramide. La base è scollegata dai vertici, non può dialogare con le istituzioni, il suo unico potere – quello che le deriva dal voto – è ormai un potere del tutto fittizio e delegittimato nei fatti. Si tratta di un deficit di comunicazione, di stasi linguistica, intersoggettiva e transindividuale. Là dove la Lingua è paralizzata, più spesso sono le azioni a parlare, a esprimersi attraverso il linguaggio della violenza, in quanto manca il pensiero, la capacità – che si struttura nella prima infanzia, ma non sempre, e nei casi più gravi si assiste a una evoluzione in psicopatia – di dilazionare gli impulsi, soprattutto quelli distruttivi. Gratificare una pulsione, tramite l’azione mediatrice di un Io vigile e integro, ha un significato che può assumere un valore di civiltà, mentre soddisfare un bisogno tout-court, scaricare una tensione, non sempre porta allo stesso risultato. Siamo infatti di fronte a una struttura sociale a forbice, verticalistica – l’orizzontalità è una mera diceria politicamente corretta buona ad ammansire le masse popolari, e lo dimostra l’assalto ai Talent televisivi, con l’unico scopo ambizioso e disperato di risalire la china delle caste sociali – che genera frustrazione di ogni bisogno, e una conseguente competizione sempre più sfrenata, con esiti che vanno dall’aggressività, alla violenza conclamata. Viviamo in una organizzazione sociale – e mediatica – che favorisce aggressività e violenza, ma pochi lo ammettono, nessuno lo dice, tutti dicono che l’orizzontalità introdotta dalla Rete ci avrebbe resi tutti più democratici, partecipi, eguali, empatici, colorati. Storielle. Siamo tutti più esclusi, bisognosi, affamati e aggressivi. La Rete ci ha livellati e posti su di un terreno di continuo e serrato scontro reciproco, in quanto solo pochi, pochissimi possono emergere, a fronte di una contraria illusione collettiva.
La politica delle torri, dei vari Bosco Verticale, sta favelizzando il resto della città, generando divario a forbice, rabbia crescente, paranoia e reazioni populiste. Gli ideologi che favoriscono e pianificano questi progetti, stanno indirettamente fomentando la rabbia sociale, disgregando il tessuto sociale, prima psichicamente, poi concretamente, stanno regalando voti alle destre (o al partito del non voto, come è avvenuto alle elezioni amministrative dell’ottobre 2021 e alle politiche del 2022).La nostra vita è fatta di tanti allontanamenti, e tanti ritorni o approdi. In questo dinamismo risiede lo sviluppo della personalità e dell’emotività delle persone. Se però è mancata sin dai primi anni una base sicura, gli approdi successivi saranno perigliosi e spesso si risolveranno in veri e propri naufragi, nell’ambito di psicosi, disturbi di dipendenza, crimine. Non viviamo più in un clima sociale e politico-economico che possa favorire la creazione di una base sicura per molti bambini. Le generazioni future saranno purtroppo affette da molti mali. Saranno preda della spersonalizzazione e della massificazione, saranno i nuovi senza padri che contribuiranno a rendere sempre più caotiche e inospitali le nostre metropoli. Il processo di favelizzazione delle nostre città è inarrestabile, giocoforza un’economia sempre più rapace e impoverente. Le città, o La Città, nel corso della storia si sono sviluppate secondo un mix patologico di violenza, orgoglio, egoismo e ricerca di profitto (Elogio della città?) La cacciata dall’Eden ha significato una continua ricerca di sicurezza. Sul binomio sicurezza-paura, la prima città di Enoch ha gettato la sua maledizione sulle successive. Alla violenza di Enoch, si aggiunge la superbia di Babele, che cerca di organizzarsi in maniera umana e perfetta, provocando però caos organizzativo e confusione (Elogio della città?). Sembra essere il ritratto delle città moderne, afflitte da autoreferenzialità, da burocrazia e disordine politico, nelle quali le differenze, lungi dall’integrarsi, rimangono voci singole e isolate, in lotta perenne. L’Amerika di Kafka. L’unità degli uomini e dei popoli non può risolversi nell’abolizione delle differenze (Elogio della città?), ma ancora una volta nel Linguaggio, in una sua semplificazione come fattore di eguaglianza. Alla superbia e alla autoreferenzialità di Babele, Dio risponde con la dispersione, che per l’Uomo si concretizza in una occasione di moltiplicare le lingue e i saperi. Passando attraverso Babilonia, si giungerà a Gerusalemme, la Città della pace e del dialogo. Dell’universalità, dell’assenza del male, in una dimensione di concordia prima ancora che di giustizia. Sembra qui superato il rifiuto dello straniero che vide in Sodoma una delle sue maggiori perversioni, le cui mura, per punizione, da forme di protezione vennero trasformate in motivo di dannazione. Gerusalemme è la “città sposa, dimora di Dio con gli uomini”, in essa “non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Apocalisse 21,4). E’ quell’utopia di una città ideale, che con nostalgia guardiamo come posseduta e poi perduta, una perdita, una ferita che alberga in tutti noi, un’aspirazione che tutti ci accomuna, perché è una spinta ideale intrinseca all’Uomo.
Viviamo nella metafora di città vecchie, accidiose, rancorose e inospitali. Città dove i sorrisi sono solo sui cartelloni pubblicitari, in messaggi del tutto disancorati dalla rabbia comune, dal comune e disperato sentire. Guardiamo dunque con nostalgia alla giovinezza della nostra città, che coincide con la nostra stessa giovinezza, epoca di speranze e fiori ancora non sbocciati. Ci ammaliamo di nostalgia, in queste nostre città erette nel sospetto dell’altro, nel rancore e nell’indifferenza. Ci rifugiamo, a seconda del credo politico, nei centri sociali o nelle discoteche, per trovare un ponte tra noi e il mondo, per il desiderio di un incontro felice, ma quei fiori non sbocciati, ormai lo sono e si sono anche da tempo seccati. La rabbia che circola nelle metropoli è spesso fomentata dall’ignoranza, dall’incultura, dalla presunzione. Pestare a sangue una persona perché passa prima di te al cesso di una discoteca, come nel caso qui riportato, descrive uno scenario in completo disfacimento: Roma, lite per la fila al bagno in discoteca: 30enne massacrata di botte da due donne, è in coma. Le due donne che hanno compiuto l’aggressione sono state arrestate e portate in carcere con l’accusa di tentato omicidio. Ai poliziotti, completamente ubriache, hanno detto che la vittima voleva superarle nella fila per il bagno. La 30enne è stata presa a calci e pugni e colpita con i tacchi a spillo (https://www.fanpage.it/roma/roma-lite-per-la-fila-al-bagno-in-discoteca-30enne-massacrata-di-botte-da-due-donne-e-in-coma/) (5 ottobre 2021). Nella vana ricerca di luoghi di appartenenza e relazioni autentiche, troviamo solo dei Non Luoghi in cui intessere delle non relazioni. Ci rimpinziamo di rapporti frugali e di contatti sino ad esaurire la memoria della SIM, ma nel nostro cuore alberga il vuoto, se non quella nostalgia o saudade che faceva ammalare i soldati svizzeri, i cui primi studiosi – Zwinger e Tissot – la consideravano malattia propria del servizio militare (Antonio Prete – Nostalgia – Cortina, 1992), facendo sorgere il sospetto, che presto fu rimosso, del servizio militare come malattia, e quando il sospetto, con Tissot, giunse quasi a pubblico dominio, fu delimitato solo al servizio militare mercenario (Nostalgia), cioè, al servizio militare privo di un’ideale compensazione al sacrificio, spossessato da una causa davvero condivisa (Nostalgia). E’ qui evidente che la mancanza di condivisione, genera a tutti i livelli malinconia se non patologia. Che le patologie delle città contemporanee, sono massimamente riconducibili alla loro natura di Non Luogo.Ma vi è, in questo sentimento umano, anche la traccia di un altro sentimento, ancora una volta, il sentimento della minaccia, del male, in quanto la nostalgia, secondo Freud, appartiene al Perturbanteil ritorno di immagini familiari, ma sull’onda di voci estranee e in luoghi e tempi estranei – il ritorno del proprio e del noto nello straniero e nell’ignoto (Nostalgia).
Sarebbe dunque nella Babele delle molte lingue e molte culture, che prosegue la maledizione di Sodoma, la città che rifiuta l’accoglienza e l’ospitalità, sfruttando lo straniero (presagio di un’attitudine ricorrente anche ai nostri giorni)? (Elogio della città?).
©, 2022
La grande truffa dell’economia green
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