Per le foibe del 1943-45 e l’esodo dall’Istria

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Per le foibe del 1943-45 e l’esodo dall’Istria

LE COLPEVOLI RAGIONI DELLE  RIMOZIONI DEI PARTITI POLITICI E DELLA GENTE COMUNE

 

 

Per uno che ha vissuto, con passione e dolore, le vicende della Venezia Giulia dal 1943 al 1954, e che  ha cercato di studiare quei problemi, storici e politici, fin dalla prima giovinezza, quanta tristezza nel vedere trattati i temi dell’esodo e delle foibe appena ora, dopo sessant’anni di dimenticanza, e troppo spesso in modo strumentale per la politica di oggi, oltre che per dubbie rivalutazioni del passato.

Cominciamo da queste ultime. Il 20 gennaio, il senatore a vita Giulio Andreotti ha scritto un breve riquadro per il “Corriere della Sera”, che vale la pena di riportare integralmente: “Altre volte (anche di recente in una trasmissione televisiva) è stato toccato il tema di un’insufficiente reazione contestativa quando emerse la carneficina delle foibe. A mio avviso, non si prese questo come argomento di accusa verso i comunisti italiani e verso Tito per due motivi. Da un lato il Pci come tale non c’entrava: ed era inoltre necessario con i vicini cercare terreni d’incontro e non viceversa. Sarebbe stato inoltre nel caso inverso necessario accusare anche i fascisti e i nazisti per la Risiera San Sabba e per l’usurpazione della stessa sovranità italiana sul territorio. Mettere olio sul  fuoco era prudenza (la prudenza è una virtù). Del resto De Gasperi ci abituò a guardare avanti e non indietro”.

L’unica cosa vera e giusta in questo scritto è il riferimento alle colpe di fascisti e nazisti. Il resto o è falso (il PCI non c’entrava?!: e vedremo quanto e come ci fosse entrato) o è elusivo: cercare terreni d’incontro con Tito? Pure quando,  dopo il trattato di pace, la Jugoslavia vessava talmente  anche  gli italiani rimasti in quelle terre che avrebbero dovuto entrare nel costituendo e mai costituito Territorio Libero (la cosiddetta Zona B: Isola, Capodistria, Pirano, Umago,  Cittanova, Buie e altri comuni), costringendoli a rifugiarsi a Trieste o altrove, fino all’Australia, o nei campi profughi sparsi in tutta Italia, dal 1947 al 1954?

I primi a fare la giusta revisione sono stati i comunisti triestini.

Nemmeno i DS di Trieste tentano di difendere il PCI di allora, anzi è dal 1980 – quando esisteva ancora il PCI – che i comunisti triestini hanno avviato meritoriamente l’opera di ricostruzione critica del comportamento jugoslavo e delle connivenze del partito comunista italiano nella Venezia Giulia. Ma Andreotti va d’accordo con le molteplici rivalutazioni e riabilitazioni di Togliatti. Il “Migliore” avrà altri meriti e altre colpe (per esempio il documentato silenzio, quando viveva a Mosca, sulle morti dei comunisti italiani esuli nell’URSS e perseguitati da Stalin). Certamente, fino a quando – nel 1948 – Tito si staccò dal Cominform e dall’Unione Sovietica,  il partito comunista jugoslavo fu alleato del PCI. Alla fine del 1943 il partito comunista italiano della Venezia Giulia si sciolse e si fuse con il partito sloveno nella UAIS (Unione antifascista italo-slovena) i cui slogan erano “Trst je nas” e “Nasa ne demo, alja nocemo ”  (cioè “Trieste è nostra”, “Il nostro non diamo, l’altrui non vogliamo”) e con il partito comunista croato in Istria e a Fiume. Non dimentichiamo che nel 1943-45 gli jugoslavi volevano annettersi anche Udine, e l’eccidio di Porzus rientra nella politica espansionista slovena e nella collaborazione fra i due partiti comunisti. A proposito di rimozioni: in quell’eccidio fu ucciso anche il fratello di Pier Paolo Pasolini, ma vent’anni fa mi capitò di leggere sul più importante quotidiano italiano che il fratello del poeta era stato ucciso dai nazisti.

Non sono mancate altre falsificazioni, davvero sorprendenti, e valgano due esempi recenti:  il 28 aprile 2003 il “Corriere della Sera” pubblicava un articolo di Pino Corrias su “Laura Antonelli, solitudine di una stella caduta” nel quale  il giornalista scriveva che la sfortunata attrice veniva  “da una famiglia di sfollati slavi (nata a Pola, anno 1941) profuga a Venezia, poi a Napoli”. Profughi slavi? Come faceva Corrias a ignorare che Laura Antonelli e la sua famiglia sono stati fra i profughi italiani che nel 1947 lasciarono Pola e l’Istria per scegliere un’Italia così poco, non dirò riconoscente, ma almeno attenta a loro? In quei giorni, scrivendo al direttore Paolo Mieli per protestare, gli ricordavo che un anno prima un altro grande giornale, “la Repubblica”, aveva riferito che il governo di Zagabria aveva offerto la cittadinanza croata alla grande attrice Alida Valli, anch’essa nata a Pola, pochi anni dopo la prima guerra mondiale. Alida Valli, figlia di una signora italiana di Pola e di un ex ufficiale della marina austriaca, von Aichenburg (questo è il vero nome dell’attrice), aveva rifiutato l’offerta, dichiarando che essa era e voleva restare soltanto “italiana”.  Ma il giornale nel titolo scrisse che la Valli aveva rifiutato dichiarandosi “istriana”, affermazione che, oltre tutto, sarebbe stata senza senso visto che l’Istria è piena di croati ed appartiene ora quasi tutta alla Croazia.  Naturalmente, non ebbi nessuna risposta.

Torniamo al problema generale. Dopo il trattato di pace del 1947 lasciarono i territori ceduti alla Jugoslavia 300 o 350 mila istriani  (fra i quali l’intera popolazione di Pola, e quasi tutta quella di Fiume, dove rimasero tremila connazionali; gli italiani di Zara e di altre località dalmate erano quasi tutti fuggiti dopo l’8 settembre o dopo i terroristici bombardamenti anglo-americani di Zara nel 1944). Il numero dei profughi non è mai stato controllato, e normalmente si parla di 300 mila; fu proprio il maresciallo Tito che in un suo discorso disse che i profughi erano stati 350 mila. Gli esuli furono inviati in appositi campi dove molti rimasero per anni; nei viaggi di trasferimento accaddero fatti ignominiosi, come, al minimo, i ripetuti insulti di “fascisti” o, peggio, l’episodio di Bologna, dove le crocerossine che volevano portare cibo e acqua ai profughi nel treno, fermo in stazione, furono bloccate dagli attivisti del PCI.

Dopo che il Trattato di pace aveva assegnato Gorizia all’Italia (escluso il sobborgo di Monte Santo, divenuto Nova Gorica) e ci aveva sottratta Trieste, occupata dagli anglo-americani in vista di farne la capitale del Territorio Libero, è da ricordare (fra il 2004 e il 2005 non l’ha fatto nessuno, mi pare neppure Claudio Magris) che Togliatti propose di cedere Gorizia alla Jugoslavia in cambio di Trieste (che la Jugoslavia non aveva). Poi venne la rottura fra Tito e Stalin, ma il PCI non rinnegò mai la sua politica nelle terre orientali dal 1943 al 1948.

Quanto a De Gasperi e ai governi italiani dell’epoca, le ragioni del silenzio probabilmente furono altre da quelle che sostiene Andreotti. Certamente la prudenza è una virtù, e lo dimostrò  l’imprudente e risibile tentativo del governo Pella (settembre 1953) di rispondere alle minacce verbali di Tito con l’invio delle sparute truppe italiane, sopravvissute alla sconfitta, sul fronte orientale, fra le risate del mondo intero (molto stranamente, nei vari dibattiti televisivi e negli articoli giornalistici sulle foibe e sull’esodo, non ho letto o sentito nulla sul minaccioso discorso che Tito tenne nel settembre 1953 e sulla reazione scomposta del povero Pella). Ma se la prudenza è una virtù non lo è la dimenticanza, e neppure aver lasciato il monopolio del patriottismo e della tutela del ricordo dell’italianità dell’Istria, di Fiume e di Zara al Movimento Sociale, erede dei responsabili della guerra, e quindi della perdita di quei territori e delle sofferenze delle loro popolazioni.

Italiani per scelta, e non per nascita casuale.

Dire che “De Gasperi ci abituò a guardare avanti  e non indietro”  è un modo molto democristiano per far passare una colpa come una virtù: qui non si trattava di guardare nostalgicamente indietro, ma di considerare e proteggere gli italiani che per restare tali avevano perduto tutto, le case, le professioni, le loro piccole patrie, e in molti casi la vita dei loro cari: erano italiani più di tutti noi, perché confermavano la loro italianità con una scelta dolorosissima,  ma i governi e i partiti democratici li ignoravano o li consideravano  fastidiosi intrusi.

All’inizio di quest’anno, quando si discusse molto sui giornali e in televisione, delle foibe e un po’ (non molto) dell’esodo istriano, ci fu un interessante articolo di Enzo Béttiza, su “La Stampa”, riportato da  “La Voce del Popolo” di Fiume del 16 febbraio 2005. In quell’articolo ci sono due affermazioni che fanno pensare.

Scriveva Béttiza che, durante la trasmissione di “Porta a Porta” dell’inizio di febbraio, “Ad un’altra signora istriana, che ha passato lunghi e umilianti anni in un campo profughi nei pressi di Vicenza, è stato chiesto se provasse ancora rancore per qualcuno. La risposta è scoppiata secca e strabiliante: “Sì, per gli italiani, che spesso ci hanno trattato come intrusi indesiderati”.

Ma la risposta non è strabiliante per uno come me che passava le estati dal 1946 al 1949 in una grande città del Nord, Genova, e poi ci è vissuto per dieci anni, e si sentiva rifiutato da amici e parenti ogni volta che tentava di parlare della tragedia della Venezia Giulia. Fra i miei conoscenti, c’era perfino una famiglia di ex fascisti sfegatati che non voleva più sentir parlare di Trieste e dell’Istria: per loro, come per tanti altri, Trieste e l’Istria significavano la guerra del ’15 con i suoi seicentomila morti, e la paura di un’altra possibile guerra, mentre per persone democratiche e antifasciste la questione di Trieste rimandava al nazionalismo e alla nascita del fascismo. Quanto ai comunisti, chiamavano fascisti tutti gli esuli o anche quei pochi che cercavano di ristabilire la verità storica. Ma quanti sapevano dov’erano Trieste, Fiume, Zara, quanti credevano ancora, come nel ’15, alla favoletta  che Trento e Trieste fossero divise da un ponte? (Italiani, tornate alla geografia, prima ancora che alla storia, avrebbe dovuto dire Ugo Foscolo).

E quanti sapevano che cosa fossero la Zona A e la Zona B del costituendo (e mai costituito) Territorio Libero di Trieste? In genere, per analogia con la divisione di Berlino e Vienna, si pensava che la città di Trieste fosse stata divisa in due zone, e anche moltissimi giornalisti ignoravano che la zona B era una piccola fetta dell’Istria, da Isola a Cittanova, occupata dagli jugoslavi (che poi l’annessero nel 1954). E tutti, a voler essere comprensivi,  avevano l’inconscia  paura che Trieste potesse significare un’altra guerra. Ma i giornali governativi si lavavano la coscienza con la retorica delle “Campane di San Giusto”, e al Festival di Sanremo si cantava “Vola colomba bianca, vola”

La seconda affermazione di Béttiza, anch’essa molto giusta, è la seguente: “La memoria di tanti zaratini, fuggiaschi da una all’altra sponda dell’Adriatico, è una memoria di naufraghi per niente allegri. Quelli che dopo il 1943 sbarcarono sfiniti nel porto di Ancona vennero accolti con un fitto lancio di uova marce; all’incirca nella stessa epoca (per la verità fu nel 1947, nell’esodo dopo la firma del trattato di pace) il bicchier d’acqua verrà negato agli assetati profughi istriani nella stazione di Bologna”.

E’ strano che un conservatore (talvolta reazionario) come Béttiza non dica che le uova di Ancona e il picchetto bolognese contro i soccorsi delle crocerossine furono opera degli agit-prop comunisti. Dobbiamo dirlo noi, da sinistra, perché nessuna verità dev’essere occultata, né tanto meno il cinismo togliattiano: gli stessi comunisti che nel 1943-47 gridavano in faccia agli esuli “Viva la Jugoslavia!”, al “Contr’ordine compagni” di Stalin, sputarono sul “traditore” Tito; e molti di loro, gli illusi cosiddetti “monfalconesi”, andati in Jugoslavia a “costruire il socialismo”, furono messi nelle prigioni o nel terribile campo di concentramento dell’Isola Calva. Non solo, il critico d’arte Mario De Micheli, mandato dal PCI a chiederne la liberazione, finì anche lui per qualche tempo in una prigione jugoslava.

 

I “Monfalconesi” e Goli Otok

Dei 2500 illusi comunisti, in gran parte operai di Monfalcone, che prima del 1948 andarono in Jugoslavia a “costruire il socialismo”, come s’è detto, ha parlato quest’anno Giampaolo Pansa nel suo ultimo libro “Prigionieri del silenzio”, concentrando la sua attenzione su Andrea Spano, figura simbolica: uscito dall’inferno di Goli Otok (l’Isola Calva) e tornato in Italia, ha sempre taciuto non soltanto le persecuzioni e le torture, ma anche l’ostracismo del quale lui e i suoi compagni furono vittime nel partito comunista italiano. Ha scritto Diego Zandel su “Odissea” di maggio-giugno che “colpevole di questo ostracismo e silenzio fu il PCI innanzitutto, certo. Ma colpevoli anche i governi occidentali che sapevano delle migliaia di comunisti, di esseri umani che vivevano in un gulag non meno feroce di quelli sovietici… Ma faceva comodo tacere”.

Dunque, c’è stata la rimozione comunista. Perciò bene  ha fatto Piero Fassino quando  aveva ammesso gli errori, e chiesto “il ritorno alla storia e alla verità”; e benissimo ha fatto Walter Veltroni quando è andato a Trieste e, davanti alla foiba di Basovizza (che fa parte del territorio comunale di Trieste) ha detto: “La storia va incorporata tutta intera, il fascismo e le sue violenze in terra slava, le leggi razziali, ciò che il comunismo ha prodotto con le foibe, e poi il colpevole silenzio della sinistra”. Per sottolineare la necessità della “memoria intera”, subito dopo Veltroni era andato ad un cippo, vicino a Basovizza, che ricorda quattro fucilati, nel 1930, per condanna del Tribunale speciale per la difesa dello Stato: il croato Bidovec, gli sloveni Marusic, Milos, e Valencic (altri cinque sloveni furono fucilati nel 1941 ad Opicina, per aver progettato, senza nemmeno tentare di realizzarlo, un attentano a Hitler e Mussolini che si sarebbero incontrati a Tarvisio).  Gli stessi concetti erano stati esplicitamente sviluppati in un articolo dello stesso Veltroni sull’”Unità” del 1° febbraio, nel quale fra l’altro scrisse:

“Ad alimentare l’espansionismo nazional-comunista di Tito fu un intreccio perverso di odio etnico, nazionale e ideologico. Un odio che colpì fascisti, antifascisti, persone senza una precisa posizione politica. Poi iniziò la rimozione. Quasi tutta l’Italia, anche se non certo chi ha vissuto e vive qui, ha rimosso. Fu per colpa anche di una parte importante della cultura di sinistra, prigioniera dell’ideologia e della guerra fredda. Cosa accadde lo raccontano le parole oneste contenute in una lettera che mi è stata scritta qualche mese fa, le parole di uno di quei partigiani grazie ai quali oggi l’Italia è un Paese libero, è una democrazia che garantisce a tutti di avere le proprie convinzioni, le proprie idee, le proprie posizioni politiche.

<Purtroppo – si dice in questa lettera – abbiamo accettato di sostenere la tesi jugoslava che affermava che i crimini commessi da loro erano largamente giustificati da quelli commessi dal regime fascista contro la minoranza slava e poi con l’aggressione e l’annessione di loro terre all’Italia. Non potevamo metterci contro la Jugoslavia che aveva il pieno appoggio dell’URSS. Penso che dobbiamo riconoscere di avere sbagliato a sostenere una tesi insostenibile e aberrante>.

Tesi aberrante, ma che rispondeva, almeno fino al 1948, alla logica staliniana del partito comunista italiano. Ma dopo la rottura fra Stalin e Tito? Non c’è risposta.

 

La rimozione governativa

E’ ancora più difficile dare risposte alla rimozione effettuata dai partiti dei governi centristi. Mentre si può capire che l’opinione pubblica indifferenziata, la “gente” come si direbbe oggi, fosse nauseata e diffidente dopo vent’anni di nazionalismo e di guerre, riesce molto più difficile comprendere le ragioni  dei partiti di governo.

Sicuramente, democristiani, socialdemocratici, liberali e repubblicani erano stufi della retorica patriottica. dopo vent’anni e più di nazionalismo, fascismo, sacri confini, mare nostrum e civiltà italica. E non c’era più la Patria con la P maiuscola, una parola scomparsa dal vocabolario politico: sopravviveva in pochissimi democratici, che avevano fatto la guerra del ’15 e la Resistenza, come il fiumano Leo Valiani. Ma i partiti no, non l’usavano più, la vecchia parola risorgimentale che il fascismo aveva fatto propria (non è cosa da poco ricordare che i primi accenni di patriottismo vennero dal partito comunista, sia pure strumentalmente, quando – nella manifestazioni contro il Patto Atlantico e la visita del gen. Ridgway (“Ridgway go home!”)  – il tricolore si accompagnava e spesso sovrastava la bandiera rossa).

Tanto meno la parola Patria era usata dalla DC, erede del vecchio partito popolare, che era stato contrario alla guerra del ’15 come epilogo dell’odiato Risorgimento, e che per gli italiani del Trentino si limitava a rivendicare l’autonomia regionale sotto l’Impero austriaco, mentre non sentiva affatto il problema di Trieste, città laica, ebrea e con molte altre religioni, o forse irreligiosa… La DC e gli altri partiti di centro lasciavano la parola e la retorica della Patria  a Guareschi, ai monarchici reazionari del “Candido”e agli ex repubblichini del Movimento sociale: quel ch’è peggio, lasciavano a questi ultimi il monopolio della memoria delle foibe e delle persecuzioni agli italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, fino all’esodo (agli esodi, bisognerebbe dire più correttamente: nel 1944-45 da Zara e dalle isole dalmate, nel 1945-47 da Fiume e dall’Istria,  annesse alla Jugoslavia, nel 1947-54 dalla Zona B del previsto Territorio Libero di Trieste, prima occupato e poi annesso dagli jugoslavi in seguito al trattato di Londra del 1954: la Zona A con Trieste all’Italia, la Zona B alla Jugoslavia).

Certamente, dovette pesare sui silenzi dei governi centristi, il problema dei nostri generali, accusati di crimini di guerra, durante l’occupazione italiana di metà Slovenia, della Croazia e del Montenegro, e mai consegnati al governo di Belgrado, con la benevola complicità degli anglo-americani. Se avessimo aperto il problema della responsabilità degli eccidi nel 1943-45, gli jugoslavi avrebbero avuto buon gioco a richiederci il generale Roatta e gli altri. Ma c’è di peggio, rispetto a questo calcolo di bassa politica: l’ignoranza  e l’insofferenza.

La colpa governativa della rimozione e del disinteresse verso gli italiani delle province orientali  fu non soltanto una grave colpa nazionale, ma anche un errore politico. Non certo per le risibili ragioni addotte dal senatore Andreotti; temo che avesse ragione Claudio Magris in un magistrale articolo sul “Corriere della Sera”:

“Fino a pochi anni fa parlare delle foibe non <serviva> alla lotta politica e dunque non se ne parlava. Oggi quei morti servono e dunque se ne parla, ma per usarli come strumenti di una lotta politica che non ha nulla a che vedere con la storia di quelle tragedie, di quei crimini, di quegli anni”… . “Usare oggi le foibe contro la sinistra italiana è indegno, come sarebbe indegno usare le leggi razziali fasciste contro Berlusconi e contro Fini, che avranno molte colpe ma non certo quelle delle leggi antisemite del 1938”.

In quell’articolo, Magris si chiedeva:

“Perché, sino a pochi anni fa, il dibattito politico e il battage mediatico ignoravano il dramma dei nostri confini orientali, perché, tranne in pochi ambiti circoscritti,  non si parlava delle foibe?… . Perché la stragrande maggioranza moderata, che oggi se ne riempie la bocca, taceva? I grandi giornali d’informazione non erano alle dipendenze di Mosca, il potere economico e politico non era nelle mani di Tito e di Stalin”.  A proposito del potere politico, alle annotazioni di Magris ne aggiungo due. La prima è che il trattato di Osimo (1977) che avrebbe dovuto inaugurare una nuova era nei rapporti italo-jugoslavi, fu contrattato da parte italiana nella più stupefacente ignoranza dei termini dei problemi in causa, come dimostrò nel ‘78 un numero speciale di “Critica Sociale” dedicato a questo argomento; la seconda annotazione riguarda Francesco Cossiga, ex presidente del Consiglio ed ex presidente della Repubblica, che un paio d’anni fa, quando si cominciò a discutere delle foibe e dell’esodo, disse candidamente di non averne mai saputo nulla. E temo che non fosse il solo, ma certo era stato il più altolocato.

Alcuni libri usciti nel 2004 hanno riproposto il problema della rimozione governativa. “Profughi” di Gianni Oliva (edizioni Mondatori)  chiama in causa proprio Alcide De Gasperi e tutti i partiti dell’area centrista., rei di avere partecipato alla “congiura del silenzio”. A parte le colpe di Togliatti e del PCI, che Oliva non nasconde, De Gasperi e i partiti che lo sostenevano, alla pari dei governi occidentali, dopo la rottura del 1948 fra Tito e Stalin trattarono la Jugoslavia con tutti i riguardi, con la speranza di farsene un alleato. Ma questa tesi ha un difetto: mentre  la politica anglo-americana verso Tito aveva un senso, l’eventuale simpatia dell’Italietta uscita sconfitta dalla guerra sarebbe stata del tutto irrilevante al recupero della Jugoslavia..

Molto più originale, e da meditare, è l’altra tesi di Gianni Oliva: secondo lui, De Gasperi e i suoi alleati, per ridare credibilità internazionale al nostro Paese (che dopo il ’48 ebbe accesso alle Nazioni Unite e al Patto Atlantico) vollero accreditare l’interpretazione della nostra partecipazione alla seconda guerra mondiale come una “parentesi fascista”, da minimizzare di fronte alla partecipazione dei partigiani e dell’esercito regio alla guerra di Liberazione: in altre parole, il ritorno dell’Italia nella comunità internazionale sarebbe stato più facile se fossimo riusciti a farci considerare fra i “vincitori”. Secondo Oliva, la strategia degasperiana sarebbe stata quella di far dimenticare la nostra partecipazione alla guerra contro le potenze democratiche: tutto ciò che avrebbe potuto ricordare la sconfitta  doveva essere rimosso, compreso l’esodo dalla Venezia Giulia e dalla Dalmazia, e comprese anche le foibe. Così come nessuno doveva parlare delle condizioni nelle quali vissero un milione e trecentomila prigionieri di guerra italiani in Kenia, India e negli Stati Uniti, spesso in condizioni pessime, specialmente dopo l’8 settembre, quando moltissimi nostri soldati e ufficiali, disorientati da ciò che era accaduto in Italia, si rifiutarono di aderire al governo Badoglio e furono sbrigativamente considerati fascisti. Tanto meno si parlò dei civili italiani, cittadini residenti nei paesi dell’Impero britannico e negli Stati Uniti, internati, spesso brutalmente, come i tedeschi e i giapponesi.

Accogliere i profughi dalla Venezia Giulia e dalla Dalmazia come meritavano, cioè come patrioti perseguitati ingiustamente, e onorarli come tali, secondo Oliva avrebbe dimostrato agli occhi del mondo, e soprattutto degli altri italiani, che tutta l’Italia, e non soltanto il fascismo, aveva perso la guerra, come invece molto lucidamente scrisse l’antifascista Benedetto Croce. Del resto Oliva non si nasconde che imputare agli jugoslavi i loro misfatti avrebbe fatto riaprire per converso le richieste di consegna agli jugoslavi degli ufficiali, fascisti e non fascisti, accusati di crimini di guerra per l’occupazione del 1941-43

Le tesi di Oliva sono state contestate da Raul Pupo (“Il lungo esodo”, Rizzoli) e da Guido Crainz (Il dolore e l’esilio, Donzelli). Il primo respinge “la tesi che, nella sua versione più semplificata, trova le ragioni del silenzio su foibe ed esodo in uno scambio omertoso fra le responsabilità del comunismo jugoslavo e quelle del fascismo italiano, coperte dalla DC”. Si tratterebbe per Pupo dell’ennesima ripresa della tesi, avanzata anche per i comunisti, dell’”Infame baratto”, mentre questo storico è convinto che “dietro le rimozioni incrociate sulla storia del confine orientale ci siano ragioni assai meno banali, che coinvolgono le principali culture politiche italiane e i loro interessi sovrapposti”. Quali ragioni? E’ una tesi che, per diventare chiara, dovrebbe essere sviluppata e spiegata.

A sua volta, Guido Crainz  crede che la rimozione sulle tragedie giuliane appartenga alla generale rimozione europea che per quasi  cinquant’anni, fino alla caduta del muro di Berlino, e in certi casi addirittura per sessant’anni, ha taciuto sugli stupri di massa operati dai soldati sovietici in Germania e in Austria (due storiche tedesche li hanno calcolati in più di un milione), sui tedeschi dei Sudeti bruciati vivi dai boemi, sulla tragedie di Danzica, Könisberg e Dresda. Ma, a ben pensarci, non sono tragedie europee, bensì tedesche: cioè di un popolo sconfitto, come gli italiani. I tedeschi di Danzica hanno avuto “Il tamburo di latta” di Gunter Grass. Il resto è stato il silenzio, per i tedeschi e per noi, a dimostrazione che la tesi di Oliva sulla rimozione per cancellare la sconfitta può essere molto fondata.

Oggi finalmente si può parlare della distruzione immotivata e bestiale di Dresda nel febbraio 1945, delle bombe atomiche sul Giappone, delle foibe e dell’esodo giuliano. Purtroppo da noi, delle tragedie del confine orientale, si parla soltanto dopo che gli ex fascisti sono andati al governo. Ma parlare oggi di quelle tragedie non deve servire alla lotta politica, deve servire alla ricostruzione storica, alla ricostruzione della memoria nazionale, fatta anche di omissioni, di viltà e di silenzi colpevoli. Come diceva Gramsci, la verità è sempre rivoluzionaria: tenerla nascosta avvelena la vita di un popolo, affrontarla ci può  rendere finalmente maturi.

 

©, 2005

IL PUNTO SULLE FOIBE E SULLE DEPORTAZIONI NELLE REGIONI ORIENTALI (1943-45)

 

LUIGI LUSENTI – Una storia silenziosa – Gli Italiani che scelsero Tito – Goli Otok

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