LUIGI LUSENTI – Una storia silenziosa – Gli Italiani che scelsero Tito – Goli Otok

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LUIGI LUSENTI

“Una storia silenziosa – Gli Italiani che scelsero Tito”

Comedit 2000, 2009

L’isola vista dalla costa dalmata.

Siamo in presenza di un libro di memorie, di giudizi e anche di storia, sebbene Luigi Lusenti, l’autore, si dichiari impari al compito di storico. Ma è certamente un libro complesso, che si svolge lungo diversi filoni, che s’incrociano più volte e che, nell’insieme, finiscono per costituire uno dei più seri contributi alla conoscenza delle vicende della Venezia Giulia, del Quarnero (Fiume) e della Dalmazia,  dal 1918 al 1954, anno della definitiva spartizione del Territorio libero di Trieste e del ritorno della città giuliana all’Italia (ma anche dell’annessione alla Jugoslavia della cosiddetta Zona B, da Isola d’Istria a Cittanova, dopo che già il Trattato di pace del 1947 aveva assegnato alla repubblica di Tito Zara, Fiume, quasi tutta l’Istria, l’altipiano carsico e l’oltre Isonzo).

Sono state vicende per tanti anni ignorate dalla politica e dall’opinione pubblica del nostro Paese, con grande dolore e rabbia sia dei parenti delle vittime dell’odio anti-italiano sia dei profughi giuliani, male accolti e irrisi come fascisti nella madrepatria. Ma sono state anche vicende strumentalizzate  da  quell’estrema destra, che invece di riconoscere che vero responsabile della perdita della regione era stato il fascismo con la sua guerra d’aggressione, aveva sempre voluto ignorare le colpe dei “buoni italiani”, dall’assalto squadrista all’Hotel Balkan (Trieste 1920) alle sentenze del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato contro croati e sloveni (1930 e 1941), dalla snazionalizzazione tentata e anche operata entro i confini del 1919-43 fino all’invasione della Jugoslavia nel 1941 e alla conseguente occupazione, spesso feroce, di mezza Slovenia, di Croazia, Dalmazia e Montenegro.

I filoni che costituiscono il libro di Lusenti sono molteplici. Il primo riguarda le vicende degli italiani di Fiume e dell’Istria che, dopo l’8 settembre 1943, parteciparono alla guerra di liberazione  a fianco dei partigiani di Tito; e riguarda anche quegli antifascisti che nell’autunno del 1943 si arruolarono a Bari, dove risiedeva un comando dell’Armata di Tito, pur di partecipare alla lotta contro il fascismo. Gli uni e gli altri si aggiunsero all’enorme numero di militari italiani delle truppe d’occupazione in Jugoslavia che in piccola parte si valsero della possibilità di ritornare in Italia, e che in un numero enorme scelsero invece l’esercito jugoslavo: 300 mila italiani, che diedero alla guerra partigiana  ben 20 mila morti (altra storia che nel nostro Paese s’ignora).

Il secondo filone è rappresentato dalle memorie di quei molti italiani di Fiume e dell’Istria che, dopo la guerra, scelsero di restare nel nuovo stato jugoslavo per “costruire il socialismo”. A loro si aggiunsero alcuni giovani idealisti delle vecchie province italiane, come il campano Giacomo Scotti,  e molti operai dei cantieri navali di Monfalcone, data all’Italia con il trattato del ’47. Ma gli uni e gli altri ebbero una delusione terribile quando il Cominform, nel 1948, scomunicò il comunismo nazionale di Tito. Quasi tutti loro si schierarono con Mosca e ne pagarono le conseguenze: arresti, prigione, estromissione dal lavoro e dagli incarichi di partito, e alcuni anche con la terribile detenzione nel campo “di rieducazione” dell’Isola Calva, Goli Otok.

Naturalmente, le vicende dei partigiani italiani con Tito durante la guerra e dei nostri comunisti in Jugoslavia dopo la guerra si mescolano ai rapporti fra il PCI e il partito comunista jugoslavo, che fin dall’autunno 1943 proclamò l’annessione delle terre già componenti la nostra Venezia Giulia, mettendo in imbarazzo, a dir poco, Togliatti e i suoi. La dubbia e oscillante politica del PCI verso il nazional-comunismo jugoslavo costituisce il terzo argomento del libro di Lusenti, ricco di notizie sui flebili tentativi italiani di arginare i titini e sulla capacità di persuasione operata dagli jugoslavi su certi dirigenti italiani del PCI che, mandati per convincerli, ne furono convinti alla rinuncia della Venezia Giulia.

Ma bisogna  dire che la politica del PCI è stata così debole da fare ipotizzare anche una vera volontà di rinuncia alla difesa dell’italianità, forse seguendo gli ordini del Cominform; e questo è un tema che si dovrà approfondire sul piano storico.  Basti pensare allo scioglimento del PCI a Trieste e a Gorizia e alla confluenza dei comunisti italiani nell’Unione Antifascista italo-slovena (UAIS), di fatto dominata dai dirigenti jugoslavi; così come nell’Istria ora croata rimase soltanto il partito jugoslavo. E non va nascosto che sulla guerra partigiana aleggia il sospetto, o l’incubo, di una tragedia forse non casuale: l’offerta di un incontro, per avviare forme di collaborazione, avanzata dai partigiani croati ai partigiani italiani dell’Istria, guidati da Pino Budicin; ma al luogo dell’incontro presso Rovigno i croati  non si presentarono, e Budicin – sorpreso dai fascisti o dai tedeschi – fu ferito, preso prigioniero, torturato e infine fucilato.

Il quarto filone nel libro di Lusenti è costituito dall’esame delle colpe italiane verso sloveni e croati, sia durante gli anni della Venezia Giulia italiana (1919-43), sia durante l’invasione e l’occupazione italiana di gran parte della Jugoslavia (1941-43), sia anche durante il periodo della sostanziale annessione alla Germania del Litorale Adriatico (vecchia terminologia austriaca per la Venezia Giulia, 1943-45), e della collaborazione, talvolta feroce, delle truppe repubblichine con i nazisti.

I nostri gravissimi torti, dice però Lusenti, possono far comprendere le reazioni, altrettanto spietate e ingiuste, degli jugoslavi nel 1943-45: le foibe, le fucilazioni dell’OZNA (che era la polizia politica di Tito), la snazionalizzazione, le persecuzioni per costringere gli italiani ad abbandonare le loro terre, le uccisioni dei possidenti ad opera dei contadini. Ma non debbono lasciare sotto silenzio le colpe degli altri: comprendere non è perdonare. E valga per tutte le testimonianze, l’articolo – umano e storicamente profondo – di Claudio Magris, riportato nel libro di Lusenti.

E qui l’autore, giustamente, si dilunga sulla tragedia delle foibe (nell’ottobre 1943 ad Arsa,  nella parte orientale dell’Istria e a Pisino) e nel maggio 1945 sul Carso triestino e goriziano e nell’Istria settentrionale; e sull’esodo di 300 mila istriani e fiumani (forse 350 mila, secondo Tito) nel 1947-54, preceduti dalla tragedia della Dalmazia: nel 1944, 54 bombardamenti anglo-americani su Zara, città di dodicimila abitanti, per far fuggire gli italiani, e poi alcuni dei pochi rimasti buttati dalle barche in mare, e i professori delle scuole italiane fucilati a Spalato.

Questi argomenti, così diversi ma così strettamente intrecciati, dimostrano la complessità e l’utilità di questo libro, importantissimo. Del quale rimane soprattutto la tristezza degli antifascisti italiani in Jugoslavia, delusi nelle loro attese idealistiche, perseguitati e costretti  per decenni a chiudersi nel silenzio, oppure a tornare in Italia, apolidi sia nel senso della patria sia nel senso dell’ideologia. La sintesi del libro è un enorme spreco di ideali, d’intelligenza e di lotta al fascismo, traditi dal nazional-comunismo, cui sono seguiti i piccoli nazionalismi degli stati emersi dal disfacimento dell’autoritarismo jugoslavo..

Parlando dell’oggi, una nota pessimistica sulla Croazia è compensata da una nota di speranza, per quanto riguarda i rapporti italo-sloveni.  La nuova classe dirigente croata sembra in gran parte essere rimasta al nazionalismo di un tempo (tanto da protestare con il presidente Napolitano quando questi ricordò la tragedia delle foibe, qualche anno fa),  e da alimentare il mito  che le foibe sarebbero state “promesse” dai fascisti contro gli stessi croati (però minacciare di farlo in una pessima canzone è stupido, ma non equivale al crimine orrendo). Gli sloveni, invece, hanno dimostrato in più occasioni di condividere l’atteggiamento dell’ex presidente del Friuli-Venezia Giulia, Riccardo Illy, e dell’Istituto triestino e goriziano per la storia del Movimento italiano di liberazione: è bene che i lettori sappiano che a Gorizia è da tempo in funzione un comitato italo-sloveno di storici che sta studiando, di comune accordo, sia i crimini fascisti, sia i crimini anti-italiani. Da veri europei.

 ©, 2009

Per le foibe del 1943-45 e l’esodo dall’Istria

IL PUNTO SULLE FOIBE E SULLE DEPORTAZIONI NELLE REGIONI ORIENTALI (1943-45)

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