IL RAPPORTO MATERNO – Il trauma della nascita

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Otto Rank (Vienna, 22 aprile 1884 – New York, 31 ottobre 1939).

IL RAPPORTO MATERNO – Il trauma della nascita

 

Considerando quanto Freud ha detto sul passaggio del bambino e della bambina dalla fase preedipica a quella edipica, si è commesso l’errore di dimenticare che la percezione originaria della mancanza è un’esperienza principale sia nell’uomo, sia nella donna. Ciò che va elaborato, per accogliersi, è la ‘castrazione’ iniziale, cioè il distacco da un’unione fusionale con la madre. L’idea della fusione, e il tentativo di ripristinarla, porta inevitabilmente uomini e donne a uno scacco. Occorre invece lasciare che la mancanza sia. Da ciò si impara che la vita non si fonda sull’avere, sul possesso, sul mito della rifondazione, ma sulla ricostituzione del fondamento primo: la madre.

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Ferenczi era affetto da paranoia progressiva. Vive, come Reich, coinvolgentemente gli anni della grande speranza socialista.

Vuole piegare l’intervento psicoanalitico alle esigenze di economia e di efficienza di una più estesa utenza, salvaguardandone però la dignità scientifica.

È riguardoso rispetto alle condizioni sociali che inducono la nevrosi, ed è convinto che la rimozione delle pulsioni sessuali producano energie psichiche idonee ad essere manipolate dall’autorità e quindi ostili al progresso civile.

Ferenczi sostiene che l’arte di conoscere gli uomini si è trasformata in mestiere.

L’analisi procede in modo imprevedibile, dall’interazione irripetibile del terapeuta e dell’analizzato, presenza attiva a cui spetta di decidere il momento del fare.

È molto preoccupato per gli effetti persecutori del transfert negativo da lui stesso sperimentati. Convinto che il trauma più acuto risalga al rapporto del bambino con la madre, nel corso della primissima infanzia, Ferenczi tende a ricreare le stesse condizioni che l’hanno provocato.

Inibisce al paziente l’esaudimento di elementari bisogni, comportandosi come il genitore frustrante, per accrescere l’accumulo tensionale e provocare la scarica attraverso derivati come il tic, le balbuzie, i movimenti non intenzionali, che Freud aveva sottovalutato.

Vede nelle espressioni corporee un sapere ed un piacere.

Nel sintomo vi è un’economia di godimento che va indagata e ricostruita.

Il sintomo è una regressione ad azioni autoerotiche causate da inconsce carenze affettive, che devono essere colmate dall’analista con una disponibilità e un amore tipicamente materni.

Ferenczi giunse a baciare e ad accarezzare il paziente, perché secondo lui, analista e analizzato partecipano al processo terapeutico come esseri viventi complessivi.

Il corpo, come la mente, ha un linguaggio, un sapere, un patrimonio di ricordi.

Questo gli valse l’anatema di tutto il movimento psicoanalitico, Freud compreso, perché violò la regola analitica che riconosce come unico mezzo la parola.

Secondo Ferenczi, la sessualità tende a ristabilire l’unità con il corpo materno ed è il coito il tentativo più riuscito di regressione alla situazione intrauterina, quando non si è ancora verificata la frattura fra mondo interno e mondo esterno.

Tutta la sessualità pregenitale si organizza in funzione della genitalità che risolve in sé le pulsioni parziali.

L’organo genitale maschile, investito dell’intero rapporto libidico, rappresenta l’ego, l’oggetto della prima identificazione narcisistica.

Lo sviluppo della sessualità culmina nella fase genitale con l’atto sessuale che realizza il piacere del corpo, la sua maturità ed il raggiungimento del senso di realtà.

Ferenczi tenta di ricondurre il desiderio dell’uomo per il grembo femminile all’arcaica nostalgia dell’oceano provata dai primi maschi umani costretti alla vita terrestre.

Nel rapporto sessuale l’uomo riproduce realmente, seppur simbolicamente, l’agognato ricongiungimento al corpo materno e al liquido delle origini.

Il coito perciò scarica le pulsioni pregenitali e ripete l’evoluzione della specie.

Vengono rivissute anche le fasi evolutive dell’individuo, come la catastrofe del parto.

Il neonato sperimenta il parto in modo angoscioso, come frantumazione dell’unità originaria; il coito invece celebra la ricomposizione ed il superamento vittorioso del dramma.

Ferenczi sostiene, non senza qualche difficoltà, che anche la donna può soddisfare il suo desiderio di ritorno al corpo materno, identificandosi con l’uomo prima, con il feto poi.

Nell’atto sessuale si attua l’organizzazione dell’economia pulsionale e, in funzione della genitalità, si rivivono le fasi salienti del processo evolutivo individuale, si ricapitolano le grandi catastrofi dell’evoluzione biologica.

Ferenczi fantastica che vi sia una conoscenza inconscia della nostra discendenza dai vertebrati acquatici.

In “Thalassa”, ardita opera imprudente e senza disciplina intellettuale e rigore analitico, Ferenczi propone soluzioni più suggestive che convincenti nel tentativo di preparare un sistema di investigazione universale, all’avvio dell’analisi, che unifichi le scienze della natura e dell’uomo. Tenta di rappresentare la dimensione individuale e quella non individuale dell’inconscio nella loro reciproca interazione.

In lui domina incontrastata la fantasia per la natura di prodotto politico della sua opera, anche se non ebbe un seguito dichiarato, una scuola.

Ferenczi formulò per primo il concetto di introiezione, definita come estensione dell’interesse originariamente autoerotico al mondo esterno, mediante l’inclusione dei suoi oggetti nell’io.

Come Ferenczi avverte la necessità di fondare la teoria su di un trauma reale, Rank abbandona la tecnica freudiana per sperimentare nuove vie terapeutiche, convinto dell’opportunità di estendere la preparazione analitica ai non medici e la cura ai meno abbienti.

Rank osserva che la posizione stessa dell’analizzato nel corso del trattamento, sdraiato sul divano, riattualizza la situazione passiva del feto nel grembo materno.

Il transfert è la regressione alla prima relazione oggettuale, allo scopo di amministrare e provocare il distacco.

Rank fonda la psicanalisi sulla soglia tra il biologico e lo psichico, ponendo il trauma della nascita nel luogo della casualità generale permettendoci di cogliere il nocciolo dell’inconscio.

Tutta la dinamica psichica è finalizzata al superamento dell’angoscia originaria e le manifestazioni dello spirito umano possono essere spiegate come tentativi di ricomporre l’unità lacerata da quel punto fatale, da quel primo fatale distacco.

Rank ricollega al parto nevrosi, psicosi, perversioni, e i miti, i riti, le religioni e le arti.

Tutta la cultura ruota intorno a questo fatidico trauma che è una spiegazione onnipotente.

Privilegia il rapporto materno, biologicamente fondato sulla felice intimità intrauterina, a scapito del legame col padre, molto più tardivo e di natura esclusivamente fantastica.

Dimostra che i miti sono l’espressione di fantasie infantili e la proiezione di desideri pregenitali. Analizzando sia l’opera di Mozart, il Don Giovanni, sia la sua autobiografia, dimostra che il dongiovannismo non è che una metonimia dell’amore materno, l’unico, l’impossibile e che la rivalità tra gli uomini per il possesso di una donna è solo una riattualizzazione del conflitto edipico.

Rank interpreta il disagio dell’io come perdita di identità per la crisi di una cultura e di una civiltà. Rank colse la parte rimossa dell’io nella figura del sosia, del doppio, che ritorna alla coscienza con un messaggio mortale.

Rank ritiene che la volontà del paziente sia una positiva forza organizzatrice capace di reintegrare nell’io le pulsioni e di sublimarle nella creatività.

 

©, 2009

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