TEORIE FEMMINILI SULLA FEMMINILITA’ – Il disagio della civiltà

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TEORIE FEMMINILI SULLA FEMMINILITA’ – Il disagio della civiltà

 

Il modello universale dell’eccellenza umana, imperniata sulla centralità del soggetto maschile, com-prende e informa, costantemente e incessantemente, la cultura, il pensiero, i contenuti, gli atteggiamenti, che vengono trasmessi anche quando la discriminazione esplicita diventa latente, traducendosi in ormai esacerbate e note dinamiche discriminatorie e di segregazione. La critica femminista ha confutato i contenuti patriarcali del principio costituzionale di uguaglianza come il carattere prevalentemente androcentrico della storia del pensiero filosofico, psicanalitico, e della tradizione culturale.

Secondo Freud, il transfert che si stabilisce con un’analista donna è idoneo ad esplorare le fasi preedipiche dello sviluppo, attualizzando il legame materno. Secondo Helen Deutsch la psicologia della donna è un derivato sostanzialmente universale ed immodificabile della sua situazione anatomica e della sua fisiologia. L’organizzazione della libido della donna appare strumentalizzata dalla funzione riproduttiva. Secondo Karen Horney l’anatomia non è un destino, e sono i condizionamenti sociali e culturali, non le pulsioni, che giocano un ruolo determinante. La Horney denuncia l’ottica di parte con cui è stato costruito il modello psicanalitico di femminilità e, nella sua opera “Psicologia femminile” del 1924, l’invidia del pene, che per Freud è un dato di fatto, è una conseguenza della situazione di inferiorità della donna, indotta da tutto il contesto ambientale operante sul suo sviluppo. La Horney propone che la psicanalisi esca dal privato confrontandosi criticamente con la sociologia e l’antropologia. La Deutsch sarà considerata il portavoce della psicanalisi ortodossa sulla questione femminile, mentre la Horney sarà allontanata nel 1941 dalla società di psicanalisi. Ernest Jones,invece, riuscì a dissentire dalle teorie freudiane senza urtarne l’ortodossia, notando che le osservazioni degli uomini analisti sulla sessualità femminile sono viziate da una sorta di fallocentrismo, minimizzando le esperienze psichiche femminili. Ricostruì uno specifico sviluppo della sessualità della bambina, autonomo rispetto a quello del bambino, vedendo nel timore di castrazione il simbolo della “aphanisi” (il soggetto del desiderio minacciato di cancellazione), costituita per tutti, dalla paura della perdita di ogni possibile piacere sessuale. Maria Bonaparte considera la passività non come un dato di fatto, bensì come una posizione da raggiungere con il sacrificio delle pulsioni erotiche pregenitali. La donna è in una situazione di svantaggio rispetto all’uomo perché possiede un minor patrimonio libidico ed è soggetta ad un più complesso processo evolutivo. Questo spiega l’immaturità del suo super ego e le frequenti difficoltà della vita sessuale. La frigidità femminile è anche provocata dalla cultura patriarcale che reprime la sessualità della donna. Lou Andreas Salomè teorizza un’esperienza complessiva femminile senza però legarla ad alcuna specificità biologica, caratterizzata dalla felicità di un erotismo che basta a se stesso, di un narcisismo che si appaga nell’autocontemplazione. Il dibattito sull’evoluzione della donna, verso la maternità, svoltosi tra le due guerre, rimase sporadico e frammentarioLuce Irigaray denuncia l’impossibilità del pensiero occidentale di pensare il diverso. Il nostro pensiero poggia sul principio di non contraddizione e, se il sesso maschile è, quello femminile non è, perché così vuole la logica delle preposizioni. La Irigaray venne anche lei allontanata dal Dipartimento di psicanalisi della Università di Vincennes nel 1974, per la sua mancanza di etica. Partendo dal presupposto che il femminile ha luogo solo in modelli e leggi maschili, cercò di vedere l’essere femminile nella sua specificità e pluralità contrapposta all’unità fallica. Centrale qui è il rapporto con la madre, momento fondante nella costruzione dell’identità sessuale femminile. Irigaray sostiene che all’origine della civiltà ci fu un assassinio più arcaico del parricidio, quello della donna-madre, che costituì l’atto inaugurale della società maschile, fondata sulla negazione del femminile. La Irigaray incita il movimento delle donne a recuperare il legame con la madre e l’amore per se stesse e per le altre donne, normalmente sacrificato all’amore del lui e alla competizione per la conquista dell’uomo, attraverso la cultura tradizionale, per lacerare il discorso maschile e per trovare modalità alternative di rappresentare e dare voce al femminile.

La psicanalisi si occupa di una sessualità in quanto storia, tracce di vicende remote, un sistema di rapporti interpersonali che rimandano costantemente, dal corpo, ai fantasmi del passato, dell’immaginario; dalle scene primarie ai vissuti individuali, dalla famiglia alla società, dall’uomo alla donna. La sessualità non è una, ma un coagulo di pulsioni parziali contraddittorie, non è più regolata dagli schemi fissi della naturalità animale, si svolge tra la pluralità delle fonti, l’intercambiabilità degli oggetti e la labilità del fine. La meta della soddisfazione le è preclusa in se stessa, dalla propria natura anarchica. Freud analizza il rapporto tra natura e cultura e deduce che nessuna conquista dell’uomo sarebbe possibile senza una costante sottrazione di energie sessuali: la civiltà tende ad aumentare le sue richieste di sacrifici pulsionali. Nella sua famosa opera “Totem e tabù” del 1912, Freud opera un confronto tra la struttura psichica individuale, l’Edipo, e le strutture sociali, nucleari, messe in luce dall’antropologia evoluzionistica: il totem e il tabù. Freud interpreta l’animale totemico come una simbolizzazione del padre, e traduce il tabù come l’interdizione edipica, ossia “non ucciderai il padre, non amerai la madre”. Freud, stabilendo un’analogia tra il nevrotico moderno ed i selvaggi primitivi, si interroga anche sull’origine dell’orrore per l’incesto. Riprende la ricostruzione proposta da Darwin, per cui l’uomo primitivo sarebbe vissuto in piccole comunità (orde) in cui un solo maschio adulto possiede tutte le femmine, scacciando i figli rivali. Da allora, un sistema di divieti regola i rapporti sociali ma, poiché il desiderio incestuoso continua a riproporsi, la vicenda viene ripetutamente paralizzata nella società attraverso i miti e nella storia individuale, attraverso l’immaginario edipico. Secondo Freud, la religione stessa può essere fatta risalire a queste prime vicende. L’uccisione del padre libera, esasperando, le componenti libidiche, provocando sentimenti di nostalgia, e la conseguente idealizzazione della figura paterna. Nel 1915, turbato dalla guerra, Freud cerca di interpretarla con l’analisi e, nelle “Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte”, rivela che il comportamento della società moderna è analogo a quello dei popoli primitivi: l’azione vietata ai singoli diviene lecita quando si fa opera collettiva. Nell’inconscio permane un’aggressività mortale, della quale cogliamo il senso di colpa come conseguenza.

Nel saggio “L’avvenire di un’illusione” del 1927, Freud tenta l’impresa di smantellare, con la critica dell’analisi, la necessità della religione, che vede come un narcotico con il quale l’uomo controlla la sua angoscia, ma rende insensibile la mente. Freud non ha dubbi: il fine dell’uomo è la felicità intesa sia come assenza di dolore, sia come fruizione del piacere, fine che si rivela impossibile. La labilità è una caratteristica intrinseca di qualsiasi piacere che, prolungandosi all’infinito, finisce per scomparire. Per provare piacere risulta necessario che ci sia stata prima deprivazione, e l’intensità del godimento è direttamente proporzionale a quella della sofferenza provocata dal bisogno. L’infelicità, così, è componente essenziale della felicità.

La vita dell’uomo è costantemente minacciata dal deperimento organico, dalle forze distruttive della natura e dalle relazioni con gli altri uomini, le più sofferenti. L’organizzazione sociale si configura all’analisi psicologica come una pericolosa minaccia. Con il termine Kultur, civiltà, Freud intende l’insieme delle norme e delle istituzioni che regolano la distribuzione dei beni. Con il patto sociale, l’uomo rinuncia alla felicità in cambio della sicurezza. La società, infatti, per costituirsi e mantenersi, deve sottrarre energie libidiche individuali. Ne “Al di la del principio di piacere” del 1920, Freud aveva ipotizzato, accanto alle pulsioni sessuali, un’ antagonistica pulsione di morte. Ne “Psicologia delle masse e analisi dell’io”, Freud cerca le motivazioni che spingono gli individui a comportarsi diversamente quando sono insieme, rispetto a quando invece sono isolati. Si tratta di rapporti amorosi sublimati, che uniscono l’individuo alla massa e la massa al loro capo, riproducendo i legami tra i figli e il padre nella famiglia primitiva. Nel capo, Freud scorge la corrispondenza con una istanza interna alla personalità, con l‘io ideale. Il bambino, di fronte alle proibizioni dei genitori, non potendo aggredirli, interiorizza l’aggressività che essi provocano e la riversa sul proprio io. La rinuncia pulsionale viene gestita da una istanza interna, da una coscienza morale astratta, il super io, le cui pretese, paradossalmente, aumentano sempre più. Essere uomini civili significa rinunciare ad una gestione libera, spontanea e felice della sessualità e dell’aggressività. A livello cosciente, la rinuncia pulsionale viene mascherata dalla razionalizzazione e, nell’inconscio, essa permane come una protesta disperata e soffocata, che si presenterà sotto forma di malessere diffuso, appunto il disagio della civiltà.

Spesso, lo sfruttamento della libido da parte della civiltà, causa nell’individuo una situazione di nevrosi, di cui egli scorge solo le componenti personali, non il più vasto contesto storico e sociale. Contro l’angoscia ineliminabile prodotta dall’impossibilità dell’uomo e della donna di vivere isolati e l’insofferenza per la vita di gruppo, il soggetto ha trovato alcuni rimedi, tra cui la droga, che agisce sull’apparato sensitivo e inibisce il dolore, provoca piacere, comportando però uno spreco di energie vitali. Secondo il principio di realtà, occorre abbandonare la ricerca immediata del piacere, per investimenti a lungo termine, ma più sicuri e redditizi. Esso opera in due sensi, nella modificazione del mondo esterno e nella elaborazione dell’economia psichica interna, che si implicano a vicenda. A seconda del prevalere di una o dell’altra, ogni individuo attua scelte intenzionali diverse: alcuni si dedicano all’arte e alla cultura, altri ancora negano o fuggono il mondo come gli eremiti, altri si rifugiano nella pratica religiosa. La soluzione, però, più generalizzabile, consiste nell’amore verso il prossimo, da cui derivano alcune delle gioie più grandi della vita; ma l’oggetto d’amore è sempre minacciato di perdita e non resta che moltiplicare gli oggetti d’amore che però sono incompatibili con le esigenze della relazione erotica. A Freud questo appare come un goffo tentativo di celare le componenti aggressive delle relazioni tra gli uomini. I surrealisti francesi definirono l’inconscio come il luogo incontaminato, il paradiso perduto, l’assoluto positivo, ma Freud non condivise queste ipotesi.

 

©, 2008

 

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