COMUNICARE E’ UN ATTO D’AMORE

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ENZO FUNARI - LA CONVERSAZIONE - fenomenologia della vita psichica

COMUNICARE E’ UN ATTO D’AMORE

Poter comunicare, essere in grado di varcare quello spazio vuoto che ci separa dagli altri, e farci incontrare, in un dialogo che dischiuda reciprocamente gli animi, è un desiderio, e un bisogno, che non sempre trova appagamento. Spesso, comunicare è difficile. Molto spesso, impossibile. Sempre, potremmo dire, reso difficoltoso da quel grado di incomunicabilità che c’è fra gli esseri umani.

“Ascolto il tuo cuore, città”.

E’ una frase celebre, del pittore e scrittore Alberto Savinio.

Anche una città ha un cuore, ci comunica qualcosa, qualcosa che noi possiamo ascoltare.

Attraverso lo sferragliare dei tram, il rombo soffuso dei mezzi, le luci che alla sera si accendono sulle strade, negli edifici, a testimoniare la vita, la laboriosità, forse anche l’amore fra le persone.

Attraverso le facce, le moltitudini di gambe che camminano; e se ascoltiamo questo cuore che ci parla, anche nella moltitudine, estranea e caotica, forse ci sentiamo partecipi di un cuore grande, ci sentiamo meno soli nell’universo.

 

Pinacoteca di Brera: Alberto SAVINIO – La cité des promesses

 

Ascoltare, è sinonimo di essere nella relazione; non essere dunque isolati.

Per ascoltare non bastano le orecchie, ci vuole anche un cuore. Le orecchie registrano il messaggio, il segno; il cuore lo amplifica, gli dà sentimento, colore, musica, lo fa vibrare in noi, genera quella che si chiama EMPATIA.

Se le orecchie non sono collegate al cuore, non c’è empatia, l’ascolto è FREDDO, impartecipe, noi non vibriamo.

Vi ricordate quel videogame degli anni ’80, in cui, dall’alto, dei tasselli di tutte le forme cadevano verso il basso, e dovevano andarsi a incastrare in uno spazio vuoto della stessa forma?

L’ascolto è proprio questo: collocare in noi, quello che l’altro ci sta dicendo, comunicando, non solo a parole, ma anche con lo sguardo, le movenze del corpo, con tutta la sua persona. Quel tassello lo dobbiamo collocare in uno spazio che è disponibile in noi, perché è della stessa forma. L’empatia è proprio questo, avere uno spazio disponibile, in noi, della stessa forma di ciò che ci sta provenendo dall’altro.

Abbiamo tutti, dentro di noi, uno spazio adatto all’ascolto. Basta liberarlo. Renderlo disponibile.

Spesso la vita ci impone, invece, di riempirlo di cose che non ci permettono di ascoltare l’altro. L’incessante sollecitazione che subiamo dall’ambiente, immette in quello spazio – che sarebbe destinato all’ascolto – delle cose, che sono preoccupazioni, ansie, aspettative nostre, personali, individuali, che ci chiudono all’ascolto.

Come liberare quello spazio?

“Ascolto il tuo cuore, città”.

Ci avete mai provato?

Avete mai provato, in tram, in metrò, per strada, ad ascoltare il cuore della città?

Esso ha un linguaggio tutto proprio. Ma se il nostro spazio è occupato da altro, esso non ci giunge. Il soffuso rumore del traffico, ci pare un frastuono assordante. Il cicaleccio delle persone in metrò, ci dà fastidio, ci pare una spiacevole interferenza. Perché? Ma perché siamo concentrati sui nostri problemi personali, e il prossimo ci dà fastidio, lo consideriamo quasi un intralcio al raggiungimento dei nostri scopi personali, magari lo spintoniamo, senza nemmeno chiedere scusa, per uscire prima.

Osserviamo invece il volto di chi ci sta di fronte in metrò. E’ un volto che ci parla. E’ il volto della città che ci parla, il suo cuore che, finalmente, noi stiamo per un momento ascoltando. Perché ci siamo liberati dei nostri problemi, e li abbiamo proiettati, quindi condivisi, con questa persona a noi estranea. Estranea, perché non conosciamo il suo nome, cognome, la sua storia, ma non separata da noi. Noi non siamo separati da questa persona. Qualcosa sicuramente ci unisce. Se non altro, questo tratto fatto insieme in metrò. Ella avrà dei problemi diversi dai nostri, ma è destinata a quella meta ultima che, in fondo, ci rende tutti molto vicini.

Prima della nascita del tempo, prima della cacciata dal Paradiso, l’uomo viveva in una fusione con la Natura. Erich Fromm, ne “L’arte di amare” ci spiega che, con la cacciata dall’Eden, Adamo ed Eva si accorgono di essere nudi, e provano vergogna.

Dopo che l’uomo e la donna sono diventati consci di se stessi, si sono accorti della loro diversità, in quanto appartenenti a sessi differenti. Ma, pur riconoscendo la loro separazione, essi restano estranei, perché non hanno ancora imparato ad amarsi (…). In questa consapevolezza dell’umana separazione, senza la riunione mediante l’amore, sta la fonte della vergogna. E nello stesso tempo è fonte di colpa e di ansia.

Questo profondo bisogno dell’uomo, dunque, è il bisogno di superare l’isolamento, di evadere dalla prigione della propria solitudine (Erich Fromm, “L’arte di amare”). Non esiste separazione fra gli individui, così come ci ha spiegato anche Panikkar, senza che vi sia uno squilibrio, e quindi una qualche forma di ingiustizia.

La fondamentale, più importante ricerca che l’uomo compie sin dalla nascita del tempo, è questa riunione col tutto, da cui si sente tragicamente separato. Una separazione che si rinnova sempre, ad ogni nascita, tra il feto e il grembo materno. Ogni uomo rivive la tragedia di Adamo, quando nasce e viene separato dalla madre. E “gettato nel mondo”, secondo il pensiero di Jean Paul Sartre.

Otto Rank ci ricorda che il trauma della nascita si rinnova sempre, ad ogni tappa evolutiva che si presenta nella vita dell’essere umano. Quando affrontiamo un grave cambiamento, un rinnovamento importante, noi riviviamo il trauma della nascita, con sensazioni che possono andare da un leggero soffocamento alla gola, all’ansia, le stesse sensazioni di soffocamento che prova il feto, durante il parto, e il passaggio nel condotto vaginale da cui sta faticosamente fuoriuscendo. Il trauma del nascere, o del rinascere, gioca un ruolo importante nella comunicazione, perché ci pone di fronte alla nostra separatezza, alla nostra separazione dal tutto primigenio, e quindi nella posizione di dover cercare un interlocutore, un altro con cui unirci, ri-unirci.

Questo ci dimostra che comunicare, ASCOLTARE, è soprattutto un atto D’AMORE.

©, 2012

 

DAL MACROCOSMO, AL MICROCOSMO – AMARE E PROGETTARE

 

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