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La necessità di leggere gli scrittori russi assume oggi più valore che in passato

La necessità di leggere gli scrittori russi assume oggi più valore che in passato
Odessa la Napoli d’Oriente
premessa musicale con La Mela di Odessa degli Area 1975:
C’era una volta una mela a cavallo di una foglia.
Cavalca, cavalca, cavalca
insieme attraversarono il mare.
impararono a nuotare.
Arrivati in cima al mare, dove il mondo diventa mancino, la mela lasciò il suo vecchio vestito e prese l’abito da sposa più rosso, più rosso.
La foglia sorrise, era la prima volta di ogni cosa.
Riprese la mela in braccio, e partirono.
Giunsero in un paese giallo di grano pieno di gente felice, pieno di gente felice!
Si unirono a quella gente e scesero cantando fino alla grande piazza.
Qui altra gente si unì al coro.
“Ma dove siamo? ma dove siamo?”
Chiese la mela.
“Se pensi che il mondo sia piatto allora sei arrivata alla fine del mondo. Se credi che il mondo sia tondo allora sali, e incomincia il giro tondo!”
E la mela salì, salì, salì, salì, salì.
La foglia invece salutò, salutò, salutò.
Rientrò nel mare e nessuno la vide più.
Forse per lei, mah, il mondo era ancora piatto.
….Vicino al mare dove il mondo diventa mancino….Se credi che il mondo sia tondo, allora sali,sali! E incomincia il giro tondo!
 
Essenzialmente è una metafora politica; come primo indizio trascrivo ciò che Stratos disse poco prima di cantarla nel concerto che si trova nell’album Are(A)zione, anche se questa introduzione si trova nel brano precedente a causa di una erronea separazione delle tracce nel cd ( :< ) (nella canzone Luglio, agosto, settembre (nero)). “Questo pezzo trae spunto da un fatto successo nel 1920, cioè quando un artista, un dadaista di nome Apple dirottò una nave tedesca regalandola ai russi, che avevano appena fatto la rivoluzione. La portò ad Odessa, i russi fecero una grandissima festa, fecero saltare sia la nave sia i tedeschi, e questo pezzo si chiama La mela di Odessa”.
C’era una volta una mela a cavallo di una foglia.
Cavalca, cavalca, cavalca
insieme attraversarono il mare.
impararono a nuotare.
 
–> il dadaista portò la nave ad Odessa
Arrivati in cima al mare, dove il mondo diventa mancino, la mela lasciò il suo vecchio vestito e prese l’abito da sposa più rosso, più rosso.
La foglia sorrise, era la prima volta di ogni cosa.
 
–> in cima al mare il mondo diventa mancino: all’apice del mondo, in alto, in cima, ad un livello elevato, vi è la sinistra. la mela cambia vestito e prende il rosso: il popolo russo fa la rivoluzione, per la prima volta.
Riprese la mela in braccio, e partirono.
Giunsero in un paese giallo di grano pieno di gente felice, pieno di gente felice!
Si unirono a quella gente e scesero cantando fino alla grande piazza.
Qui altra gente si unì al coro.
“Ma dove siamo? ma dove siamo?”
Chiese la mela.
 
–>arrivano nei campi della russia, dove la gente è felice. La mela si chiede dove si trova
“Se pensi che il mondo sia piatto allora sei arrivata alla fine del mondo. Se credi che il mondo sia tondo allora sali, e incomincia il giro tondo!”
 
–>se pensi che il mondo sia piatto: se hai una visione ottusa, se sei di destra e conservatore, allora avanti non c’è più nulla: il mondo è piatto, e sei arrivato alla fine del mondo, oltre non c’è nulla, non c’è niente più avanti.
se credi che il mondo sia tondo: se sei di sinistra e dalla mente aperta (poichè, ovviamente, la prima non implica la seconda necessariamente) allora tutto è un circolo, la terra è tonda, non vi sono limiti, si può sempre andare avanti, ecc.
E la mela salì, salì, salì, salì, salì.
La foglia invece salutò, salutò, salutò.
Rientrò nel mare e nessuno la vide più.
Forse per lei, mah, il mondo era ancora piatto.
 
–> la mela pensava che il mondo fosse tondo, ed andò avanti. la foglia ottusa invece si fece indietro, ed addirittura arretrò (i sinistri che appena fatta la rivoluzione, uccidono i tedeschi dimostrando ben poca sinistra in loro e, quindi, una mente ottusa).
nella versione live, Stratos aggiunge un piccolo dettaglio maggiormente esplicativo nel testo, che diventa: la foglia invece non aveva capito, e salutò, salutò, salutò..
Spero di avere fatto un pò di chiarezza; nel testo i riferimenti all’avvenimento di Odessa vanno e vengono, non sono persistenti in tutta la traccia, in alcuni momenti si allarga e fa un discorso generale, inoltre è interpretabile in molti modi. spero che vi facciate avanti in tanti con critiche e suggerimenti sull’interpretazione, chi vuole lasci un commento e magari lo utilizzerò anche per modificare questo commento stesso nel caso io lo condivida :].
PUBBLICATO DA VNSMATRIX 

Anna Karenina (Lev Tolstoj): Io penso – disse Anna, giocando con un guanto che si era tolto – io penso… se è vero che ci sono tante sentenze quante teste, così pure tante specie d’amore quanti cuori.
Il giocatore (Fedor Dostoevskij): Gli uomini, non soltanto alla roulette ma ovunque, non fanno altro che togliersi o vincersi qualcosa reciprocamente.
Le anime morte (Nikolaj Vasil’evič Gogol’): La sete di possedere è causa di ogni male: fu per essa che accaddero
tutti i fatti che il mondo chiama poco puliti.
1)
La necessità di leggere gli scrittori russi assume oggi più valore che in passato. Non è cancellando i simboli di questa grande cultura, tappando la bocca agli scrittori e agli artisti russi, che si ferma la guerra in Ucraina o si punisce Putin. L’embargo e le sanzioni non devono colpire la Cultura – o gli scrittori e gli artisti russi – che è un immenso bene comune, sul quale tutti i popoli hanno sempre costruito la loro vicinanza, più che la loro ostilità. Lasciamo da parte gli scrittori, i musicisti, gli artisti russi, e colpiamo piuttosto le banche e gli oligarchi di quel malgrado tutto immensamente importante Paese.
Più che mai oggi che la guerra lambisce l’Europa, e gli orrori si ripetono dopo 70 anni di pace apparente, è massimamente importante dare valore alla Cultura, non dimenticando gli scrittori russi. Se dovessimo seguire i dettami della cancel culture, dovremmo bruciare in un falò da notte dei cristalli tutti i libri russi, nonché i quadri dei grandi maestri della pittura come Vasilij Vasil’evič Kandinskij, contenuti in collezioni pubbliche e private, e macchiarci di quello stesso orrore hitleriano che la notte tra il 9 e il 10 novembre del 1938 avverava la profezia del poeta Heinrich Heine, il quale, quasi un secolo prima, aveva ammonito: “Ricordatevi che prima si bruciano i libri e poi si bruciano gli uomini”.
Restiamo dunque umani, e leggiamo gli scrittori russi, come quelli americani, olandesi, tedeschi (abbiamo forse messo al bando Goethe perché la Germania si è poi macchiata dello sterminio degli ebrei?)
Non cediamo alle fascinazioni orwelliane (e hitleriane) da Grande Fratello, non schieriamoci coi prepotenti, non facciamo il loro stesso gioco, e viviamo sino in fondo nella democrazia di cui siamo orgogliosi, senza censurare aspramente e a casaccio gli scrittori russi solo perché russi, appartenenti a una nazione in guerra. Gli scrittori russi come Dostoevskij che responsabilità hanno delle scelte di Putin?
Un fatto clamoroso e grottesco segna in questi giorni il mondo accademico italiano:
Mentre l’Università Nazionale Karazin, tra le più importanti e antiche dell’Ucraina, veniva distrutta dalle bombe nel centro di Charkiv, dalle nostre parti qualcuno di molto illuminato all’Università Bicocca di Milano decideva di sospendere un corso dello scrittore Paolo Nori su Dostoveskij. Per prudenza, diceva, per «evitare qualsiasi polemica in quanto momento di forte tensione». (https://www.tempi.it/leggere-i-russi-per-restare-umani-meno-ideologia-piu-dostoevskij/.)
Meno ideologia, più Dostoevskij. Invece di cancellare gli scrittori russi bisognerebbe leggerli.
Il caso Dostoevskij della Bicocca, insieme a tanti altri di questi giorni, come quello del fotografo russo Alexander Gronsky, che si è visto annullare la partecipazione al Festival della Fotografia Europea di Reggio Emilia (e contemporaneamente è stato arrestato a Mosca perché manifestava contro la guerra) o quello del regista Karen Georgievich la cui retrospettiva è stata cancellata dal Museo nazionale del Cinema di Torino, o quello del direttore d’orchestra Valery Gergiev che non si potrà esibire alla Scala, sono forse meno distruttivi delle bombe sull’Università di Charkiv? Tutti colpevoli solo perché russi, in un contesto in cui la Russia sta insanguinando l’Ucraina? (https://www.tempi.it/leggere-i-russi-per-restare-umani-meno-ideologia-piu-dostoevskij).
La cultura russa, coi suoi capolavori artistici, è un universo sconfinato, che apre a mondi di struggimento infinito. Non dimentichiamoci nemmeno della sua grande filmografia. E’ con immensa tristezza che pensiamo a una sua possibile cancellazione. Capire, invece di cancellare.
Lo ricordava Aleksandr Solženicyn nella sua memorabile ma dimenticata lezione di Harvard (1978). In quel momento l’Unione Sovietica iniziava il suo declino e Solženicyn, che l’aveva combattuta in patria e per questo era in esilio, ne spiegava oltreoceano i tragici errori perché fossero a tutti di monito. Ma allo stesso tempo ammoniva l’Occidente contemporaneo di non essere tanto meglio per la sua “persistente cecità” che veniva da una “presunta superiorità”. Un mondo avviluppato in se stesso, l’Occidente, che era tutt’altro che un modello: «Si pensa che tutti gli altri mondi siano temporaneamente impediti (da leader malvagi o da gravi crisi o dalle loro barbarie e incomprensioni) di perseguire la democrazia pluralistica occidentale e di adottare il modo di vita occidentale. I paesi sono così giudicati sul merito del loro progresso in questa direzione. In realtà tale concezione è frutto dell’incomprensione occidentale dell’essenza degli altri mondi, ed è il risultato sbagliato del volere misurare tutto con il metro occidentale». (https://www.tempi.it/leggere-i-russi-per-restare-umani-meno-ideologia-piu-dostoevskij).
Tempi.it (https://www.tempi.it/berlusconi-putin-solzenicyn-ucraina/) riporta una fatidica lettera di Silvio Berlusconi del maggio 2015 al Corriere della Sera, che anche noi qui riportiamo:
«Caro direttore, l’assenza dei leader occidentali alle celebrazioni a Mosca per il settantesimo anniversario della Seconda guerra mondiale è la dimostrazione di una miopia dell’Occidente che lascia amareggiato chi […] ha operato incessantemente per riportare la Russia, dopo decenni di Guerra fredda, a far parte dell’Occidente. La scelta di non essere presenti a Mosca è prima di tutto una mancanza di rispetto al contributo decisivo della Russia alla vittoria su Hitler nel 1945. […] Naturalmente il regime di Stalin era un regime criminale, ma il sangue versato dai soldati russi (si calcolano 20 milioni di morti) per una causa che era anche la nostra meriterebbe ben altra considerazione. Quello che stiamo commettendo è un errore di prospettiva. Quella tribuna sulla piazza Rossa, sulla quale di fianco a Putin siederanno il Presidente cinese, il Presidente indiano, gli altri leader dell’Asia, non certificherà l’isolamento della Russia, certificherà il fallimento dell’Occidente.
Davvero pensiamo, dopo decenni di guerra fredda, che sia una prospettiva strategica lucida quella di costringere la Russia ad isolarsi? Costringerla a scegliere l’Asia e non l’Europa? Crediamo che questo renderà il mondo un luogo più sicuro, più libero, più prospero? Nell’attuale scenario geo-politico l’Occidente ha di fronte due sfide, quella economica delle potenze emergenti dell’Asia e quella politica e militare dell’integralismo islamico. Per sostenere queste sfide è fondamentale avere la Russia dalla nostra parte. Ciò sarebbe coerente d’altronde con la storia e la cultura della Russia, che è per vocazione un grande paese europeo.
Perché allora isolare Putin? Perché costringerlo ad alzare i toni della sfida con l’Occidente? Perché invitarlo a considerare la Federazione Russa una potenza asiatica? È vero, con la Russia ci sono delle serie questioni aperte. Per esempio la crisi ucraina. Ma sono problemi che è ridicolo pensare di risolvere senza o contro Mosca. Anche perché in Ucraina coesistono due ragioni altrettanto legittime, quelle del governo di Kiev e quelle della popolazione di lingua, cultura e sentimenti russi. Si tratta di trovare un compromesso sostenibile fra queste ragioni, con Mosca e non contro Mosca.
Certo, siamo consapevoli delle ragioni dei Paesi baltici che hanno sofferto l’espansionismo sovietico. È ovvio che dobbiamo farci carico della loro sicurezza. Ma tale sicurezza si garantisce meglio con una Federazione Russa parte integrante dell’Europa e dell’Occidente, o con una Federazione Russa asiatica, isolata e conflittuale?».
Alla luce di queste parole, l’Occidente poteva evitare questo immane disastro? Ancora una volta, la psicologia ci può venire incontro: isolare un maniaco paranoide, non ha forse l’effetto di renderlo più temibile e aggressivo?
Noi crediamo che, nei Governi, ci vorrebbero più scrittori, più artisti, più filosofi, più psicoanalisti. L’arte e l’autoconoscenza socratica (conosci te stesso – Socrate) sono l’unica medicina contro questi orrori. Dunque, più che mai, la necessità di leggere gli scrittori russi assume oggi più valore che in passato. Dopo trent’anni, potremmo riscoprire la lezione di Asimov «il buon dottore», padre degli scrittori russi espatriati, e analizzare con spirito oggettivo il presente cui siamo giunti: riconosciuto universalmente come umanista, progressista e convinto sostenitore della scienza, Isaac Asimov era anche consapevole dei suoi limiti, e non meno preoccupato per il destino del pianeta alla luce dell’ipotetico uso della bomba nucleare, rispetto al quale gli umani avrebbero un’unica via d’uscita: una dittatura tecnocratica che supplisca ai limiti della democrazia, alleata della cattiva politica e dei militari. Sue parole: “gli ideali in cui credo sono pace, libertà e sicurezza per tutti. Lo stato-nazione è obsoleto: abbiamo bisogno di un governo mondiale federale”.
Ma non possiamo essere convinti del tutto della bontà di queste parole. La tecnocrazia è un vecchio mito americano, che non ha portato a buoni frutti nel tempo. Un esempio ne è Elon Musk, che – solo grazie al potere tecnocratico – ora si permette di fare lo sbruffone intoccabile, come un qualsiasi oligarca del pensiero, una categoria di persone che se ne frega di tutto e di tutti. Abbiamo veramente bisogno di individui simili? Ce lo spiega Jill Lepore sul New York Times, scrivendo che il “muskismo” ha origine nel movimento tecnocratico che fiorì in Nord America negli anni Trenta, un movimento che ebbe come leader il nonno di Musk, Joshua N. Haldeman, un ardente anticomunista: “Come il muskismo, la tecnocrazia si è ispirata alla fantascienza e si è basata sulla convinzione che la tecnologia possa risolvere i problemi politici, sociali ed economici. I tecnocrati, come si definivano, non si fidavano della democrazia o dei politici, del capitalismo o della valuta”. Un nichilista?
Il nichilismo è certamente la cifra del nostro presente. E storicamente è nato proprio in Russia, fra scrittori russi come Dostoevskij e Turgenev. Non possiamo fare i conti col presente, se non facciamo i conti col nichilismo, e quindi con la letteratura russa.
Un’ottima analisi di questo affascinante problema storico-filosofico ce la offre il libro Il Nichilismo di Franco Volpi, con un focus proprio sulla genesi del concetto in seno alla letteratura russa nel 1800. L’Europa è intrisa di cultura russa, la cultura russa è intrisa d’Europa. L’anima russa entra in un grande romanzo europeo come La Montagna Incantata di Thomas Mann, nelle vesti di un suo personaggio femminile: Clowdia Chauchat, legata a un magnate che misteriosamente si suicida, fulcro simbolico di un subbuglio che sta sconvolgendo l’Europa, primo simbolo probabilmente della fine della Belle Epoque, ma anche delle prime forti contraddizioni della Repubblica di Weimar verso gli altri paesi europei. Ne La Notte di Lisbona Erich Maria Remarque indirizza le parole del monologo di un sopravvissuto ai disastri bellici alle orecchie di una discreta e misteriosa nobildonna russa in esilio. La Russia, nei romanzi europei del ‘900, assume spesso un valore simbolico, e viene ipostatizzata come donna o madre. O come confidente. 
Contatti fra l’Europa e la Russia sono testimoniati dalla vita di Joseph De Maistre, Ambasciatore del Re Vittorio Emanuele I di Savoia presso la corte dello Zar Alessandro I in Russia dal 1803 al 1817. Strenuo avversario della Rivoluzione Francese, nutriva il sospetto che l’uguaglianza e la fraternità, intese come eliminazione delle gerarchie sociali e culturali, producessero più facilmente conflittualità endemica che armonia diffusa. Per queste sue idee cercò protezione presso lo Zar. Fra i filosofi più bersagliati dalla sua critica, ci sono soprattutto Voltaire e Locke, illuministi che avevano causato la Rivoluzione Francese, considerata il peggiore dei mali ed un castigo per i peccati e la poca Fede dell’Europa e della Francia. Aleksandr Ivanovič Herzen, padre del populismo, e colui che si batté in Russia per l’abolizione della servitù della gleba, girò tutta l’Europa, e morì esule a Parigi nel 1870, dopo una vita trascorsa nell’amore per la libertà e la dignità umane, trasfuso in opere dove la Storia si unisce ai fatti personali, come Il passato e i pensieri, e le lacrime spese per gli ideali universali rendono le passioni umane il ponte che l’Uomo tende verso il sentimento collettivo. In questo pensiero, Herzen risente della sua amicizia con Mazzini e Garibaldi, Aurelio Saffi e Felice Orsini. Questi sono solo due esempi fra i tanti che si potrebbero fare del legame tra la cultura russa e quella europea, anche se su due sponde ideologiche diametralmente opposte. Vorrei citare un passo molto bello, tratto da Il passato e i pensieri, che offre un breve ma eloquente squarcio di come, agli inizi dell’800, cultura russa ed europea fossero amiche e unite, di come soprattutto la Francia fosse un punto di riferimento per l’aristocrazia russa, anche sotto un profilo educativo, in quanto la lingua usata negli ambienti raffinati di San Pietroburgo e Mosca era proprio il francese:
Il conte Quinçonat, vecchio magro, slanciato, alto e canuto, era il prototipo dell’uomo dai modi cortesi ed eleganti. Era già andato a Parigi, dove lo aspettava il titolo di pari, a rallegrarsi con Luigi XVIII, ed era poi tornato in Russia per vendere le sue proprietà. Per mia disgrazia, una sera il generale più cortese dell’esercito russo prese a parlare in mia presenza della guerra. “Voi dunque”, domandai con molta ingenuità, “avete combattuto contro di noi?” “Non, mon petit, non, j’étais dans l’armée russe.” “Come”, obiettai io, “voi, suddito francese, combattevate nel nostro esercito? Questo non è possibile!” (Herzen – Il passato e i pensieri – edizione italiana Feltrinelli, 1961).
Si voltò verso De-Grieux e gli spiegò in francese che io cercavo decisamente di provocare dei guai: così Dostoevskij ne Il Giocatore descrive una situazione in cui un personaggio russo parlava nella lingua preferita dall’aristocrazia dall’ora.
Molte famiglie aristocratiche disponevano per i figli precettori francesi, e la lingua tedesca non era estranea agli usi dei moscoviti. 
Rifiutare oggi in toto la cultura russa, significa anche rimuovere e chiudere gli occhi su duecento anni di storia europea, rinunciare a conoscerci, e a conoscere anche le ragioni di questa atroce guerra contro l’Ucraina. Infatti, volente o nolente, possiamo anche chiudere gli occhi e negare quella cultura, ma resterà il fatto che la Storia continuerà ad agire, e oggi sta agendo inesorabilmente anche con la voce della Chiesa Ortodossa russa, che puntualmente ci riporta alla negazione degli ideali libertari avversati da De Maistre:
così titola Tempi.it:
«Il patriarca Kirill è stretto tra due fuochi»
Stefano Caprio, docente di storia e cultura russa al Pontificio istituto orientale di Roma, spiega a Tempi cosa c’è dietro il discorso di Kirill e perché i vertici della Chiesa ortodossa faticano a opporsi al conflitto in Ucraina. Kirill ha affrontato il conflitto in Ucraina evocando «una lotta che non ha un significato fisico, ma metafisico», spiegando che le popolazioni del Donbass in particolare stanno subendo l’imposizione di una cultura occidentale che «viola la legge di Dio»: «Per entrare nel club di quei paesi è necessario organizzare una parata del gay pride», ha detto.
Professore, come si spiega l’utilizzo di toni così duri da parte del patriarca Kirill?
Quella di Kirill era una citazione della lettera che il monaco Filofej di Pskov nel XV secolo inviò al principe di Mosca per dirgli che lo zar deve difendere la Chiesa, la Russia e il mondo intero da tre pericoli. Innanzitutto l’eresia, compresa quella cattolica di Roma; in seguito l’invasione, con riferimento agli agareni, cioè ai musulmani che volevano invadere Constantinopoli; infine la sodomia, che era ritenuta la massima espressione dell’immoralità. Citando il gay pride, quindi, il patriarca di Mosca vuole certamente provocare la mentalità occidentale contemporanea, ma soprattutto riaffermare quella che è ritenuta essere la missione storica della Russia e della Chiesa russa, e cioè salvare il mondo dalla degradazione morale e dall’eresia.
Che visione dell’Occidente ha la Chiesa ortodossa russa?
Ritiene che la nostra cultura sia degradata, anche se di solito i toni utilizzati sono meno accesi. Il fatto che Kirill si sia espresso in questo modo dopo dieci giorni di silenzio lascia pensare che ci sia stata qualche pressione da parte del Cremlino. È vero che Kirill ha già usato toni simili in passato, ma solitamente sono altre personalità a parlare in questo modo.
Chi?
Il metropolita di Pskov, Tikhon, ad esempio. Lui è il padre spirituale di Vladimir Putin, quello che ha favorito la sua conversione e negli anni scorsi è spesso intervenuto utilizzando toni forti.
Il Patriarca ha messo l’accento sui valori di un’Europa decadente e debosciata, per appoggiare l’aggressione russa. Un’Europa secolarizzata e svalorizzata sotto il profilo spirituale, gli stessi disvalori che aveva messo in luce il filosofo controrivoluzionario De Maistre nel suo soggiorno russo.
Ma quali altri contatti vi sono tra la cultura europea e quella russa?
Dobbiamo tornare al concetto di nichilismo, in quanto è molto fecondo per questa analisi, e ci ricollega alle posizioni del Patriarca, in quanto il nichilismo è la cancellazione di ogni valore della tradizione.
Ci siamo, per tutto il ‘900 e nel presente, abituati a pensare e ad agire in maniera nichilistica, senza rendercene nemmeno conto, e senza conoscere l’origine di questo atteggiamento, nato soprattutto in Russia, e allargatosi nel resto dell’Europa nel 1900 grazie alla filosofia di Nietzsche e all’Opera di Fedor Dostoevskij. Nietzsche aveva profetizzato che, nei secoli a venire, saremmo stati assediati da un nuovo ospite: il nichilismo. Il quale non è solo una teoria o una scuola di pensiero che si apprende sui libri, ma soprattutto un atteggiamento naturale e inconsapevole dell’individuo moderno secolarizzato e privato del suo orizzonte spirituale. Ammettendo che lo spirito moderno-contemporaneo è nichilista, per via naturale e non indotta, è come riconoscere che siamo tutti figli di Dostoevskij.
Nel pensiero russo della seconda metà dell’800, i teorici del nichilismo si impegnarono in una rivolta ideale dei “figli contro i padri”, in una negazione del passato e dei valori costituiti, traghettando il nichilismo dall’ambito puramente filosofico, a quello sociale e letterario, un fenomeno che diverrà di portata generale, e, nel secolo successivo, europea.
Il nichilismo (russo) rinnegava il passato, condannava il presente, non vedeva un futuro. Potremmo azzardare che, da quel crogiuolo di agitazioni intellettuali nella vecchia Russia, che presto sarebbe esploso nella Rivoluzione d’Ottobre, abbia germinato quell’atteggiamento della stessa cultura occidentale di stampo anglosassone, che va sotto il nome di No Future, di cui ci sono molti esponenti nella letteratura e nella musica di stampo cyber punk. Gli scrittori russi sono padri e ispiratori della letteratura del’900 europeo, e americano. 
No future, negli anni Settanta, era lo slogan più diffuso tra le fila di quello che veniva chiamato “movimento punk” ossia di quel movimento che accomunava, nel rifiuto generalizzato e radicale della società e dei suoi modelli, migliaia di giovani in tutto il mondo (google).
Ciò che il nichilismo esaltava era l’individualità, soprattutto nel suo rapporto col potere, la rivolta contro il potere e le idee dominanti. Fu decisiva per la diffusione del nichilismo, fra gli scrittori russi, l’Opera di Turgenev, il quale mise in circolazione il concetto. Ma vi era una schiera di altri intellettuali la cui attività contribuì alla sua diffusione e ramificazione, tra cui Nicolaj A. Dobroljubov (1836-1861), e Dimitrij I. Pisarev (1840-1866). Il primo, lo ricordiamo per la sua critica dell’Oblomov (1856) di Ivan Aleksandrovič Gončarov, rappresentante della nobiltà passiva e conservatrice, una voce radicale che si faceva portavoce di un ideale democratico e progressista, che egli intendeva promuovere grazie alla letteratura e al romanzo.

Un’arte nuova e un uomo nuovo stavano per sorgere, dalle ceneri di un secolo, il XIX, che vede perdere la propria unità interna sotto i colpi delle rivoluzioni. L’unità spirituale e culturale dell’Ottocento si è spezzata (Mario De Micheli – Le avanguardie artistiche del novecento), e da questa frattura sta per sorgere un movimento che si esprime con le parole di Jules Michelet: “La generazione passata è stata una generazione di oratori, l’attuale sia di veri produttori, di uomini d’azione, di lavoro sociale. E d’azione in molti sensi. La letteratura, uscita dalle ombre della fantasia, prenderà corpo e realtà, sarà una forma dell’azione; essa non sarà più divertimento di qualche individuo, o di pigri, ma la voce del popolo al popolo” (…) “Da questo punto di vista, per Michelet, Daumeir era l’artista più significativo poiché la sua arte si rivelava proprio come una di quelle forme d’azione che egli auspicava. Convinto di ciò, Michelet gli scriveva: «Vedo con piacere avvicinarsi il giorno in cui, andando al governo il popolo e diventando perciò educatore, farà certamente appello al vostro genio. Molti sono piacevoli, ma voi solo avete la potenza. Ed è per mezzo vostro che il popolo potrà parlare al popolo»” (Mario De Micheli – Le avanguardie artistiche del novecento).

 

In questi prodromi culturali, si respira, come si vede, già aria di Rivoluzione Bolscevica.
2)

Ai pigri, ai dissertatori astratti, in quegli anni di combustione rivoluzionaria, si preferivano gli uomini d’azione, e la parola d’ordine, nelle arti, era “realtà”. Si usciva dalle ombre e dalle ubriacature soggettivistiche del romanticismo, e ci si avviava verso una nuova concezione dell’Arte, dell’artista, che, riprendendo le parole di Hegel, fosse comprensibile al popolo e vicino ad esso. Dalla metà del XIX secolo, si assiste in Europa al grande sviluppo del romanzo. La realtà diventa il problema centrale dell’analisi artistica, nasce il realismo come reazione al romanticismo, secondo il principio già enucleato da Goethe nei suoi colloqui con Eckermann, per il quale tutte le epoche in regresso e in dissoluzione sono soggettive, mentre tutte le epoche progressive hanno una direzione oggettiva. La direzione è segnata marxianamente dal flusso della Storia, quale luogo di scontro di forze spesso in opposizione. Nel romanzo viene a concretizzarsi la verità del moto storico e, nella realtà così intesa, si manifesta il movimento rivoluzionario delle forze popolari. Il poeta, l’artista, doveva essere l’oracolo che interrogava la realtà. Capace di rispondere alle domande più ardue, non più romanticamente immerso nel mondo dei sogni, ma immerso nello sviluppo storico del tempo, a tutto tondo. Interprete dei moti di cambiamento, di una rivoluzione che si concretizzò nel ’48, e rese l’Arte materia di trasformazione per l’uomo. A tali istanze fu legato il filosofo e critico letterario russo Belinskij, cui “questa scoperta della realtà dava quasi un senso d’ebbrezza” (Mario De Micheli – Le avanguardie artistiche del novecento). Durante l’inizio della sua carriera venne influenzato da Friedrich Schelling e Fichte e successivamente aderì alle posizioni della sinistra hegeliana (in particolare di Ludwig Feuerbach). La sua visione restò comunque in sostanza individualistica. Egli, pur facendo sue le premesse teoriche del socialismo, ne rifiutò in parte gli sviluppi politici, avendo timore che l’individuo potesse scomparire nella collettività (Wikipedia). La nascente arte del romanzo, infatti, poneva in essere – come ravvisato da Hannah Arendt in Vita Activa – il pericolo della massificazione. La necessità di leggere gli scrittori russi assume oggi più valore che in passato, per non dimenticarci che la cultura di massa, di cui siamo parte e siamo figli, dalla quale traiamo – tra i tanti mali che essa ha prodotto – anche immensi benefici, non può essere capita e analizzata sino in fondo, se si recide il legame culturale col mondo russo, che ne è stato il promotore. Gli scrittori russi hanno generato nell’arte del ‘900 il filone esistenziale, fondando il credo in una letteratura popolare destinata alle masse lavoratrici. 

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