Guerra e scatenamento della paranoia IL NEMICO E’ IN NOI STESSI

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Guerra e scatenamento della paranoia IL NEMICO E’ IN NOI STESSI

Guerra e scatenamento della paranoia IL NEMICO E’ IN NOI STESSI

 

Perché la guerra?”, si domandava Freud nel 1915.

L’Uomo nasce e vive in logiche di contrapposizione fra sé e gli altri. La sua tendenza alla violenza è innata. Pulsioni distruttive e aggressive albergano in tutti gli esseri umani. Negarlo, significa fare una spartizione moralistica e irrealistica fra buoni e cattivi. L’Uomo non è buono o cattivo in maniera innata, ma impara nel corso della vita – nei suoi primi anni, grazie all’ambiente in cui vive e all’educazione che riceve – a gestire queste proprie pulsioni. Gli istinti aggressivi muovono tutti noi in egual misura, e per trasformarli in energia e aggressività sana, a favore della vita anziché della morte, sono necessari il desiderio, la speranza e la fiducia.

Usciamo da due anni di grandi sofferenze, morti, povertà. Un flagello ha colpito l’Umanità negli ultimi due anni di pandemia. L’Umanità ne è uscita stravolta, sofferente, profondamente ferita. Gli animi ne sono stati inaspriti. L’aggressività è ricominciata a circolare in maniera elevata. È quando le masse sono in balia di questi malumori, che emergono pulsioni distruttive, che gli uomini cercano di individuare un emblema o un simbolo cui rifarsi per spazzare via il male, e questo, il più delle volte, è un uomo di grande potere. In queste situazioni, uomini di grande potere possono prendere il sopravvento e presentarsi al mondo come dittatori di ferro. Ed essi, come stiamo vedendo in questi giorni in Ucraina, sono capaci di qualsiasi efferatezza. Nulla li frena, nemmeno l’inevitabile impoverimento del proprio stesso paese, pur di affermare il proprio dominio su ogni cosa.

Quando le persone sono prive di speranza, di fiducia e di desiderio non possono riuscire a trasformare gli impulsi aggressivi in altri più altruistici e socialmente accettabili.

In questo quadro psicologico, avviene la ricerca individuale e di massa di un leader forte e inflessibile, capace di promettere protezione, potenza e rivincita. Un dittatore capace di suscitare l’odio e il dolore che vive in ognuno di noi. Un odio che verrà rivolto così verso l’altro e lo sconosciuto, percepito come minaccioso. Nella dimensione paranoidea, il diverso è il nemico, spesso designato.

Questo è ciò che sta succedendo in Ucraina. Un individuo che ha monopolizzato la politica russa dell’ultimo ventennio, ha portato l’intero suo paese nel baratro, e sta cercando di portarvi l’intera umanità. Troppo potere a un solo uomo può portare morte e distruzione dissennata e priva di ragione.

Di fronte al male della guerra è necessario interrogarsi e fare ipotesi. Alla base di questo sforzo etico, c’è il lavoro dello psicoanalista Franco Fornari, che era convinto fosse anche necessario cercare di fare concretamente qualcosa per evitare il disastro, contribuendo alla nascita in Italia di un movimento di educazione alla pace, che si concretizzò nel 1965 nel Gruppo Anti H, e nel 1967 nell’Istituto Italiano di Polemologia.

Franco Fornari, in maniera sensibile e sofferta, inizia la propria riflessione sulla guerra – che si sarebbe evoluta in continuazione, sino ai suoi ultimi giorni di vita – molto prima del 1965; egli aveva infatti vissuto in prima persona gli sconvolgimenti della Seconda Guerra Mondiale, evento da cui presero le mosse le riflessioni etiche che lo avrebbero accompagnato per il resto della sua vita, a partire dal training psicoanalitico.

Lo sgomento e la disperazione dell’umanità di fronte a un evento distruttivo di così enorme portata, lo scoppiare della bomba atomica, e la certezza impotente che l’umanità era arrivata a un punto di non ritorno, segnavano il momento storico della Guerra Fredda, caratterizzato dalla possibilità di distruggere contemporaneamente senza distinzione il nemico e l’amico. Da questo spaventoso scenario di ipotetica distruzione, paradossalmente, nasceva la speranza per l’umanità che diventasse possibile e necessario cercare vie alternative.

GUERRA E ANELITO ALLA PACE

sono i cardini sui quali si è sviluppato il pensiero teorico di Franco Fornari, sin dal suo romanzo d’esordio Angelo a Capofitto: “Mi è caduto addosso il male del mondo… Volevo fare qualcosa per la pace perché mi sentivo colpevole della guerra”, dice Michele, il protagonista del romanzo giovanile di Franco Fornari, un dialogo fra paziente e medico, nel quale il paziente è pazzo di dolore di fronte alla distruzione causata dalla guerra, e colmo d’amore nel suo vano tentativo di cercare di salvare il mondo dalla prospettiva di una possibile distruzione totale resa attuale e verosimile dalla bomba atomica.

Questa opera giovanile, prese il via dall’esperienza traumatica della guerra. Ne seguirà, nella vita di Fornari, un costante anelito alla pace, una costante ricerca di risposte, forse impossibili, alle domande fondamentali circa il bene e il male. Gli scritti successivi di Fornari, sui sogni delle madri in gravidanza, sul parto-nascita, sulla lettura onirica del mondo e sulla simbolizzazione affettiva dell’esperienza, fino alla “Riscoperta dell’anima”, saranno gli sviluppi della sua teoria della guerra, una ricerca che indagava il mistero della vita e della morte.

Perché la guerra?  Già Freud e Einstein si ponevano questo interrogativo nel 1931, in un carteggio passato alla storia, grazie a una cooperazione intellettuale fra due grandi studiosi. E, alla domanda di Einstein se sia possibile che gli uomini diventino capaci di resistere alle psicosi dell’odio e della distruzione, Freud non risponde che in una maniera che apre ai possibili successi dell’educazione e dell’incivilimento, negando che vi sia speranza di sopprimere totalmente le inclinazioni aggressive e distruttive nell’uomo, in quanto risultato di una proiezione all’esterno della pulsione di morte, ma altresì  ricordando che la pulsione di vita – sempre presente anche nei momenti più tragici – è capace di agire da antidoto, con le relazioni d’amore, la possibilità di identificarsi nell’altro e “tutto ciò che favorisce l’incivilimento”.

L’ELABORAZIONE PARANOICA DEL LUTTO è un passo fondamentale cui giunge Franco Fornari nel 1964 con Psicoanalisi della guerra, il tentativo di spiegare la guerra coi mezzi interpretativi della psicoanalisi.

 

Ma quale è il lutto che l’uomo non riesce ad accettare, l’angoscia che non può sopportare e che lo spinge a cercare un nemico esterno in cui mettere ogni male per liberarsene?

In Thanatos e la guerra assoluta (1958), Fornari formula l’ipotesi che il lutto impossibile sia quello relativo alla propria morte, immanente alla vita, una morte che abita l’Uomo in ogni istante, e di cui non può liberarsi.

L’Uomo prova in maniera insopportabile il pensiero di cominciare a morire nel momento stesso in cui nasce.

E’ tanto insopportabile, da rendergli impossibile pensare alla morte, se non come a una cosa esterna ed estranea. L’Uomo, quindi, si pensa solo come vivo.

L’Uomo sente la Vita come il Bene e la Morte come il Male.

L’Uomo deve espellere la Morte che rappresenta il Male, per salvare la Vita ad ogni costo.

Anche cercando un colpevole, da uccidere e annientare ad ogni costo. UN NEMICO.

Già nel neonato, l’aggressività non è innata, ma è attivata dall’angoscia di morte e dall’istinto di sopravvivenza.

 

IL NEMICO INTERNO

 

All’angoscia per la propria morte, si aggiunge l’angoscia per la morte della madre. La vita del neonato dipende completamente dalla madre. Ogni sua minima assenza, viene vissuta dal neonato come pericolo di morte, che gli genera angoscia. Per potersi attaccare alla madre, il neonato – secondo lo schema della Klein – scinde la madre in una madre buona e una madre cattiva. Questa è l’esperienza psichica che la psicoanalisi chiama posizione schizo-paranoide: in essa risiede l’angoscia di morte, dovuta a una condizione avvertita come minacciosa, e la conseguente reazione aggressiva a scopo di auto conservazione.

Tuttavia, il bambino si rende conto che questa scissione è puramente illusoria, e, quando si rende conto che la madre buona e la madre cattiva sono la stessa cosa, vive simultaneamente il sentimento dell’amore e quello dell’odio rivolti allo stesso oggetto, trovandosi nella condizione dereale di temere di poter uccidere chi gli è più indispensabile per vivere, con conseguente morte anche di se stesso. In questo sentimento risiede il TERRIFICANTE, nemico interno e assoluto e non pensabile, senza uscita e senza pensiero.

Un ulteriore passo per uscire da questo sentimento, è quello di entrare in un meccanismo di difesa psichica tale per cui, per salvarsi dall’angoscia e dalla colpa, si usa di nuovo la scissione, per mettere tutto il bene e tutta la vita in sé e nel proprio oggetto d’amore e tutto il male e la morte in un nemico esterno.

Si genera così l’angoscia dell’estraneo, considerato pericoloso e nemico, non perché lo sia realmente, ma perché in esso, in quanto non madre, viene illusoriamente messo il nemico interno. In questo lungo processo, risiede la radice affettiva dello schema amico-nemico, che sta alla base delle guerre.

Seguendo questo schema, l’Uomo uccide senza riconoscere in sé i desideri di far morire, ma solo quelli di fare vivere.

L’Uomo tratta la morte e l’odio come se non gli appartenessero, come se fossero sempre di qualcun altro, arrivando alla grande illusione che siano i nemici quelli che vogliono farci morire.

 

COSA E’ LA GUERRA

 

In questa prospettiva, la guerra è un’ istituzione sociale che ha una doppia funzione: di sicurezza, rivolta verso un nemico esterno, ma anche una nascosta e inconscia, invisibile, una funzione volta a difendersi dal “terrificante” nemico interno.

Paradossalmente, chi va in guerra è spinto da una necessità di vita, pronto ad accettare il proprio sacrificio purché l’oggetto d’amore (la madre) viva.

 

Gustavo Pietropolli Charmet – La democrazia degli affetti

©, 2022

 

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