Pauperismo povertà capitalismo nel 1800 il secolo nevrosico di Paolo Mantegazza

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Pauperismo povertà capitalismo nel 1800 il secolo nevrosico di Paolo Mantegazza

Pauperismo povertà capitalismo nel 1800 il secolo nevrosico di Paolo Mantegazza

Pauperismo povertà capitalismo nel 1800 il secolo nevrosico di Paolo Mantegazza
Paolo Mantegazza (Wikipedia)

Pauperismo povertà capitalismo nel 1800… sono tra le cause – in una visione positivistica e pre psicoanalitica – del nevrosismo, secondo gli studi dell’igienista e medico Paolo Mantegazza (Monza, 31 ottobre 1831 – San Terenzo, 28 agosto 1910)

Paolo Mantegazza – Enciclopedia igienica

in un Volume ristampato nel 1995 da Studio Tesi (dal titolo “Il secolo nevrosico”), casa editrice di insigne valore tradizionalmente attenta ai temi della psicoanalisi e delle scienze umane.

Il 1800 è stato definito da Paolo Mantegazza un secolo di nevrosismo, o nervosismo (nevrosico), in anticipo di qualche decennio sulle scoperte di Sigmund Freud, che – sempre su questo tema – avrebbero avviato la scienza verso una diversa epistemologia, ossia, verso una diversa interpretazione delle cause della nevrosi (sociali, ambientali, relazionali, e non “igieniche”), a partire da un diverso metodo di ricerca (epistemologico), il metodo psicoanalitico, che si sarebbe distanziato (anche se non del tutto separato) da quello delle scienze positive.

Il 1800, con il suo crescente industrialismo, avrebbe – in Occidente – coinciso con la crescita – soprattutto nelle città – delle grandi masse operaie, col conseguente accrescimento della povertà, il diffondersi dell’analfabetismo primario, dello sfruttamento – anche minorile – della mortalità nei primi anni di vita – anche per parto – il diffondersi di alcoolismo e pauperismo (i grandi mali dell’industrializzazione delle città nel 1800, già ampiamente trattati nei libri di Storia, o in libri di letteratura, come “Il popolo dell’Abisso” di Jack London).

Ritratto sulla povertà di Thomas Benjamin Kennington – 1885 (Wikipedia)

L’attenzione di un positivista come Mantegazza, non poteva che soffermarsi – per ragioni storiche – su aspetti “igienici”, vista l’emergenza sociale di quel periodo, anche nel voler rintracciare le cause di un disturbo mentale, non già all’interno della psiche – che poco si conosceva ancora – ma all’interno della Società stessa, ovvero, delle sue condizioni di vita. Un approccio “igienico”, come quello di Mantegazza, potrà sembrare meno affascinante di quello “psicoanalitico”, potrebbe godere intellettualmente di meno appeal, ma resta tuttavia di grande importanza storica.

Non di meno, gli studi di Sigmund Freud si sarebbero successivamente applicati all’alta borghesia (viennese), conquistando il plauso e la gratificante considerazione (anche economica) di questa classe sociale, mentre ci sembra che il più modesto approccio igienico-positivista avrebbe dedicato attenzione anche alle condizioni (psicologiche e sanitarie) delle classi proletarie e svantaggiate, secondo quell’orientamento psico-sociale che tutt’oggi vige nei cps (centri psico sociali – territoriali – in carico al Sistema Sanitario Nazionale), con una visione d’intervento sul disagio psichico che integra aspetti medico-infermieristici (igiene), sociali (territorio) e psicologici (psicoterapia).

Non fu estranea a tale atteggiamento nemmeno la Letteratura di quel periodo, soprattutto francese, che, individuando deterministicamente nell’ambiente sociale, e nelle condizioni di vita dei suoi personaggi (Naturalismo), la causa di mali come l’alcoolismo e la depravazione (Zola), dava un apporto ideologico all’interpretazione degli aspetti più degeneranti del Capitalismo.

Emile Zola – L’Assommoir

Nel 1900, a seguito della grande ascesa del metodo psicoanalitico freudiano, si sarebbe affermato anche il metodo di indagine di Wilhelm Reich (separatosi da Freud in quella diaspora che vide l’allontanamento dal Padre fondatore anche di Jung e Adler), che fondò tutte le sue ricerche in nome di un impegno di studio per la cura psicologica delle grandi masse lavoratrici. Cosa che non piacque a Freud, che non credeva si potesse realmente psicoanalizzare il proletariato, ma in cui Reich credette sino in fondo, accettando le conseguenze di una marginalizzazione intellettuale e professionale. Ciò che qui importa dire, è che uno psicoanalista (anche se non ortodosso) come Reich, credette – secondo un dettame quasi positivista, anacronistico per i tempi, e filantropico – che un approccio di igiene pubblica potesse essere la chiave di volta per una estensione della psicologia alle grandi masse marginali della Società industrializzata. E non diversamente da Reich, sempre nel ‘900, un altro grande psichiatra americano, Herbert “Harry” Stack Sullivan, studiò i meccanismi psichici con una attenzione incentrata sui fattori emotivi e interpersonali, in una chiave preventiva di massa.

Wilhelm Reich – Teoria dell’Orgasmo

Tornando all’800, ai tempi di Paolo Mantegazza, l’alcoolismo era una grave piaga sociale. Molti medici di allora assicuravano che gran parte delle malattie allora conosciute e studiate fosse dovuta all’abuso di alcool.

In uno studio riportato in questo libro “di 300 fanciulli idioti, nei quali fu possibile conoscere le condizioni dei parenti, si è trovato che 145 avevano genitori ubriaconi”.

“In quasi tutti gli stati civili del mondo gli alienisti assegnano come causa di pazzia l’alcool nel 20 e fino nel 40 per cento dei casi”. Così si legge in questo libro.

Oggi, nel 2020, non si usa più questa terminologia, ci siamo “ingentiliti”, i “pazzi” sono diventati “utenti” o “clienti” e gli “alienisti” sono diventati “psicoterapeuti” o “counsellor”, ma la sostanza, anche oggi, non cambia, perché dietro ogni forma di “disagio” odierno (sino alle condotte criminali), c’è l’immancabile presenza di una qualche dipendenza: emotivo/relazionale, da gioco, o da Internet, o da sostanze (soprattutto cocaina e alcool). Oggi siamo di fronte a una emergenza forse più seria che nel 1800, perché allora l’alcoolista veniva subito individuato e isolato (anche ai fini di una sua cura, un suo recupero), mentre oggi c’è una sorta di “alcoolismo diffuso” che, grazie al lassismo morale e all’ingentilimento del linguaggio, rende impossibile “isolare” il disagio (a scopo di cura e prevenzione), e rende un po’ tutti “alcoolisti”, normalizzando e livellando il concetto di salute/malattia.

Solo sino a una trentina d’anni fa, ragazzi che non studiavano, che si drogavano e bevevano, venivano subito (dalle stesse famiglie, o dagli insegnanti) segnalati ai Servizi Territoriali, molti di loro finivano dritti in qualche Comunità religiosa o laica.

C’è da chiedersi cosa abbia generato il deplorevole scenario di questi ultimi anni. Ma tanti già ne discutono, si è detto tanto e tanti interrogativi sono stati formulati, sui giornali, in televisione, nei libri, ragione per cui questa breve nota storica finisce qui, senza altra aggiunta.

 

 

©, 2020

 

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