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Franco Murer "Giuseppe Mazzotti" olio su tela

Le montagne venete e gli scrittori Boccazzi Mazzotti e Comisso

Le montagne venete e gli scrittori Boccazzi Mazzotti e Comisso
Apollonio Domenichini – Veduta del fiume Brenta a Stra
Treviso, città a un passo da Venezia, ma anche dalle montagne. In “Vita di Giovanni Comisso”, la biografia del celebre scrittore trevigiano scritta da Nico Naldini, apprendiamo quanto i trevigiani si sentissero in soggezione verso i veneziani, e considerati dispregiativamente gente di terra, o periferica, malgrado Treviso fosse come una stanza – Venezia era il salone principale – di quella reggia che era pur sempre, da terra o da mar, la Repubblica Veneta.
Il legname per le navi della sua potente flotta, nonché destinato a sostenere le fondamenta della città, proveniva dal Cadore,
Le montagne venete e gli scrittori Boccazzi Mazzotti e Comisso
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e lo stesso Giovanni Comisso, nel parlare della propria terra, il Veneto, ne tesseva l’incanto, dicendo che, in giornata, vi si poteva passare dalle montagne al mare. Tutto vero, presi io stesso un trenino, una littorina che univa Trento e Venezia nell’omonima tratta ferroviaria, salendovi a Valstagna (Altopiano dei Sette Comuni – Valsugana), e giungendo in giornata davanti all’Adriatico, con ancora gli scarponi da montagna ai piedi.
Le montagne venete e gli scrittori Boccazzi Mazzotti e Comisso
foto di Enzo Pedrocco
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Le montagne venete e gli scrittori Boccazzi Mazzotti e Comisso
Queste bellissime immagini di Venezia, ripresa con le montagne alle spalle, e delle piste da sci di Andalo, sospese sul Lago di Garda, evocano in maniera stupenda la magia di queste terre, dove tutto è a portata di mano, e il paesaggio volge dalle asprezze alpine alle dolcezze della pianura sino all’abbraccio del mare nel giro di poche decine di chilometri, una velocità nel mutare cangiante del paesaggio che si ha solo in certi magnifici sogni.
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Riviera del Brenta
Riviera del Brenta
Riviera del Brenta
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Riviera del Brenta
Tra Sogno e Realtà – come nell’omonimo racconto di Giovanni Comisso contenuto ne “Il Grande Ozio” (Longanesi) – sono le vedute di un veneto nascosto, le ville palladiane affacciate sul Brenta, che Comisso descrive in tanti suoi racconti, (“Veneto Felice” – a cura di Nico Naldini – Longanesi) spesso (scriveva negli Anni ’50 e ’60) adibite a stalle per il bestiame, tanta era l’esuberanza e la generosità di opere d’arte di questa terra, da non preoccuparsi se un po’ ne venivano sprecate…
foto di Enzo Pedrocco
foto di Enzo Pedrocco
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foto di Enzo Pedrocco
Le montagne venete e gli scrittori Boccazzi Mazzotti e Comisso
Cino Boccazzi – Sabbie d’Africa – Longanesi
Una terra come questa si potrebbe dire fosse, per Comisso ma anche per tanti altri artisti suoi conterranei e contemporanei, un luogo magico e di vita gioiosa, adatto a far nascere nell’animo quell’ansia di vita, quell’inquietudine festante che si traduceva nel vivere intensamente di paesaggio in paesaggio, di prato in villa, di villaggio in collina, per poi scriverne, ovvero, scriverne per poi rivivere quelle magie in una interconnessione, o cortocircuito assolutamente virtuoso, fra paesaggio e psiche. Una terra che genera, in chi ci vive e la vive, una predisposizione al bello e alla dolcezza, una innata inclinazione all’Arte, alla poesia.
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Colli Berici – chiesa di Grancona – tutta la dolcezza dell’architettura palladiana nello scenario trasognato del vicentino
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Colli Berici
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Colli Berici
Il suo paesaggio, si potrebbe anche dire abbia il ritmo di certi versi, l’andamento guizzante della stessa prosa di alcuni suoi Autori, come Giovanni Comisso, le stesse profonde malinconie, alternate ad improvvise aperture, cambi di scena, di prospettiva, di situazione, come in una commedia del Goldoni, o nella Vita di Giacomo Casanova, per non parlare dell’insito erotismo riposto in questa cultura che ha saputo, e sa, coniugare sacro e profano.
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Cino Boccazzi compie una corda doppia
Cosa accomuna Cino Boccazzi e Giovanni Comisso, Dino Buzzati e Giuseppe Mazzotti?
In prima istanza, la casa editrice Longanesi che, nel caso di Comisso e Boccazzi, ha entrambi fra i suoi intramontabili Autori. E, forse, non è un caso.
Chi abbia mai frequentato gli scrittori editi da Longanesi, ne avrà anche in certo modo carpito la sottostante Weltanschauung, lo stile, i valori, che sono quelli di un conservatorismo liberale, anticonformista, contrario alla massificazione del pensiero e, perciò, élitario. Longanesi criticava il potere dal suo interno, dava voce a penne libere e dissidenti (come Henry Furst e appunto Comisso, suo amico) che fiorivano nel giardino di una cultura alta e aristocratica, avversa al totalitarismo comunista, ma anche – sebbene ad esso allineato, o non scomodo – allo spirito mediocre e piccolo borghese rappresentato dal Duce, che riusciva a trattare con leggera irriverenza.
Comisso aveva viaggiato fra Estremo Oriente e Parigi, aveva conosciuto pittori e Legionari Fiumani, aveva combattuto sul Fronte del 15-18 e navigato sui velieri da pesca di Chioggia, aveva alternato la scrittura al lavoro nei campi (“La mia casa di campagna” – “Le mie stagioni” – Longanesi). Sentiamo dire spesso che in Italia non abbiamo veri scrittori, ma per lo più letterati dall’animo sedentario, inclini al giro intorno alla propria stanza, alle memorie del borgo natio, all’ elegia del campanile. Se in certi, molti casi, questo è vero, in altri, come nel caso di Comisso, e del qui ricordato Boccazzi, non lo è.
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Giovanni Comisso – La mia casa di campagna – Longanesi
Entrambi, figli di una terra che nutre i sentimenti tanto quanto i muscoli, i muscoli del corpo quanto quelli della mente con la sua profusione di Natura e di Arte, hanno saputo alternare la vita del letterato a quella dell’uomo d’azione, incarnandosi in un modello di artista decadente – che aveva in D’Annunzio il suo massimo emblema, ma anche in scrittori diametralmente opposti, come Hemingway – per il quale Arte-e-Vita coincidevano.
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Venezia in un quadro di Filippo De Pisis
Nei quadri di Filippo De Pisis c’è il dinamismo di queste vite, la sapiente misura di un pennello che non si sofferma troppo, grazie a uno sguardo che sa cogliere l’aspetto quasi stenografico della realtà, in ragione di una Volontà di vivere che eccedeva su tutto. Di De Pisis Comisso fu amante, ma anche contraltare in scrittura, la pittura dell’uno e la scrittura dell’altro si compenetravano e si equivalevano, le due vite andavano all’unisono nell’Europa compresa fra le due Guerre.
Un’altra fu amicizia importante, quella fra Cino Boccazzi e Giuseppe Mazzotti. Intellettuali e scalatori entrambi, trevigiani (Boccazzi di adozione), pionieri dell’alpinismo invernale sulle Dolomiti.
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Val Badia Corvara Sass Songher
Cino Boccazzi è scomparso nel 2009 all’età di 96 anni. La sua vita è stata intensa e avventurosa, divisa fra lo studio e l’azione, la scrittura e l’amore per la scoperta, espresso in molti viaggi nel continente africano, nell’amore per la montagna, per l’archeologia. Boccazzi fu un ricercatore di stampo rinascimentale, la sua visione spaziava in svariati argomenti, così anche la sua vita non fu improntata alla monotonia o a una ossessiva monotematicità, ma a un culto sempre giovanile del molteplice.
Tracciò 40 nuove Vie sulla catena alpina, e con Bepi Mazzotti fu pioniere di un alpinismo invernale sulle Dolomiti che, abituando gli scalatori ai rigori più estremi, attrasse l’attenzione di Benito Mussolini, che voleva, grazie a loro, creare una scuola di montagna per una élite di soldati scalatori che fossero avvezzi alle situazioni più estreme, da impiegare in rischiose missioni di guerra. Creò con Emilio Comici la scuola voluta da Mussolini, fece decine di salite invernali nelle peggiori condizioni come allenamento, ma peccato che l’allenamento di quei ragazzi fosse destinato alla discesa in campo dell’esercito fascista mandato al macello accanto alle milizie di Hitler, e molti degli allievi finirono in Russia, dove in molti casi morirono.
Malgrado il suo nome fosse legato alla città di Treviso e alle Dolomiti, Cino Boccazzi era nato ad Aosta, la madre era discendente di una famiglia di Guide Alpine che hanno girato il mondo, partecipando a tutte le spedizioni del Duca degli Abruzzi.
Frequentò, unito da sincera amicizia, scrittori fra i quali Dino Buzzati e Giovanni Comisso. Di Buzzati era risaputa la sua passione per le scalate sulle Dolomiti. Pittore-scrittore, Dino Buzzati era abituato a trasportare come in sogno le sue Dolomiti in scenografie surreali, mescolando le proprie origini alla città d’adozione, Milano.
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Dino Buzzati – il Duomo di Milano, 1958
La madre Emma, donna colta e intelligente, ad Aosta frequentava i salotti oltre a nutrire una propensione per i fenomeni paranormali, interesse che passò al figlio Cino. Delle sue due figlie, una ha seguito le orme di suo padre, viaggiando in Africa e scrivendo il libro “Sognavo l’Africa”, lei si chiama Kuki Gallmann.
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Kuki Gallmann – Sognavo l’Africa
Treviso, lungo il canale dei Buranelli – davanti alla casa di Giovanni Comisso – Cino Boccazzi raccontava di una Treviso totalmente scomparsa, contadina e popolata di matti. Venezia tutti signori, Padova tutti dottori, Vicenza magna gatti, Treviso tutti matti
Treviso, Città d’Acque, dove Sile a Cagnan s’accompagna
“Giovanni si era fissato che doveva scendere per il canale fino al mare e raggiungere la Dalmazia. Forse pensava a Gente di mare, il suo primo libro. Sui colli di Vidor, sopra il Piave, aveva una casetta semibruciata dai tedeschi, rimessa in piedi con tavole, cartone catramato, filo di ferro. Prese qualche tavola che portò a Treviso con l’aiuto di Gigetto, il suo autista e tuttofare, costruì una zattera battezzandola con un bicchiere di vino, salì sulle tavole reggendosi a una pertica e partì. Dopo pochi metri la zattera affondò e dovemmo recuperare Giovanni con le corde” (Stefano Malatesta,14 settembre 1999 – Repubblica.it).
Comisso, nei suoi ultimi anni, quelli testimoniati nella raccolta di racconti, curata da Nico Naldini per Longanesi, Veneto Felice, aveva presentato il primo libro di Boccazzi, Col di luna, che narrava le sue straordinarie avventure di guerra. Anche il sodale Goffredo Parise cercò di far pubblicare il suo primo romanzo, Il mezzo gatto. All’età di 83 anni, dopo altri romanzi che la critica ha ignorato e innumerevoli libri di viaggio e di archeologia, e le biografie di uomini del deserto, Cino Boccazzi fu uno dei finalisti al Premio Campiello con La bicicletta di mio padre.
Boccazzi non era un intellettuale da scrivania. Ha attraversato una ventina di volte il Sahara, ha aperto quaranta vie nuove sulle Alpi. Ha – come giovane ufficiale paracadutato durante la guerra, dopo l’ otto settembre, dietro le linee tedesche, in Friuli – rischiato di crepare due o tre volte. Alla Finale del campiello, ammise che fa piacere a tutti vincere un grosso premio letterario, ma non sembrava particolarmente emozionato: uno che é stato catturato come spia nemica da quelli della Decima Mas di Junio Valerio Borghese, deve aver provato altri brividi (Stefano Malatesta,14 settembre 1999 -Repubblica.it). La sua famiglia si é trasferita da Aosta a Treviso, quando Cino non aveva più di cinque o sei anni. Da allora divenne un elemento importante della cultura e del paesaggio del Veneto. Il lunedì si vedeva a cena con lo scultore Arturo Martini, il pittore Gino Rossi, l’ architetto Gino Scarpa. Degli ultimi anni di Comisso, quelli di Veneto Felice e delle sue ultime scorribande che erano un misto di epifanica felicità e di rimpianti per la vita trascorsa, ci arriva la testimonianza di un Giovanni Comisso che giungeva con un’ auto decappottabile tedesca che diceva essere appartenuta a Goering. Essa, difatti, si dice che avesse il sedile posteriore talmente largo da contenere anche l’ immane sedere del feldmaresciallo.
Treviso, Canale dei Buranelli
La vita di Giovanni Comisso è stata felice, e avventurosa, ma non ilare, e nemmeno lineare. Una profonda vena di malinconia l’ha sempre percorsa, e la tortuosità dei suoi percorsi, non era geografica, ma interiore, apparteneva all’Anima complessa e inquieta dell’Autore. Per comprenderne appieno la profondità e la complessità, nonostante l’apparente semplicità della sua scrittura, è utile leggere la Vita di Giovanni Comisso, edita da Einaudi, uno dei preziosi capolavori biografici del poeta friulano Nico Naldini.
Come si conviene a un grande scrittore decadente, a un grande amante della vita e delle Avventure Terrene (titolo di una sua raccolta di racconti), Comisso ebbe anche una vita piena di aneddoti. Ne riportiamo qui uno molto eloquente, che ci descrive un poeta capace di tramutare il dramma in commedia, di ribaltare comicamente la Morte in Risata: un giorno Giovanni Comisso e Cino Boccazzi vanno a Chioggia. Tagliano la strada a un autotreno. Scende un bestione inferocito e Giovanni gli va incontro, lo accarezza, gli fa: “Che beo che te si” e quello si mette a piangere e mormora tra le lacrime: “Nessun me ga mai trattà cussì, nessun me ha mai dito che so beo” (Stefano Malatesta,14 settembre 1999 – Repubblica.it). Un’ altra volta trovano in campagna un elmetto della prima guerra mondiale, Giovanni se lo mette in testa e insieme vanno davanti alla caserma degli alpini. Vedendo lo scrittore con l’ elmetto, gli alpini in libera uscita s’irrigidiscono, battono i tacchi e salutano. “Ecco l’ Italia”, dice Comisso, “Con una partita di questi elmetti possiamo fare un colpo di stato” (Stefano Malatesta,14 settembre 1999 – Repubblica.it). Comisso era anche, se non soprattutto, questo. Nel non prendersi mai sul serio, ha sino all’ultimo giocato il suo Gioco d’Infanzia (titolo di un suo bellissimo romanzo, curato per la Scheiwiller da Nico Naldini).
Un Veneto che non c’è più, un Veneto che fu felice, sino a quando non comparvero le luci al neon nei bar, fino a quando resistettero le ultime osterie, coi loro mattocchi, i loro briaconi sarcastici, gli scherzi, le zingarate tra i campi di mais e i bagni nel Piave. 
Fui anch’io affascinato da questo Veneto, e quando, nella metà degli Anni’80, andavo a Treviso a trovare Nico Naldini, allora alle prese con la Biografia di Pier Paolo Pasolini (pubblicata poco dopo da Einaudi), viaggiando su vecchie e scassate littorine tra la mia amata Venezia e l’Altipiano d’Asiago, ne respirai gli ultimi, flebili palpiti, attento a ravvisare qua e là, in un muro, in uno scorcio, nella voce di un vecchio, quasi disperatamente, un indizio ancora vivente di quel magico mondo che fu. Stavo, per questo, rischiando la nevrosi, di rinchiudermi nel culto di un passato che non poteva di certo resuscitare. Fu quando Naldini mi disse che Comisso “era morto in tempo” per non vedere l’abbrutimento della Civiltà Moderna, che dovetti cambiar rotta, integrarmi col mio Tempo, passare ad altre letture. Fui forse uno dei primi della mia generazione ad aver letto tutta l’Opera di Comisso, ma dovetti staccarmene, per salvarmi. Non me ne occupai più per molti anni. Poi, venne Internet, e per molto tempo non vi fu una sola pagina web che parlasse di Giovanni Comisso. Ma con mia sorpresa, e con immensa gioia, ho assistito, negli ultimi anni, dal 2010 in avanti, a una vera e propria invasione di pagine su Comisso, a una vera rinascita dell’interesse per questo Autore, e mi chiedo il motivo di questo fenomeno, ai miei occhi davvero misterioso, in ogni caso importante, perché Comisso è Patrimonio dell’Umanità.
Giovanni Comisso
Come molti reduci della Prima Guerra Mondiale, Giovanni Comisso, sulle prime – ma forse per sempre – non seppe reintegrarsi in una vita borghese. Sono strazianti, ma rese con un nitore che stempera la disperazione in una visione poetica e allucinata, le pagine de Il Delitto di Fausto Diamante, che lessi con l’avidità dei vent’anni. Parlandone con Naldini – proprio sotto un disegno di Comisso appeso alle mie spalle, sul suo divano d’antan della casetta di Vicolo Avogari – seppi – dopo una mia domanda piena d’emozione sulla formazione filosofica di Giovanni – dalla bocca del mio Maestro che Comisso Nietzsche se lo doveva esser letto. Naldini mi diede quella risposta, col tono di chi intendesse non una lettura accademica, ma fatta sul filo di un estetismo avventuroso e vitalistico che, di Nietzsche, doveva aver assorbito non l’intera impalcatura teorica, ma giusto le pure e rarefatte linee del pensiero ultimo aurorale e frammentato della Potenza. Mi bastò, per capire molte cose sul mio Comisso, per innamorarmene ancora di più, ma anche per avvertirne – anche se solo inconsciamente – un pericolo per il mio – futuro – equilibrio.
Chi abbia frequentato le molte pagine scritte da Comisso, avrà trovato spesso i segni di questo disadattamento. Comisso, e i suoi amici, passavano molti dei loro pomeriggi a rifare l’ offensiva del giugno del’ 18, attraversando il Piave tutti nudi e con il pugnale in bocca, proprio come si diceva avessero fatto gli arditi, in un misto di gioia e disperazione come in un amplesso, o come nei giochi infantili, arrivando sull’ altra sponda mezzi annegati per l’ acqua bevuta e i piedi massacrati dai sassi.
Il Veneto Felice di Comisso è anche quello delle contessine Rinaldi, diciotto e vent’ anni, che avevano perso tutto il loro patrimonio e organizzavano feste in un castelletto abbandonato. Ballavano con solo le calze nere indosso su un pianoforte, mentre alcuni eroi, Francesco Baracca, Fulco Ruffo di Calabria, le spruzzavano addosso lo champagne, bevendo i rivoli che scendevano dalle gambe (Stefano Malatesta,14 settembre 1999 – Repubblica.it). Goffredo Parise, a vent’ anni, timidissimo, che voleva una donna a tutti i costi e chiedeva petulante a Comisso: “Domandeghe, trovame una donna” e Giovanni che manda Gigetto alla stazione… (Stefano Malatesta,14 settembre 1999 – Repubblica.it).
… tenerezza, un Veneto tanto Felice quanto tenero e, forse, ingenuo…
In una delle mie tante peregrinazioni in quelle terre, mi ritrovai, nel 1988, con degli amici padovani, operai, gente semplice che viveva di lavori duri, sull’Altipiano di Asiago, tra lunghi pomeriggi passati a dormire nell’erba che era cresciuta nei crateri delle bombe austriache del 15-18, a bere in osteria, a camminare sui declivi del Forte Lisser. Proprio lì sotto, scendemmo nel paese di Enego, ed entrammo in un’osteria per ristorarci. Io – sempre a caccia di indizi – attaccai a parlare con la vecchia padrona che, tra un discorso e l’altro, mi disse che loro erano gente ingenua. Mi portai nel cuore, come un prezioso reperto di epoche comissiane, quella frase, per molti anni.
Boccazzi, Ufficiale paracadutista-guastatore, dopo l’otto settembre si è ritrovato nel sud Italia, con gli alleati. Una mattina stava in libera uscita sulla spiaggia dalle parti di Lecce e con la sabbia aveva modellato una sagoma dell’ Italia del nord, disegnando con particolare attenzione il suo Veneto. Passa una jeep inglese e ne scende un incuriosito maggiore che parla un italiano perfetto. “Allora lei conosce bene il Veneto?”, dice. “E a nord di Treviso cosa ci può essere d’ interessante per un militare?”. Cino pensa un attimo, poi risponde: “Le grandi centrali elettriche del Fadalto“. “Bravo, vedo che lei è pratico di quei luoghi” e il maggiore riparte. Otto giorni più tardi Boccazzi viene prelevato e portato in una villa dove c’ è il maggiore che l’ aspetta e ha tra le mani il suo curricolo. “Tra due o tre giorni mi lancio sulle montagne al confine jugoslavo”, spiega sbrigativo. “Lei viene con me?” (Stefano Malatesta,14 settembre 1999 – Repubblica.it). L’ area era contesa tra tedeschi, partigiani italiani, brigatisti neri della Decima Mas e titoisti. Soggiornarvi non è stata una vacanza. Dopo il lancio, che fu disastroso, Cino rimase ferito. Quando guarisce, aiutato dai partigiani jugoslavi attraversa il Tagliamento e insieme con i partigiani italiani contribuisce a creare la repubblica libera del Friuli, composta da cinquantadue comuni. A questo punto i tedeschi si svegliano e organizzano il solito, meticoloso, gigantesco rastrellamento, aiutati dalla Decima Mas. Cino, che porta la divisa inglese, viene catturato dai brigatisti neri e condannato a morte (Stefano Malatesta,14 settembre 1999 – Repubblica.it). Poi i caporioni litigano tra loro, decidendo di consegnare questo strano ufficiale italiano, che porta con sé interessanti dossier inglesi sull’ intenzione di Tito di occupare Venezia Giulia e Friuli per farne una Slovenia allargata, al comandante Borghese, che sta al castello di Conegliano. Borghese sembra sapere tutto sul tenente Piave, nome di battaglia di Boccazzi, e gli chiede con il suo tono imperioso: “Che si dice a Roma ?”. E Cino: “Lei ha presente la Colonna Antonina, fasciata da un muro di cemento per difenderla dai bombardamenti?”. “Certo, è vicina a un mio palazzo”. “Beh, sul muro qualcuno ha scritto: “I cazzi sono cambiati, ma i culi sono sempre gli stessi”. Borghese esplode in una risata da caserma e da quel momento cercherà di proteggerlo anche dalle SS (Boccazzi testimonierà in suo favore al processo) (Repubblica.it – 1999).
Seguono parecchie altre avventure, i viaggi nel deserto, i ritrovamenti archeologici, le scritture tratte dalle sue molte avventure, le biografie, tra cui quella di T. E. Lawrence, di cui ha pubblicato i dispacci segreti che mandava all’ Arab Bureau del Cairo (e che provano come l’ inglese non si fosse inventato nulla scrivendo i Sette pilastri della saggezza) (Stefano Malatesta,14 settembre 1999 – Repubblica.it). Frequentò Freya Stark, la grande viaggiatrice e scrittrice di viaggi, che abitava a Asolo, gelosa custode di una preziosa biblioteca di vecchi testi sull’ Arabia e sullo Yemen.
Asolo
Comisso, Boccazzi, intellettuali sì, amanti della bellezza, furono inquieti ricercatori. Non tanto di territori letterari, l’uno, o di reperti archeologici o di montagne da scalare, l’altro, quanto di un riflesso di eternità impresso nel fiume eracliteo. Due nichilisti, forse, due decadenti, che però hanno saputo fermare, per brevi attimi, il flusso della corrente, superando quel senso di perdita, che è dell’Uomo Moderno. E dare una risposta all’inquietudine. Con l’Azione, e con l’Arte. 
Le montagne venete e gli scrittori Boccazzi Mazzotti e Comisso
San Cassiano alta Val Badia
©, 2020

 

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