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SULLA “GRANULOSITA’” della LETTERATURA AMERICANA

SULLA “GRANULOSITA’” della LETTERATURA AMERICANA
Uso l’analogia con elementi granulosi, per connotare qualcosa di solido, informe, che tende a non disciogliersi, a non essere “solubile”.
La letteratura amerikana non è solubile, è granulosa, caotica, e la rigidità – paratattica, ritmica, di un certo gusto “monocorde” – richiama la necessità compulsiva del popolo amerikano – e quindi anche degli scrittori amerikani – di ricorrere compulsivamente al whisky, unico catalizzatore dei sentimenti e delle emozioni per questo popolo “barbaro”, materialista e violento.
Testi di psicoanalisi – da quelli classici a quelli più recenti – ribadiscono che il Super-Io (istanza meta psicologica preposta alla Morale) se troppo rigido e punitivo, fa sì che la persona debba ricorrere spesso all’acool, per poter rilasciare le proprie emozioni. Si dice che il Super-Io sia “solubile” nell’alcool.
Di matrice puritana (rigida, severa, un tantino ipocrita), la cultura amerikana ha fatto sì che il popolo ad essa appartenente abbia da sempre dovuto ricorrere all’alcool per liberare le proprie emozioni. Lo vediamo ripetutamente – e ripetitivamente – in tutta la letteratura e filmografia amerikane.
Nei libri non si arriva mai a una vera “resa finale” dei sentimenti, l’animo granuloso e insolubile dello scrittore amerikano ama le frasi stentoree (vedasi dialoghi di Ernest Hemingway), la “retorica dell’anti retorica” (vedasi Ubert Selby Jr.) e l’uso prevalente del sostantivo – a detrimento degli aggettivi – per creare una scrittura composta unicamente di azione e fatti, in una rigida e paratattica concatenazione, che rinuncia allo scavo interiore (tipica invece dei grandi Maestri europei di tutti i tempi), e alle sfumature dell’Essere.
Ne risulta una scrittura generalmente grossolana, che – anche nelle sue espressioni più alte, (Tennesee Williams, Carson Mc. Cullers, Jeffrey Eugenides, Bret Easton Ellis, Stephen King, ad esempio), pecca di eccessivo tecnicismo, (da scuoletta di scrittura creativa, di mercato), che esprime i valori rigidi e poco “elaborati” di una civiltà tanto arretrata culturalmente,  quanto avanza tecnologicamente.
Non c’è tanta differenza, in questo, dalla pittura – meramente tecnica e grossolana – di un Edward Hopper,
Edward Hopper, “Manhattan Bridge”, 1925
che a me sembra richiamare un pittore contemporaneo – ed europeo – tanto osannato: Lucian Freud.
letteratura americana
Lucian Freud, “Reflection (Self-portrait)”, 1981–2

 

La bella e impeccabile “esecuzione” di un’Opera – letteraria o pittorica – non prescinde dal giudizio di “grossolanità”, a mio avviso, quando l’uso del linguaggio, del frasario, della pennellata, non è capace di esprimere i miliardi di sfumature indicibili dell’animo umano, e si arresti semplicemente di fronte al dato “oggettivo”, e materiale, al puro “significato” (De Sassure) rinunciando a una ricerca di “significanti” che non ricadano subito sotto lo sguardo immediato, o sulla tavolozza del pittore, senza una ricerca che vada oltre le mere percezioni immediate e oggettive (uso sostantivizzante del linguaggio), senza uno sforzo di allargare la “sfera percettiva” (Thomas Mann, Aldous Huxley), (Sigmund Freud, “Il Motto di Spirito”).
©, 2017
VITA E MORTE NELLA LINGUA E NELLA LETTERATURA AMERICANA

 

 

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