IN RETE Intervista a Peter James serial killer snuff movies

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IN RETE Intervista a Peter James serial killer snuff movies

IN RETE Intervista a Peter James serial killer snuff movies

Intervista a Peter James a cura di Andrea Di Cesare

L’intervista si è svolta il 26 settembre 2007 nel corso delle giornate in cui Peter James è stato in visita a Milano per presentare al pubblico e alla stampa “In Rete” (Ed. Kowalski, 2007).

D: In che misura la vita quotidiana e i fatti di cronaca La ispirano nella creazione delle Sue storie?

R: Io mi baso moltissimo sulla vita quotidiana e sui fatti di cronaca; nella mia scrittura mi piace raccontare del mondo in cui ci troviamo a vivere, e soprattutto del motivo che spinge le persone a fare le cose che fanno. In tutta la mia opera io traggo ispirazione da storie vere, dalla vita quotidiana. Ad esempio, come è nata l’idea per il mio romanzo “In Rete”? Il tutto è nato da una telefonata che ho ricevuto otto anni fa da un Sergente di polizia – mio amico – che mi ha chiesto di andare nel suo ufficio per esaminare una videocassetta che era stata sequestrata durante una retata della polizia del Sussex; mi ha chiesto la mia opinione, in qualità di produttore cinematografico, per capire se, il contenuto di questo video, fosse reale o frutto di una recitazione. Io sono andato nel suo ufficio e ho visto questo video, in cui si vedeva una ragazza di diciassette anni che veniva pugnalata a morte. Quindi il poliziotto mi ha chiesto se secondo me fosse stata una scena reale. Io ho risposto: “ se questa ragazza sta recitando, dovrebbe vincere l’Oscar”. In effetti si trattava di un caso di snuff movie. Il poliziotto, allora, mi ha spiegato che si tratta di un mercato ormai espanso a livello mondiale – un mercato terribile, anche, purtroppo, lucrativo e proficuo – per il quale delle persone pagano per vedere delle uccisioni in diretta. Tutto è iniziato durante la guerra in Vietnam, quando alcuni fotografi e reporter di guerra hanno iniziato a vendere fotografie, e poi video, di esecuzioni dei Viet Cong. Uno di loro, addirittura, è stato processato, perché – per una foto molto famosa di un Viet Cong che viene ammazzato mentre attraversa un ponte – erano state fatte cinque prove – del suo passaggio – prima di sparargli, per verificare la luce. Dopo di che questo mercato si è espanso in Europa dell’Est, Bulgaria e Albania, e si tratterebbe di una vendita di questo tipo di materiale – alle persone che si iscrivono a questo servizio – prima sotto forma di videocassetta, poi di CD, adesso in rete; ho pensato che questo fosse un buon inizio per un romanzo.

Grazie. D: Ritiene di appartenere a pieno titolo alla corrente del realismo?

R: Sì!

D: Ritiene che Autori come Michael Moorcock, o Brian Aldiss, o James G. Ballard possano averLa in qualche maniera indirizzata verso la Sua attuale forma artistica?

R: Ballard sicuramente mi ha influenzato; io sono un grandissimo estimatore di questo scrittore, per anni abbiamo avuto anche lo stesso editore. Per quel che riguarda Aldiss e Moorcock un po’ meno, e non tanto i volumi di fantasia. In generale sono un fervente sostenitore della ricerca. Anche prima di scrivere i miei romanzi, quando scrivevo per la televisione, ho sempre creduto fermamente nell’importanza della ricerca; tra l’altro trascorro almeno un giorno ogni due settimane con la polizia, vado nelle loro auto di pattuglia, vado sulla scena del delitto, oppure sto in ufficio con loro, come una sorta di mosca sulla parete, senza farmi notare, senza disturbare, ma presente. Ci sono due poliziotti, miei amici, che leggono costantemente i miei romanzi mentre li scrivo, ogni 100 pagine io glieli passo, e loro li leggono. Uno è un soprintendente capo, l’altro è un agente molto giovane che mi aiuta per il linguaggio di strada, e per la cultura che si trova ad affrontare giorno per giorno. Tutti i miei personaggi si basano su persone reali, che sono attualmente in servizio nella polizia del Sussex. Ovviamente invento anche molte cose, ma tutte le procedure dell’attività della polizia, il modo in cui i poliziotti pensano e parlano, tutto questo è tratto dalle mie osservazioni della vita reale. Quello che mi piace molto del mondo della polizia – e ciò che mi rende così desideroso di catturare quello che è il loro mondo – è il fatto che, secondo me, i poliziotti rappresentano gli osservatori migliori, che esistono al momento, della vita umana, perché i poliziotti vedono tutto, sono presenti ovunque. Ad esempio, se c’è una vecchia signora che muore in casa propria, e non ha amici né conoscenti, e il cadavere rimane in casa per nove settimane, sono i poliziotti che lo scoprono per primi, sono i poliziotti che intervengono nei bisticci tra marito e moglie, per impedire che avvenga un omicidio, sono i poliziotti i primi ad intervistare uno che ha stuprato e poi ucciso una ragazzina di dieci anni. I poliziotti sono molto esperti di psicologia umana, più che non i politici o gli psichiatri.

Certo. Questo conferma ampiamente il Suo “Sì” deciso riguardo alla Sua linea realista, che addirittura presuppone una forte documentazione sul campo. D: Il web è un mondo parallelo, vasto e contraddittorio. Secondo Lei gli aspetti più deteriori del web sono lo scotto che la nostra civiltà deve pagare alla diffusione della tecnologia?

R: Secondo me è molto facile demonizzare determinati aspetti del web. A mio parere la rete Internet rappresenta una forza del bene, più che una forza che opera a favore del male; proprio per l’Umanità, in quanto, nelle varie regioni del mondo, in cui non c’è ancora la rete, ad esempio in Africa, vengono commesse comunque delle atrocità enormi. Il web, secondo me, più che altro, ci ha conferito la capacità di aprirci a favore della comunicazione tra le genti. Non avremmo mai saputo delle atrocità di Piazza Tian An Men in Cina, se non ci fosse stata la diffusione di questo evento su Internet. Il web quindi, in un certo senso unisce i mondi, più che perpetrare il male. Ho partecipato recentemente ad una conferenza, negli Stati Uniti, il cui tema era quello del rapimento dei minori, tramite Internet, tramite le chat room, usate dai pedofili per rapire i bambini. In base alle statistiche, sono stati uccisi più bambini nel 1926, da estranei al nucleo famigliare, rispetto al 2006; quindi sono calati i casi di pedofilia e di uccisione di minori. Malgrado questi dati allarmanti, secondo me l’Umanità è migliorata negli ultimi secoli, sicuramente non è peggiorata. E poi, il potenziale di fare del bene da parte del web, supera di gran lunga quello dello sfruttamento da parte delle forze del male. Tutto quello che, ovviamente, noi, possiamo concepire a livello di malvagità, si trova in rete, siti pedofili, siti di cannibali, che uccidono e mangiano le persone; per contro, però, l’aspetto più importante del web è il fatto che ha migliorato la comunicazione tra le culture, tra i popoli che possono imparare gli uni dagli altri. Il dono più grande che ci ha fatto la rete è quello di aver globalizzato la comunicazione. Il fatto che qualcuno utilizzi questi mezzi per fini poco positivi, non nega assolutamente la bontà e il valore di questa scoperta.

La rete, inoltre, rappresenta un’arma importante per la lotta contro la criminalità, soprattutto grazie all’utilizzo, da parte dei laboratori scientifici della polizia, di computer e di Internet, in quanto, se si fa irruzione in un negozio, se si ruba qualcosa, in qualche modo si può riuscire a cancellare le tracce o le impronte digitali, invece i computer lasciano una traccia che non si può cancellare, i computer rappresentano un nuovo strumento di lavoro per i poliziotti: se i poliziotti riescono a mettere le mani sui computer dei criminali e malfattori, sicuramente possono rintracciare il percorso che hanno fatto, e risalire ai criminali. Quindi, si cancellano le impronte digitali dalle porte, ma non le tracce dalla rete.

Grazie. Ci vorrebbe molto più tempo, perché io sono un appassionato della rete. Ancora due domande. D: La morte sul web: secondo Lei coloro che ne fruiscono subiscono un impatto deresponsabilizzante rispetto al tema della violenza e della sopraffazione umane?

R: Secondo me chi guarda questi snuff movies sa benissimo quello che sta guardando, sa benissimo quello che ha di fronte. Noi esseri umani siamo mossi da istinti di base, istinti fondamentali ed essenziali. Ad esempio, l’uomo è, per antonomasia, il cacciatore e il raccoglitore, l’uomo è più cacciatore, la donna è più raccoglitore, e c’è una teoria secondo cui i maschi, quando tornano a casa e siedono davanti alla televisione, dopo aver avuto una giornata particolarmente insoddisfacente, rispecchia i tempi antichi in cui gli uomini, che andavano a caccia, e non avevano catturato nulla per la famiglia, tornavano a casa e guardavano spaesati l’orizzonte sperando che passasse qualche animale da poter catturare. Nel maschio c’è ancora desiderio di cacciare e di uccidere. Chi guarda questi snuff movies, in un certo senso, ha questo desiderio espresso all’ennesima potenza, e si sente inadeguato, è una persona inadeguata, che ha una mancanza, una carenza grave nella propria personalità, e quindi vuole uccidere, e vede queste persone, che perpetrano questi crimini in rete, come una sorta di vicari – che uccidono al posto suo – e trae un senso di appagamento proprio da queste immagini; questa è la mia psicologia da quattro soldi…

D: Potrebbe diventare assassino lui stesso?

R: La cosa più difficile per un assassino è: ammazzare la prima volta, e farla franca. Ci sono due tipi di persone che ammazzano, le persone normali, ordinarie, tipo noi – si spera, almeno – e gli psicopatici. Gli psicopatici sono diversi, perché sono nati senza coscienza, sono quelli che, da bambini, si avvicinavano al compagno di scuola, gli rubavano l’orologio, e non sentivano alcun senso di colpa, non pensavano che fosse una cosa brutta da fare. Sono quelli che possono ammazzare la moglie, e poi vivere, convivere tranquillamente con quello che hanno fatto, e continuare a farlo. Invece, le persone normali, quelle che, magari, durante un litigio con la moglie, la accoltellano, la ammazzano e la mettono in cantina, sono persone che non riescono a convivere con questa colpa, e dopo due settimane devono per forza dirlo a qualcuno, e così si tradiscono. Chi guarda tanti snuff movies, assiste a una sorta di depersonalizzazione di questa esperienza, per cui – man mano che continua a guardare questi snuff movies, se ne guarda abbastanza – diventa un’esperienza normale, e sicuramente potrebbe essere portato a compiere un omicidio.

D: Una persona che, precedentemente, svilupperebbe senso di colpa, si potrebbe abituare, sviluppare una sorta di assuefazione e diventare anch’essa uno psicopatico?

R: Io, quando ho guardato questo video di cui Le parlavo prima, sono rimasto veramente traumatizzato; se, invece, tu trai piacere da queste immagini, ovviamente sei già sulla buona strada per diventare un assassino.

Certo.

La cosa importante è il fatto che, la televisione, si è diffusa nelle famiglie a partire dal 1965 – 70, quindi, sono circa quarant’anni che noi abbiamo la televisione, fissa, in casa, in famiglia. Però, se vediamo il numero di uccisioni e di esecuzioni a cui assistiamo in televisione, siamo veramente esposti  al massimo a questo tipo di esperienza, molto più di quanto accadesse prima. Prima dell’avvento della televisione, dov’è che si assisteva a delle uccisioni? O si andava in guerra, o lo si leggeva nei libri, ma quest’ultima esperienza è molto diversa, rispetto all’esperienza diretta data dalle immagini. Quando uno si siede davanti alla televisione e, sera dopo sera, giorno dopo giorno, assiste a decine, centinaia di omicidi, uccisioni, tutto questo finisce per avere un effetto de-umanizzante, o depersonalizzante. Gli snuff movie rappresentano questo problema, portato alle estreme conseguenze.

Mi piace molto andare ad assistere a diverse conferenze, che i poliziotti tengono, soprattutto negli Stati Uniti, per capire di più come funziona il loro mondo. La settimana scorsa, sono stato ad un convegno sull’argomento, negli Stati Uniti, in cui si parlava di un caso particolare, di una ragazza di 15 anni, che aveva litigato con la mamma, se ne era andata di casa – lavorava in un fast-food – e ha incontrato, per strada, due ragazzi che aveva servito il giorno prima al fast-food; uno di loro le ha detto, ma perché non vieni a stare da noi, se hai litigato con tua mamma? L’hanno portata a casa loro, uno di loro l’ha violentata, e, per paura che andasse dalla polizia – d’accordo con l’altro – ha deciso poi di ammazzarla. L’hanno uccisa, e si sono chiesti: adesso cosa facciamo con il corpo? E l’hanno messo nel congelatore. Col congelatore non era risolta la situazione, per cui l’hanno tolto dal congelatore, e l’hanno dato al cane, un pastore tedesco. Il cane, però, non se lo mangiava, perché era congelato, quindi cosa hanno fatto? L’hanno tagliato a pezzi, e l’hanno cotto, l’hanno bollito. L’hanno ridato al cane, il cane ne ha mangiato metà, ma poi l’ha vomitato, e quindi avevano il problema del DNA sul tappeto di casa. A questo punto, hanno raccolto tutto, l’hanno buttato nella spazzatura, hanno cosparso di benzina, e hanno dato fuoco al cassonetto. La polizia così li ha trovati. In questo caso abbiamo a che fare con dei ragazzi che non sono molto svegli. Durante gli interrogatori, uno dei due ha confessato, e ha detto di aver visto il tutto in uno snuff movie, e di aver ripetuto quello che aveva visto. Molto spesso la televisione, molto più della rete, diventa molto pericolosa.

Io avrei un’altra domanda, ma dica pure all’Autore che mi ha dato ampiamente una risposta in precedenza. Mi chiedevo se il web potesse diventare un mezzo di diffusione di sapere e di bellezza intesi nelle loro forme più alte, ma a questa domanda ha già ampiamente risposto.

Grazie.

Si ringrazia, per il suo prezioso contributo, la Dr.ssa Chiara Serafin che, grazie alla sua traduzione simultanea, ha reso possibile questa intervista.

Andrea Di Cesare

 

Peter James

“In Rete”

romanzo

468 pagine

Kowalski editore, 2007

 

a cura di Andrea Di Cesare

IN RETE Intervista a Peter James serial killer snuff movies

©, 2007

Peter James – Al buio

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