DOMENICO REA

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Ancora adolescente a Nocera incontra per la prima volta interlocutori in grado di renderlo consapevole del suo talento: sono il frate francescano Angelo Iovino, che gli trasmetterà la passione per i novellieri trecentisti, lo psichiatra Marco Levi Bianchini, amico di Sigmund Freud, Luigi Grosso, uno scultore anarchico confinato dal regime fascista a Nocera, e Pasquale Lamanna, raffinato uomo di lettere, che insegna al liceo di Castellammare. Al Centro di ricerca per la tradizione manoscritta di autori moderni e contemporanei dell'Università di Pavia sono conservati circa quattordici quaderni, che vanno dal 1937 al 1940, più un numero notevole di fogli sparsi, che testimoniano come per Rea scrivere è già diventato un bisogno vitale e persistente. Nel 1939, a diciassette anni, partecipa a un concorso letterario bandito dalla rivista «Omnibus», diretta da Leo Longanesi, con il racconto È nato: non vince il concorso, ma Longanesi lo elogia e lo invita a continuare a scrivere. Comincia a collaborare al settimanale salernitano «Il Popolo fascista» e a «Noi giovani», il quindicinale del GUF. Durante la guerra conosce Michele Prisco e Annamaria Perilli, che diventerà sua moglie. Nel 1944 si iscrive al PCI e diventa segretario della sezione di Nocera. Inizia a frequentare spesso Napoli e il gruppo di giovani intellettuali che darà vita alla rivista «Sud» e stringe amicizia con Luigi Compagnone, l'eterno “amico-nemico”. In una di queste incursioni napoletane conoscerà Francesco Flora, amico intimo di Benedetto Croce. Flora sarà il primo a credere veramente in lui come scrittore, e lo aiuterà a pubblicare sulla rivista «Mercurio», diretta da Alba de Céspedes, un racconto La figlia di Casimiro Clarus. Conclusa la guerra, l'attenzione di Rea si sposta su Milano, in cerca di agganci editoriali. Ritrova Luigi Grosso che gli procura l'ospitalità di Giacomo Manzù e la conoscenza di intellettuali come Montale, Quasimodo, Gadda, Rèpaci, Anceschi. L'incontro determinante sarà quello con Arnoldo Mondadori e suo figlio Alberto; con loro avvia una vivace quanto sofferta corrispondenza, che precede e accompagna le sue pubblicazioni con la grande casa editrice. Dopo l'esperienza milanese torna a Nocera, dove scrive, ma passa anche da un lavoro all'altro, sempre pressato da necessità economiche. Alla fine del 1947 Mondadori pubblica il libro di racconti Spaccanapoli, grande successo di critica, ma non di vendite: Rea continua a scrivere racconti, ma Mondadori aspetta da lui il romanzo. (Wikipedia)

DOMENICO REA

Domenico Rea nasce a Nocera-Inferiore nel 1921, e muore a Napoli nel 1994.

Scrittore impegnato nel denunciare le ingiustizie, Rea è comunque rimasto estraneo alla militanza di qualsivoglia partito politico. Personaggio schivo, visse in maniera isolata la sua natura di scrittore attento alle quotidiane ingiustizie.

I suoi scritti sono permeati dagli stessi moti passionali, e irruenti, del suo popolo, il popolo napoletano. Le pulsioni e i soggetti da lui descritti sono elementari, presi dalla strada. La gente che Rea descrive è violenta, passionale, carnevalesca, mossa però da un’umanità irriducibile. Fame e bisogni materiali sono le drammatiche necessità con cui combatte ogni giorno. La lingua adottata da Rea tenta di riprendere la mimica e le movenze del dialetto napoletano, in un ritratto immediato dei più poveri e più umili personaggi presi in diretta dalla vita.

Tra le sue Opere ricordiamo:

– “Spaccanapoli” (1947); “Gesù, fate luce” (1950) Premio Viareggio 1951; “Una vampata di rossore” (1959); “Il re e il lustrascarpe” (1960); “Ninfa plebea” (1993).

©, 2004

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