Tra pagine e ombre d’autunno Riflessioni letture reminiscenze
Gli ultimi acquazzoni di agosto avevano lasciato nell’aria una luce che preludeva alle atmosfere meste dell’autunno, quella solennità dei mesi freddi che tanto mi piaceva. Già c’era nelle tinte del tramonto quel rossore pieno di contrasto col blu e il grigio delle nuvole che mi faceva pensare a un movimentato dipinto del Tintoretto, o ai tramonti veneziani visti tanti anni prima nei mesi passati in laguna. Questo autunno avrei fatto molte letture, già le pregustavo come un bambino cui fosse stata annunciata una grande gita, una bellissima vacanza, una formidabile merenda. Il paragone con la merenda era però più calzante, perché per me i libri erano come il cibo. Un cibo di cui, però, non ero mai sazio, e che, anzi, alimentava l’appetito all’infinito. Un libro tirava l’altro, un Autore, grazie anche all’ausilio di Wikipedia, me ne faceva scoprire degli altri, e così, di rimando in rimando, da un ipertesto all’altro.
Antidoto contro la tristezza, medicina contro la morte, la lettura scandiva i giorni, i mesi, metronomo che lentamente dava spessore ai momenti passati nel silenzio più assoluto, mentre il fruscio della pioggia filtrava dalla finestra, mentre un’altra notte calava sulla città, mentre tu, senza avvertirlo, invecchiavi ancora di un giorno.
Quale è il destino di Marguerite Duras ormai accolta per sempre nelle sinapsi della tua mente? Che destino avrà, dentro di te, la lettura de L’amante, cosa ricorderai fra dieci anni, delle vicende di quei due amanti disperati sulle rive del Mekong? Sarà ancora fresca o appassita l’immagine della grande berlina nera cui stava appoggiato il ricco cinese che avrebbe per sempre traviato la giovane ragazzina francese? Che ne sarà delle emozioni laceranti che i due personaggi ti hanno trasmesso con tanto nitore, da fartele sentire quasi tue? Che fine poi farà Sergio Ferrero, con le vicende de La valigia vuota, il cui malinconico protagonista sembra smarrirsi irrimediabilmente in una storia della letteratura che non lo ha mai preso in considerazione, salvo qualche trafiletto di qualche giornale di provincia? Eppure, si trattava di un romanzo più che meritevole di essere ricordato, che a te ha regalato due piacevolissime serate di lettura. Caro Sergio, ho di te un vago ricordo, uomo con il tabarro che incontrai passeggiando in Montenapoleone con il tuo amico d’allora Nico Naldini, parlasti, dicesti qualcosa in francese, eri uomo d’altri tempi, so che allora vivevi a Parigi, la città degli artisti, capitale del ventesimo secolo, dei lumi e delle avanguardie. Io, così giovane, vago, intimidito, ancora pregno della Parigi di Comisso e De Pisis, non m’accorgevo che il mondo era cambiato, che l’arte stava morendo, che gli artisti si stavano convertendo al mercato e alla piaggeria. E così, molto a proposito, Sigfrido Bartolini mi venne in questo autunno incontro parlandomi della Grande Impostura dell’arte moderna, con piglio ironico e deciso, incantandomi per diverse sere, smontando alcuni miti di carta pesta montati su da critici prezzolati e mercanti speculatori: il ritratto sulfureo di un mercato dell’arte corrotto sino al midollo, nel quale artisti mediocri ma comodi a una certa ala politica spopolano con le loro imposture, vedendo le proprie quotazioni salire a sproposito grazie alla impostura intellettuale ordita da critici e mass media compiacenti.
L’autunno avanza. Le giornate si accorciano. Le letture si avvicendano come le ondate di un mare tranquillo. Serate passate sulla poltrona, ben coperto, con caffè e cioccolata, i piedi avvolti da due paia di calze e il collo stretto in una calda sciarpa di lana. Il freddo è umido e pungente, induce a mettere un maglione in più, magari a trasferirsi a letto, sotto le coperte, con la lampada a stelo che illumina le pagine. E in tutto questo, la cagnolina Pepe che partecipa di questa grande quiete, che dorme in tua compagnia, che ti sale in grembo. Cosa sarebbe la vita senza questi momenti…
… un piacere fisico che sfiora la poesia, un dito di whisky e una sigaretta, il calore di Pepe sulle mie gambe, il suo morbido corpicino che respira addormentato su di me, e la mente trasportata lontano, sulle acque del Pacifico, in una avventura di Corto Maltese, dove Hugo Pratt dà la sua valida prova nel romanzo. Vi sono atmosfere salmastre percorse da un lieve nichilismo, da una soffice vena di violenza tutta finta ed esageratamente artefatta. Ma si tratta appunto della trasposizione di un fumetto, del quale ha lo stesso linguaggio visivo, sottile, fatto di lampi e apparizioni improvvise che niente hanno del realismo (ma cosa è il realismo? Il realismo è l’impossibile, come scrisse Walter Siti). Sulle prime ero erroneamente scettico di fronte a queste pagine, i personaggi così stilizzati, con tutte queste pretese di mistero, mi irritavano, ma non mi accorgevo che, in fondo, Pratt era stato prima di tutto un disegnatore, e poi, verso la metà del racconto, questa Ballata del mare salato mi permise di fare amicizia coi suoi personaggi e col loro creatore, che veniva da Venezia, città che avevo abitato e amato. L’iniziale sentimento di diffidenza si è poi sciolto, grazie alla sincerità di questa scrittura, che sembra scaturire dai racconti che una volta si sentivano in osteria, quelle osterie veneziane che pure avevo bazzicato in anni giovanili, e che mi avevano insegnato a stare dritto nonostante i tanti bicchieri di vino, ad ascoltare più che a parlare, a dire il giusto (Venezia è una città molto severa nei giudizi), ma anche a cogliere nei discorsi le tracce evidenti di una vanagloria accesa dall’alcool, o di una propensione a dirla troppo grossa (in quei luoghi di chiacchiere e bevute si incontravano personaggi improbabili ed eccessivi che parevano proprio uscire da una storia di Hugo Pratt). Corto, Rasputin, in perenne lotta tra di loro, legati da un destino che li costringeva uniti in azioni disdicevoli pur nell’antagonismo e nel divario di vedute, mi stavano tenendo compagnia ormai da un mese buono, mentre a questa alternavo altre letture, e andavo guarendo da una brutta bronchite e mi avvicinavo al Natale. E le altre letture erano Un delitto d’onore del dimenticato Giovanni Arpino e Settimana nera, dell’altrettanto dimenticato Enrico Emanuelli. Due grandi libri che in fondo parlano della stessa cosa, ovvero, del maschilismo, di quel sentimento che oggi va di moda chiamare erroneamente patriarcato (erroneamente, perché la famiglia patriarcale è tramontata da almeno settant’anni e la figura del padre, come la psicanalisi ci insegna da oltre un secolo, è quanto mai in crisi e periferica nella famiglia rispetto alla madre; se il patriarcato esistesse veramente ancora, e l’uomo, il maschio fosse ancora veramente in auge, non avrebbe il bisogno di uccidere per affermare in extremis una propria supremazia. Evidentemente questa è già sfumata, e la sua crisi si manifesta con atti tragici che, tra l’altro, finiscono spesso col suo suicidio – il maschio, oggi, è debole, anzi, debolissimo, ridotto ai minimi termini, e i deboli e gli impotenti sono molto più pericolosi dei forti e degli energici), ma di maschilismo e violenza maschile parlano appunto questi due capolavori dimenticati della Nostra letteratura (varrebbe la pena parlarne, ma lo farò in altre due apposite recensioni). Altra lettura, sulla donna la povertà e la sottomissione, è un romanzo che fa strano che nessuno, fra storici e giornalisti mediatici, abbia mai collegato alla morte della povera Luana D’Orazio, uccisa dall’orditoio a cui stava lavorando, storia di una giovane operaia ricattata dai padroni, come allora si diceva, del romanzo industriale di Giovanni Pirelli A proposito di una macchina (Einaudi, 1965), scritto con quello sperimentalismo linguistico che fu anche di Giovanni Testori e che ben si adattava a dare voce e realismo alla vita di fabbrica. Quei temi mi sono sempre stati cari, perché capaci di passare messaggi politici nel tessuto di una narrazione letteraria, come faceva Ferdinando Camon che, a ridosso di quegli anni, scriveva Un altare per la madre (storia di vita contadina) e Occidente, (ritratto del terrorismo neofascista a Padova negli anni più bui) libri duri, carichi di una pietas che ci siamo tutti dimenticati per gli ultimi e gli offesi, fuori dalla solita retorica d’occasione dei giornali e dei presentatori televisivi (anche questi due libri valgono una recensione apposita) quando accade qualche brutto fatto di cronaca.
Un altro libro che ho letto in questa autunnale galoppata nella letteratura, è un’Opera che a molti potrebbe sembrare una apologia di reato, dedicata al filosofo tradizionalista Julius Evola. Sono ormai dieci anni esatti che mi sto occupando di costui, e con alti e bassi – con momenti di acceso entusiasmo e altri segnati da un angusto sentimento di rabbia e di sfiducia, date le mie origini tutt’altro che di ultra destra, ma anche la mia attuale sfiducia verso una Sinistra bugiarda e debole, traditrice del popolo e dei lavoratori – vado via via addentrandomi nella conoscenza di un pensatore molto profondo e interessante, davvero illuminante per comprendere il presente e la contemporaneità segnata da una decadenza che deve molto di sé alla tecnologia e alla perdita di ogni orizzonte etico. Scriveva di lui Franco Cardini, il noto storico del Medioevo: “So che parlare di Evola è molto rischioso. Ma voglio dire che Evola non è stato ‘quella specie di mago Otelma’ di cui parla Umberto Eco. Questo personaggio, che passa per un occultista e un razzista, in realtà ha insegnato a noi – a noi giovani che contestavamo all’Occidente di avere scelto l’economia e la tecnologia come valori primari – a guardare in alto. Ci ha insegnato a capire che ci sono anche vie alternative alle culture dominanti, e che quelle vie vanno battute, esaminate, studiate, approfondite. Attraverso Evola recuperammo forse il neopaganesimo, ma con il neopaganesimo il rispetto per tutte le altre religioni. Capisco che possa sembrare paradossale: ma io, da cattolico praticante, continuo ad apprezzare questa parte di Evola. Grazie a lui ho imparato a tenere conto che ci sono anche strade diverse rispetto a quelle percorse, nella storia, dalla civiltà occidentale. E anche da Evola, per strano che sembri, ho imparato ad amare la grande tradizione ebraica” [1]. Trovavo questa citazione appunto nel libro che andavo leggendo in autunno, di Gianfranco De Turris, Elogio e difesa di Julius Evola, un testo che si impegna a ricostruire – certo è un testo di parte – le mistificazioni dei media di Sinistra, di giornalisti e intellettuali spesso aprioristicamente prevenuti e poco informati, che hanno colpito la figura di Julius Evola dal dopoguerra ai giorni nostri. Come del resto dare torto a De Turris, quando dice che nessuno ha mai imputato a Herbert Marcuse di essere stato un cattivo maestro, per quanto il suo pensiero abbia pesantemente influenzato le Brigate Rosse? Come assumere, allora, il livore e la campagna negativa che si sono abbattuti con violenza inaudita su Evola, supponendo egli sia stato il – cattivo – maestro dei terroristi neri? De Turris, inoltre, smonta, dati storici alla mano, l’equazione Evola-terrorismo nero, offrendo una approfondita rassegna di prove tratte da inchieste e processi, grazie alla quale emerge il fatto che Evola non abbia mai professato il passaggio all’azione concreta, e che – questa – è stata il risultato di una assunzione distorta delle sue teorie da evoliani allo sbando, che il filosofo ha sempre condannato alla radice. La cultura prevalente, di cui Giovanni Reale lamenta l’egemonia, ci ha sempre fatto credere che figure come Ezra Pound, Ernst Jünger e altri grandi maestri della cultura (oggi accettati anche dalla cultura dominante, forse solo perché i loro libri sono ben scritti, interessanti e vendono bene, e vengono letti persino dai comunisti), siano casi isolati di fascisti illuminati, colti e che in qualche modo abbiano perso la luce (se non della loro ragione) del loro fascismo. In questo contesto, si perdona anche a Louis-Ferdinand Céline perché vende molto e ha sempre venduto. Questa sembra essere una logica dettata dal mercato editoriale. D’altra parte, non si perdona affatto a Julius Evola; addirittura, viene considerato spazzatura, poiché non ha mai contribuito in modo significativo agli introiti dell’editoria ufficiale (oggi neanche un misero euro). Un libro, una indagine culturale, quindi, che – accanto a quelle di Renzo De Felice – non può mancare nella biblioteca di chi si voglia seriamente dedicare allo studio del fascismo e del neofascismo.
Nell’autunno delle mie letture, non mancarono due esempi di letteratura inglese connotata da un profondo senso dell’assurdo. Vorrei brevemente parlare di questi due libri, scritti a grande distanza l’uno dall’altro – quasi un secolo – ma non meno simili nell’evocare in chi legge gli stessi interrogativi, le stesse inquietudini: Il Napoleone di Notthing Hill, di Chesterton, e Nudi e crudi, di Alan Bennett, strani davvero, storie che scardinano il canone romanzesco e il senso stesso della realtà (sempre che ne esista una…). Sarebbe troppo complicato farne le sinossi, e forse anche inutile, e mi limiterò a dire qualcosa sulle loro atmosfere: fatte anzitutto di humor tipicamente british, un impasto di surrealismo e gusto dell’assurdo, di compiacimento linguistico e amore dei paradossi.
Guidato forse da una mano invisibile, altre quattro letture autunnali mi hanno portato in zone limite della mente umana, in quelle zone grigie o terre di nessuno che sono le terre del sogno, della fantasia, del prodigio. Sto parlando del Giocatore di Dostoevskij, del Colonnello Chabert di Balzac, dell’Arte di prender sonno di Jean Paul, di Sipario Nero di Cornell Woolrich. Non mi sono mai perso così agevolmente nell’inconscio umano se non leggendo questi libri, capaci, come i racconti di Poe, di generare una totale sospensione del senso di realtà. Non ne farò le sinossi, e lascerò a Voi il piacere di addentrarVi in questi magnifici libri come ho fatto io.
Note:
1: Michele Brambilla, Interrogatorio alle destre, Rizzoli, 1995.
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