Nelle isole del Sud insieme a Corto Maltese fra pirati e tempeste
Non sempre la trasposizione romanzesca da un fumetto o da un film riesce bene, con quel respiro che esige la letteratura, spesso avviene con un ritmo troppo veloce e sincopato, che non si addice alla lentezza richiesta dal romanzo. Non è questo il caso della Ballata del Mare salato di Hugo Pratt, che mi ha tenuto a lungo compagnia in serate silenziose e piene di fascino. L’ho letto con una iniziale diffidenza, ma verso la metà ne ho colto tutto il valore. E’ una vicenda fantastica, che nella versione romanzesca offre tutta la stessa visionarietà e l’approccio sognante che Pratt metteva nelle sue tavole illustrate. Ci troviamo alle soglie della Prima Guerra Mondiale, il 1° novembre 1913. Dopo una violenta tempesta sull’Oceano Pacifico, l’Oceano stesso, col suo magnifico orizzonte quale richiamo di ininterrotte avventure, sarà – come a dire – la voce narrante di questa sorta di favola, giocata su un doppio registro, quello storico, e quello fantastico. Sulla piatta distesa dell’Oceano compare un puntino, un uomo legato a una zattera che emerge debolmente tra le onde, scopriremo presto che trattasi di Corto Maltese, che viene subito sollevato a bordo del catamarano del capitano Rasputin, col quale Corto si dirige verso la segreta isola Escondida, dove incontrerà il misterioso Monaco, per il quale entrambi svolgono compiti di pirateria per conto della marina tedesca. Le vicende di Corto si intrecciano con quelle dei giovani Cain e Pandora Groovesnore, eredi di una facoltosa famiglia inglese, anch’essi salvati da Rasputin ma trattenuti come ostaggi per ottenere un riscatto. Sarà lo zio di Pandora, ufficiale di una nave inglese, a trarre in salvo i due giovani, nel corso di un avvicendarsi degli eventi sui territori marini mondiali, in cui dapprima l’Ammiraglio tedesco Von Spee batterà la flotta inglese al largo del Cile, per poi essere da questa sconfitto definitivamente alle isole Falkland nel 1914 (questi due episodi di guerra narrati da Pratt appartengono alla parte reale della vicenda, in quanto sono realmente accaduti). Tra atmosfere salmastre percorse da un lieve nichilismo, da una soffice vena di violenza tutta finta ed esageratamente artefatta, che del fumetto hanno lo stesso linguaggio visivo, sottile, fatto di lampi e apparizioni improvvise che niente hanno del realismo (ma cosa è il realismo? Il realismo è l’impossibile, come scrisse Walter Siti), assistiamo a una magistrale creazione fantastica inserita in un preciso contesto storico, quale quello dello scontro nel Pacifico della Divisione Navale d’Oriente della Marina Imperiale Tedesca nei Mari del Sud contro la flotta inglese impegnata negli stessi mari. Il perno di tutta la storia, sono i due ostaggi inglesi, la cui presenza andava a confliggere con le azioni di Corto e Rasputin al fianco della Marina tedesca. Corto, infatti, ha subito a cuore il destino dei due giovani, e farà di tutto perché si possano salvare, anche a scapito dei propri interessi. Sulle prime ero erroneamente scettico di fronte a queste pagine, i personaggi così stilizzati, con tutte queste pretese di mistero, mi irritavano, ma non mi accorgevo che, in fondo, Pratt era stato prima di tutto un disegnatore, e poi, verso la metà del racconto, questa Ballata del mare salato mi permise di fare amicizia coi suoi personaggi e col loro creatore, che veniva da Venezia, città che avevo abitato e amato. L’iniziale sentimento di diffidenza si è poi sciolto, grazie alla sincerità di questa scrittura, che sembra scaturire dai racconti che una volta si sentivano in osteria, quelle osterie veneziane che pure avevo bazzicato in anni giovanili, e che mi avevano insegnato a stare dritto nonostante i tanti bicchieri di vino, ad ascoltare più che a parlare, a dire il giusto (Venezia è una città molto severa nei giudizi), ma anche a cogliere nei discorsi le tracce evidenti di una vanagloria accesa dall’alcool, o di una propensione a dirla troppo grossa (in quei luoghi di chiacchiere e bevute si incontravano personaggi improbabili ed eccessivi che parevano proprio uscire da una storia di Hugo Pratt). Corto, Rasputin, in perenne lotta tra di loro, legati da un destino che li costringeva uniti in azioni disdicevoli pur nell’antagonismo e nel divario di vedute, mi avevano alla fine conquistato, in un romanzo del tutto corale, in cui nessun personaggio spicca veramente, ma tutti collaborano per dare corso alla narrazione. Tra le righe compaiono descrizioni suggestive, come quella del Cerro Aconcagua (la più alta montagna delle Ande) che spiccava sulla costa cilena, nel momento in cui Von Spee aveva appena affondato gli inglesi. Descrizioni come queste valgono molto, perché danno profondità immaginativa. Insieme al lavoro sulla psicologia dei personaggi, che qui, anche se ridotta e stilizzata al massimo, permette il crearsi di giuste geometrie e conflitti.
La Ballata si distingue per l’impegno di lettura che richiede, alternando riflessioni profonde sulla natura umana a dialoghi pregni di effetto, i quali sono i veri elementi distintivi di quest’opera, dalla quale emergono ambientazioni esotiche, che offrono al lettore l’opportunità di viaggiare e sognare con la fantasia. Questi paesaggi esotici plasmano riflessioni uniche, suscitate soltanto da certe immagini, le quali si sposano alla solitudine del protagonista.
NB: non ho fatto la sinossi, era un peccato svelare la storia.

L’Aconcagua a Viña del Mar

L’Aconcagua a Valparaiso

 

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