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Francesco Permunian un gabinetto di Kafka e un cimitero

Franesco Permunian un gabinetto di Kafka e un cimitero
Una voce che si perde in un monologo notturno, fra le nebbie di un cimitero lagunare e mefitico, il dolore sotterraneo di una necropoli che filtra la terra di fuochi fatui e anime e demoni. Questa è la sensazione che si prova nel leggere Nel paese delle ceneri di Francesco Permunian. Uno scrittore che viene dall’al di là, dalla sofferenza, da una terra desolata. Che dopo tanto vagare fra le ombre, ha forse trovato la luce del Lago di Garda, forse una rinascita e una nuova vita. Eppure “I libri sono il manicomio in cui vivo solo”, come egli testimonia in una intervista ad Antonio Gnoli.
Cosa ci comunica Permunian, al di là di una trama? Le trame sono solo un aspetto accessorio del romanzo, come diceva Joseph Roth. Le trame sono la cosa che meno ci interessa, forse interessano solo a Tom Clancy, e non siamo qui per parlare di una trama ben confezionata, ma di un soffio, un lamento, che prende forma, come vapore, davanti ai nostri occhi. Un classico libro gotico. Come più non se ne scrivono.
A chi si rivolge Permunian? Al vento, ai simulacri, alle ombre. Non vuole comunicarci niente, egli se ne sta chiuso in sé, dialoga unicamente con sé.
Francesco Permunian ha rinunciato, a tutto ciò che è mondanità e comunicazione, in un eccelso delirio di piccolezza.
Eppure, sta qui la sua grandezza.
Il gabinetto del dottor Kafka più che alludere alle laboriose occupazioni letterarie di Kafka, in realtà designa l’orinatoio alla turca della stazione di Desenzano, dove lo scrittore praghese fece una rapida sosta. Lasciando sulla parete, così immagina Sebald, un piccolo graffito. Forse il titolo di un racconto incompiuto: che nacque lì, tra le anonime pareti di un cesso. Ed è questa la ragione che ha spinto Permunian a eleggere il gabinetto della stazione di Desenzano — sulle cui panchine in alcune notti di insonnia ancora va a dormire — a simbolo della nostra attuale cultura: «Essendo dunque la letteratura ridotta oggidì a un cesso a cielo aperto, mi sono detto, perché non dovrei costruirmi anch’io il mio personale cesso d’autore in cui coltivare in solitudine le mie nevrosi, i miei fantasmi?» (Antonio Gnoli).
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