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DUE PERSONE UN TAVOLINO racconto

DUE PERSONE UN TAVOLINO racconto
Curiosità. Solo un pizzico di curiosità, mi ha mosso ad accettare la richiesta di rivedersi.
In fondo, sapevo già a cosa andassi incontro.
Avevo il ricordo di una giovane donna, una poco più che ragazza, allora di trentotto anni, poco risolta, con un grande casino nella testa. E una buona dose di conformismo semi-borghese, anche se celato dietro atteggiamenti, mi si conceda l’espressione, di Sinistra, volontaristici, anti-conformisti e socialmente impegnati.
L’impegno nel Sociale, spesso nasconde un vuoto di senso interno alla persona, se non un totale vuoto di valori, che vengono riempiti con slogan, comportamenti che dovrebbero dichiarare al mondo – lo dichiarassero almeno a loro stessi – una presa di coscienza. Ma non sempre è così, anzi, spesso è il contrario. Non è il caso di questa persona, però, che devo dire esprimere una certa dose di tenerezza e di candore, con i suoi tanti problemi lavorativi ed esistenziali, cui cerca di porre rimedio, come può. Malgrado quel conformismo che, pure, colgo in lei, e non gliene posso fare una grande colpa, perché è il retaggio dei figli di una certa borghesia colta, qui a Milano, che hanno studiato e che temono di perdere – avessero atteggiamenti più franchi, più oltranzisti, violenti o solo verbalmente violenti – l’aura di una prerogativa umana antropologicamente superiore, o che si sente tale. Grande ingenuità, in fondo, della borghesia di Sinistra, povera e indifesa di fronte alle vere durezze della vita, che preferisce mettersi al riparo, o nell’ombra, in un luogo protetto, e confortevole, non sia mai un luogo scomodo!… fisicamente, o anche solo… ideologicamente…
Milano è una città che ti porta incontro tronchi trascinati dalla corrente costante di un fiume, rami ed erbacce, che spesso si risolvono in incontri dal sapore un tantino malinconico, per la vuotezza che esprimono, al di là della loro disperata e inespressa speranza in un po’ di calore, comprensione umana. Milano genera solitudine, è una grande fabbrica di solitudine. Si sta allineando alle città anglosassoni, fredde, frenetiche, iper-produttive, alienanti. Tutto punta in una direzione che vedrà le persone sempre più isolate, e sono proprio esse ad andare ad alimentare quel mercato, quelle mode, quelle vuote e inautentiche disposizioni nei loro comportamenti, che presto le lasceranno completamente prive di umanità e spessore. Come bellissimi e costosi vestiti, disertati dal corpo. Una costante spinta in avanti, in vite proiettate fuori di sé, vite di persone che non hanno né tempo, né voglia di guardarsi dentro, di ascoltare veramente la voce della Città, non solo con le orecchie, ma col Cuore. Tuttavia, ci sono disseminati nella città corsi e corsettini di meditazione, di spiritualità, di buddhismo, di counselling, a cui le persone di cui sto parlando vanno un’ora alla settimana, come andrebbero in palestra, o al cinema, per garantirsi in un’ora settimanale la propria dose/razione di spiritualità, come fosse una dose di fermenti lattici o di antibiotico (o di antidepressivo…).
… ma tutti sappiamo che l’antibiotico, il fermeto lattico, l’antidepressivo, non risolvono il male, ma curano solo il sintomo e, alla prima occasione, il sintomo ricompare, più forte di prima, e così la dose va aumentata, all’infinito… se non si prendono provvedimenti che vadano più a fondo, alla radice…
La chiusura delle acciaierie e delle industrie pesanti, qui a Milano, ha significato il prevalere di gente molliccia, dedita al raggiro, perché ormai Milano è una città che produce unicamente fuffa. E’ la città dell’inconsistenza fatta industria e visione del Mondo, visione sociale e politica. Milano è un immenso cartellone pubblicitario, che non pubblicizza più alcun prodotto, ma pubblicizza la pubblicità stessa. La cosa più grave, è che il soldo ormai virtuale, ben si adatta a finanziare l’industria del fasullo. L’industria dei sorrisi, dove tutto è smart, dalle macchine ai telefonini. Un mondo di furbi.
Milano è una di quelle caramelle, a torciglioni, bianche e rosa, schiumose, grosse, che, appena le metti in bocca, si sciolgono, si sgonfiano, completamente prive di sostanza. E di proprietà, nutritive. Al limite, altamente tossiche. Piene di coloranti. Milano è una città dove tutti fanno quello che fan tutti, e “sono tutti”. Una città dove non riconosci più la realtà dalla finzione.
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Mi viene incontro, con quel sorriso che ancora ricordo di lei. La vedo dall’altra parte della strada, legare la bicicletta a un palo, e attraversare il selciato con passo allegro, il volto dai tratti marcati sotto una esplosione festante di capelli ricci e rossi, con quell’aria femminile carica di consapevolezza di sé, della propria bellezza, che si porta dentro il sentimento di un latente distacco, un’ombra di sgradevole impossibilità ad incontrarsi veramente fuori dal cerchio del suo marcato narcisismo. Cosa sono disposte a dare, di sé, queste persone? Non sono forse più attratte dal prendere, che dal dare? Dal prendere per auto-celebrarsi? … in una continua e inevasa richiesta e pretesa di conferme?
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… sentirsi eterni…  inscalfibili… questa è la fregatura, questa è sempre stata la mia fregatura…  sentire eterni i propri amici, sentire eterna la propria donna, la propria madre…
Ma basta un niente, a portarti via tutto, tutte le tue certezze…  l’ho capito tardi, ma l’ho capito… e mentre ascolto al tavolino questa estranea, che mi parla di sé dopo tre anni dal nostro ultimo incontro, sento per lei una totale estraneità, mentre piangerei disperato la scomparsa di altre persone, senza le quali, mi sentirei solo, solo con l’estraneità verso un mondo fatto di persone come questa…  con cui non ho nulla in comune, nulla da mettere sullo stesso tavolo, nulla da condividere, se non una immane solitudine…  ma due solitudini sono solo due solitudini, e non possono generare un vero incontro… tutt’al più, uno scontro.
A Milano non ci si incontra più, ma ci si scontra. A volte, queste collisioni, questi incidenti, li scambiamo per degli incontri. E andiamo verso la sofferenza, l’eterno ripetersi di una delusione. Potrei portare a compimento questo scontro, in fondo questa ragazza mi sta facendo capire che lei desidererebbe trascorrere forse la serata con me. Eppure, in me ormai si è fatta largo una resistenza solida e quasi serena a non cedere più alle lusinghe di questo tipo, di un bel casco di capelli ricci, giovani, di un bel faccino, di questa bocca sana e sorridente che potrei baciare, con tutti quei bei denti sani, lusinghe a cui ho deciso di non cedere più, soprattutto, se provengono da persone che sono distanti, troppo distanti dai miei valori … per non parlare del corpicino, ben disegnato, flessuoso, il culetto tondo e compatto, i fianchi leggermente androgini… la tipica narcisista che ti mette nei casini, ma, casini a parte, che potrei sopportare e forse anche gestire, casini che finirebbero forse anche per divertirmi e farmi sentire nuovamente giovane, è la noia che mi assale, a sentirla mentre parla, di tutte quelle cose che sento e ho sempre sentito in bocca ad altre in tutto simili a lei, la mancanza totale di sorpresa rispetto a un copione che ho imparato a prevedere quasi a memoria, e che vedo sempre messo sulla scena, che mi fa desiderare di passare la serata a casa, ad ascoltare della buona musica, per conto mio.
«Dopo tre anni, sono ancora nella situazione di prima», fa Roberta.
So di cosa sta parlando. A che pro, allora, ha voluto vedermi. Voleva uno psicologo gratis?
«Mi chiedo cosa vi leghi, e perché tu continui ad alimentare quel rapporto», dico io.
«In verità, sto uscendo, sto andando a ballare due volte la settimana… ma mi si accollano solo uomini di destra, o muscolosi, uomini con cui non ho niente in comune.»
«Cosa hanno i muscolosi e quelli di destra che non ti piace? Stai parlando appunto con uno di destra, che lo è diventato, dopo una lunga e sofferta metamorfosi, ma che certamente non è più di sinistra… sì, non sono muscoloso…»
«Non mi piacciono… come potrebbero piacermi?» Fa una risatina, di circostanza, ma anche leggermente disperata.
«Ti rimandano di te stessa un’immagine che non accetti?»
«Forse…» I capelli ricci hanno un fremito, così come le sue labbra sottili ed aggressive.
«Quanto alla mia destra, pur io provenendo famigliarmente da una lunga tradizione di sinistra, posso dirti che è forse più che altro una forma di individualismo anarchico, che mi accomuna alla sinistra per la parte anarchica, ma che me ne distanzia per il valore che dò all’individualità, estraneo alla sinistra pura… sono solo un anticomunista, uno contro la massificazione… contro il progresso tecnologico… che sta facendo solo immani danni…» Le mostro il mio cellulare di vecchissima generazione.
«Io non riesco ad essere individualista… faccio volontariato… credo nel sociale…»
«Ma credi almeno in te stessa? Il sociale non va a riempire un vuoto di fiducia in te stessa? E nel prossimo? Non nella tua cerchia di amicizie ristretta, ma nel prossimo, in senso ampio?»
Fa una faccina contrita. Non vuole, o non può rispondere.
Comprendo che ho di fronte un soggetto tanto fragile, quanto pieno zeppo di dogmatismi e moralismi accumulati in una vita fatta di continue sicurezze, date dall’aver sempre frequentato le stesse persone, le stesse tipologie politiche, le stesse letture, gli stessi tipi di film e dibattiti. Una povera ragazza che si è costruita un ovattato mondo di sicurezze, che però le si stanno sgretolando intorno come un guscio d’uovo, dal quale sta cercando di uscire. Ma, al tempo stesso, avvertendo l’aria pulita della libertà, che si respira fuori di esso, si spaventa, e tenta di rientrarci.
Io, comunque continuo a non comprendere perché abbia voluto rivedermi… o forse… lo comprendo… vorrebbe che io dessi il colpo di grazia a quel guscio… ma non ne ho voglia… mi annoia anche questa eventualità…
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«Come ti dicevo, lui ha sessant’anni…e non si decide a mollare quell’altra…»
«E perché mai, dovrebbe farlo?»
«Perché io voglio un rapporto normale, non tollero la bigamia…»
«Lascia che ti dica una cosa… questa non è bigamia… ma il comportamento scorretto di un sessantenne egoista e narcisista… la bigamia, se dichiarata, può essere una cosa molto pulita e corretta, ma questo è solo imbrogliare il prossimo… lui è certamente un narcisista… e questo ti erotizza.»
«Sì, tra di noi c’è una grossa tensione erotica… »
«Tu stessa sei una narcisista, te lo vedo addosso, il tuo narcisismo, te lo riconosco… due narcisisti non potranno mai andarsi incontro… non potranno mai generare un vero incontro… voi passate molto tempo a scopare, e basta… ma non vi incontrate … vi conoscete? Tu ritieni di conoscere questa persona?»
Abbassa lo sguardo, poi fissa la strada, davanti a noi.
«Conosci questa persona tanto da amarla per quella che è, e non per quella che vorresti che fosse? Non ami quello che lui è, perché non lo conosci, e nemmeno quello che potrebbe essere, perché lui non cederà mai alle tue richieste, e non sarà mai quello che tu vorresti che fosse.»
«Non credo di volere molto. Un uomo tutto per me, che non debba spartire con un’altra. O lei, o me. Gliel’ho detto.»
«In amore IO Voglio è un’espressione che non deve esistere. Ora scommetto che non vi state sentendo.»
«No. Ma sono sempre io a cedere. Mi nego per due settimane, poi lui chiama, e io cedo.»
«E scopate a più non posso… continuando a non fare nulla per conoscervi e rispettarvi davvero. … quanta aggressività dovete scaricare? … non vi farebbe meglio un po’ di palestra?»
«Noi non è che non ci rispettiamo… non ci insultiamo mai…»
«E’ un vero insulto al concetto di amore tutta la vostra condotta. State facendo a braccio di ferro. Nessuno dei due potrà mai cedere, siete narcisisti allo stesso grado.
«Vorrei un uomo con cui passare anche le serate ad annoiarmi sul divano, ma che fosse solo mio.»
«Se lui non avesse un’altra, tu già otto anni fa ti saresti completamente disinteressata a lui. La tua missione, che non c’entra affatto con l’amore, ma col possesso e il narcisismo, è portarlo via a quell’altra.»
«No, se lui decidesse di stare con l’altra, io mi ritirerei.»
«Il fatto è che tu sai che lui questa decisione non la prenderà mai. E sai di stare tu stessa alimentando un circolo vizioso, che ti tiene in vita, perché hai bisogno di questo rapporto, come di una droga. Si chiamano rapporti tossicofilici, in cui si usa l’altro come una sostanza.»
«Sì, in effetti ho molto bisogno di queste emozioni, ne ho un enorme, bisogno, per sentirmi viva…»
«Così, ti dai al sociale, per dare un po’ di senso a delle giornate che, senso, non hanno…»
«No, io nel sociale ci ho sempre creduto…»
«Come continui a credere in un amore, che amore non è… forse c’è del moralismo… in tutto questo…»
«Cosa vuoi dire?»
«Ti dirò che io nei sentimenti ci credo, ma credo – da libertino colto quale sono – che il sesso possa anche vivere completamente scollegato dai sentimenti, se vissuto nella cornice di un incontro colto, ed estetico. Credo anche che voi due facciate solo del sesso, del puro, normale sesso, ma che il tuo moralismo ti faccia inventare una storia d’amore, per non farti sentire una puttana, una promiscua, una donnetta… ma guardati un po’ di più dentro… e poi dimmi se non è così… potresti viverti il sesso con questo losco individuo, per quello che è: sesso, e punto.»
«Lui mi ha detto che le ha sempre deluse tutte, quando ci si è messo insieme… e così, non vuole mettersi insieme a me…»
«Guarda che un uomo, a sessant’anni, generalmente è molto egoista, soprattutto quando si ritrova fra le mani la carne fresca di una trentottenne, e poi, può essere molto scaltro, un abile mistificatore… ma lui, non ti fa minimamente paura?»
Ormai, Roberta non osa più replicare.
«Guarda che uomini così, lo leggiamo in continuazione sui giornali, non sono disposti a mollare… compiono più volentieri un femminicidio, che lasciare che la donna li lasci… davvero, non ti fa minimamente paura
«No, sa essere dolcissimo.»
«… finché non lo contraddici… Un po’ di sana paura, potrebbe fare la differenza fra la vita e la morte, al momento giusto… sei troppo dipendente da emozioni di tipo sessuale, da confondere molte cose, molti sentimenti… è per questo che io da anni mi dedico allo studio del tantrismo… che oggi è travisato come sesso, in verità, esso è la liberazione dalla schiavitù del sesso…»
«Ma io voglio continuare a vibrare…»
«Se continui così, continuerai a vibrare a un livello molto basso, senza mai capire veramente né le persone, né l’Universo…»
Ci salutiamo a un semaforo. La vedo andare via in bicicletta. Presto scompare in fondo a una via trafficata. Non l’avrei mai più sentita. Milano è soprattutto questo. Una caramella vuota, priva di sapore, e di sostanza.
©, 2017

 

 

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Questo articolo ha un commento

  1. M’interessano gli scritti di Andrea Di Cesare.
    Anche quando non li condivido in toto, mi fanno riflettere. Leggerli è uno stimolo alla memoria. Uno stimolo per rispolverare – se non perfino rivivere – situazioni, sentimenti e rabbie analoghe, da tempo chiuse nel bagaglio a mano che ogni giorno porto con me a bordo del mio aliante esistenziale.
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