Intervista a Gabriele Croppi FOTOGRAFO

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Intervista a Gabriele Croppi FOTOGRAFO

Intervista a Gabriele Croppi FOTOGRAFO

IL PARADOSSO DEL SOGGETTO

Gabriele Croppi, 33 anni, una vita in gran parte passata dietro l’obiettivo. Al suo attivo reportages da Cuba (Cuba Last Minute) Balcani e Amazzonia. Un obiettivo inizialmente affidato al sociale, all’impegno per i poveri, gli oppressi. Un obiettivo, quello di Gabriele Croppi, che sa anche essere critico e autocritico, di fronte alle ipocrisie di certo impegno sociale: sì – dice – mi sono occupato di reportages sociali, amo, come tu hai colto attraverso Sironi e Testori, narrare la/le città. Ma mi sono accorto che l’oggettività è una mera illusione. Un’illusione ottica, dico io, per rimanere in tema. Un paradosso, risponde Croppi, più in linea col suo maestro Fernando Pessoa. Già, un’illusione paradossale, in quanto il soggetto, nel momento in cui fissa il suo obiettivo, non ritrae la realtà, ma un istante della propria vita. Detto questo, quale senso ha il reportage sociale, se quando scatto, scatto solo per ritrarre me stesso, il mio soggetto? Sono sempre e comunque irriducibilmente narcisista, anche quando faccio lo scatto a un povero del Sud del mondo. Dopo 15 anni di attività, sono giunto a questa sofferta conclusione, una conclusione che pago col mio lavoro, che ho raggiunto con l’esperienza unita alla riflessione. Sento nelle parole di Gabriele Croppi, in verità, un impegno che va oltre lo scatto sociale, un impegno di verità e sincerità che lo lacera internamente. Rinunciando all’impegno sociale, Gabriele Croppi non rinuncia, però, a una riflessione etica sull’essere fotografo: quando vado in Amazzonia, per cosa fotografo? – si chiede Croppi – per cambiare e migliorare le cose, o per me stesso? Ci sono tribù che vivono ancora totalmente isolate dall’uomo occidentale, e io fotografandole compio un sopruso enorme, introduco un disequilibrio. Una specie di virus, dico io. Sì, un virus, un’alterazione. Croppi continua, citando 2000 anni di Storia, dall’Antica Grecia a oggi, 2000 anni che ci hanno resi materialisti e consumisti. Come liberarcene? E’ difficile, non basta uno scatto fotografico, e tornarsene a casa propria. Queste parole non bastavano, però, a delineare il lavoro di Gabriele Croppi artista, impegnato – come già sapevo – sul fronte della ricerca estetica dei linguaggi comuni alle varie arti visive. Per capire meglio cosa si celasse dietro questo volto serio e autocritico, gli domandai: < Puoi dirmi qualcosa sulla tua attività presente, sulla tua ricerca artistica, incentrata sul rapporto tra fotografia e letteratura, pittura, cinema? > R: Se esiste una linea di continuità nella mia attività, è certamente il tipo di approccio e di concezione della fotografia, del suo ruolo all’interno della società e delle relazioni con le altre arti. Nascendo come pittore, e rafforzando, nel tempo, una convinzione ‘anti-realistica’ e  ‘soggettivistica’ del linguaggio fotografico, il dialogo fra fotografia ed altre arti, è diventato negli anni una costante fonte di ispirazione. In ciò, hanno giocato (e tuttora giocano) un ruolo fondamentale alcune convinzioni, sulle quali si fonda la mia poetica. Da un lato, il desiderio di riconoscere un senso estetico comune: condiviso, senza eccezioni, da tutte le arti, dalle più giovani alle più tradizionali. Un senso estetico che si manifesta nella continuità (a partire dai ‘topoi’ formali e contenutistici dei temi della mitologia classica e religiosa, dei generi, ecc…), ma anche nella rottura e nella contestazione di tali schemi (dalla retorica asiana alle neo-avanguardie, passando per il primo barocco e le avanguardie del ‘900). D’altro lato, la volontà di ridimensionare le pretese di “autorialità” nell’Opera d’Arte, nell’insofferenza per alcune “patologiche” prese di posizione, che accomunano non pochi artisti. Mi riferisco alla ricerca ossessionata del “nuovo” e dell’”originalità “ fine a se stessa. Ai miti dell’”invenzione” e del “primato” nella paternità delle idee; alla paura psicotica di trattare tematiche già esistenti, di riconoscere le influenze ed i propri padri artistici: di essere, in qualche modo, anacronistici, ignorando una forma di anacronismo assai più evidente: quella della fede per il “nuovo” e per l’”invenzione”, logori reperti di un’ epoca –  quella del sogno modernista, delle avanguardie, e della fede incondizionata nel progresso – ormai vecchia di un secolo. Queste, le premesse che mi spingono, da oltre un decennio,  nella direzione di un fitto dialogo con altre arti ed altri artisti: con la pittura (dal progetto di reinterpretazione fotografica di “Guernica” di Picasso, alla più recente serie di Opere ispirate alle periferie urbane di Mario Sironi), con la letteratura (gli omaggi a Borges e Pessoa), con il cinema (il recentissmo lavoro “Visioni”, ispirato ad alcune celebri pellicole di Lang, Wenders, Welles, Tarkovskij).
< Lungi dal dichiarare una resa di fronte alla inefficacia sociale della fotografia, come ti rapporti attualmente rispetto al mezzo fotografico? >

R: La mia posizione è limpida. Rifiuto nella maniera più assoluta qualsiasi tipo di concezione realistica ed oggettivizzante della fotografia. Siano gli altri a giudicare tale presa di posizione: realistica, pessimistica o disincantata. Ciò che vorrei chiarire è che tale mia convinzione (giusta o sbagliata che sia), non influisce affatto sul tema dell’efficacia sociale della fotografia. La fotografia è sempre e comunque efficace a livello sociale. Del resto, l’atto fotografico (come qualasiasi atto umano) è, contemporaneamente, “causa” ed “effetto” di altri atti ed altri fenomeni. È pertanto fisiologico che un impegno sociale del fotografo abbia delle ripercussioni (rilevanti, irrilevanti, dirette, indirette) nella società stessa da cui è ispirato, e verso cui è indirizzato. Ma non è questo il problema: il problema è un altro, di tipo morale e semantico. E cioè: il problema è che si dia per scontato che “l’efficacia sociale” della fotografia debba necessariamente avere a che fare con la categoria morale del “bene”, e che sia, tale atto, una rappresentazione oggettiva (un “documento”) della realtà in cui il fotografo (essere umano vincolato e limitato da coordinate spazio-temporali) si trovi ad operare. Sono premesse ed aspettative fuorvianti, quotidianamente smentite dalla realtà in cui viviamo, in cui la strumentalizzazione nell’uso delle immagini è diventata la regola. E a tale strumentalizzazione (al di là dell’etica e della morale che la generano) non si può certo negare un’evidente efficacia (ed influenza) sociale.
Naturalmente, tale consapevolezza, non toglie nulla ai buoni propositi di chi opera e si impegna, attraverso l’uso della fotografia, per migliorare la società in cui vive e per denunciarne gli aspetti (che egli ritiene) negativi. Esiste però un problema, che è di tipo formale (e dunque, contenutistico), e riguarda la “maniera” di tale approccio, spesso e colpevolmente sentenziosa, universalizzante, oggettivizzante. Da tali constatazioni, auspico un ritorno all’uso (ahimè, scomparso) della “prima persona singolare”, e di un ridimensionamento delle ambizioni di significato delle proprie esperienze. Esperienze soggettive, interpretabili, più o meno condivisibili. Ma soprattutto: mutevoli, nello spazio (nell’aperto confronto con diversi interlocutori, testimoni di diverse culture, esperienze, ideali) e nel tempo, affinché nessuna idea, nessuna constatazione ed esperienza diventi feticcio, ma che possa essere messa in discussione, in nome della complessità, della mutevolezza e della perfettibilità dell’uomo e della Vita.

Intervista a Gabriele Croppi – FOTOGRAFO

MILANO – Piazza Cadorna – 26 ottobre 2007

a cura di Andrea Di Cesare

Intervista a Gabriele Croppi FOTOGRAFO

©, 2008

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