Giovanni Testori Il Dio di Roserio romanzo della modernità
 
E’ una lettura ostica, affascinante, dura. Non ci troviamo di fronte a un’Opera di facile lettura, ma a una narrazione magmatica, alla fucina creativa dello scrittore che non ha voluto mettere distanza fra sé e la pagina.
Al contrario, ha voluto riversare su di essa la massa magmatica, ancora intatta nella sua forma caotica, dei suoi pensieri. Opera ardua, a scriversi e a leggersi.
Ne “Il Dio di Roserio” si possono cogliere degli aspetti narrativi che riportano al concetto di velocità. Gli Anni in cui si colloca questa narrazione sono quelli del dopoguerra, del rilancio economico, della scoperta dell’automobile e di altri oggetti tecnologici, come il frigorifero e la televisione, quali beni della classe media e della piccola borghesia italiana. L’amore di Testori per la grande città, e per Milano in particolare, si esprime anche in una ricerca della scrittura, della narrazione, volta a ricreare sulla pagina quel senso di novità, di velocità, di spregiudicatezza che il boom economico avrebbe presto portato con sé nella Nazione. Milano, il traffico, le fabbriche, la fatica, l’energia di un popolo di lavoratori che sudano, che bruciano energie, che iniziano a consumare, a spendere, a far crescere il benessere, credo si ritrovino anche in queste pagine, dove i due ciclisti impegnati nella gara ben esprimono, con il loro slancio in avanti, lo stesso slancio economico e industriale dell’Italia di quegli anni. I ciclisti gareggiano, pregustano il premio finale, sfidano la vita la morte e la fatica, e in questo c’è la stessa fatica e lo stesso slancio di una Nazione che produce beni di consumo e ambisce al benessere dei suoi singoli individui.
Testori ci ha regalato con “Il Dio di Roserio” pagine di grande umanità, intessute di fatica che, credo, sia stata la sua stessa titanica fatica nello scrivere un libro simile.
C’è la parabola della vita, della vittoria e della sconfitta, e la carnalità del dolore, di quel dolore che si fa prima fisico, poi morale, esistenziale. Non era estraneo Testori a questi sentimenti. Egli non era un uomo tiepido. L’ombra della Morte, in questo libro, incombe sul boom economico, sull’ottimismo di una classe di piccoli borghesi, che gareggiano contro se stessi, ma Testori ci/li mette in guardia, lanciando il monito di una visione che si fa pessimistica e tragica. 
Linea 1 per Roserio – Atm – Milano

 

Nota:
Giovanni Testori e Luchino Visconti
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Luchino Visconti
Rocco e i suoi fratelli è un film del 1960 diretto da Luchino Visconti e ispirato al romanzo Il ponte della Ghisolfa di Giovanni Testori. Il titolo del film è una combinazione tra l’Opera Giuseppe e i suoi fratelli di Thomas Mann e il nome di Rocco Scotellaro, poeta che descriveva le condizioni dei contadini meridionali e di cui Visconti era un grande estimatore. I cinque fratelli vengono presentati, durante la narrazione, in abbinamento alle cinque dita della mano, di cui Rocco rappresenta il dito medio. (Wikipedia).
©, 2011

 

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