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Philip Kindred Dick (Chicago, 16 dicembre 1928 – Santa Ana, 2 marzo 1982) è stato uno scrittore statunitense. La sua fama, in vita esclusivamente noto nell'ambito della fantascienza, crebbe notevolmente presso la critica ed il grande pubblico dopo la sua morte, in Patria così come in Europa (in Francia e in Italia negli anni ottanta divenne un vero e proprio scrittore di culto, anche in seguito al successo del film Blade Runner del 1982, liberamente tratto dal suo romanzo Il cacciatore di androidi), venendo dunque ampiamente rivalutato come un importante autore postmoderno, precursore della corrente artistico-letteraria dell'avantpop. Gli sono stati dedicati molteplici studi critici che lo collocano ormai tra i classici della letteratura contemporanea. (Wikipedia)

PHILIP K. DICK blade runner

PHILIP K. DICK blade runner MA GLI ANDROIDI SOGNANO PECORE ELETTRICHE? romanzo che ha ispirato il film di Ridley Scott Fanucci 2007
Il termine “fantascienza” racchiude un genere tanto vasto, quanto polimorfo al suo interno. Classificare Philip K. Dick come Autore di fantascienza potrebbe essere vantaggioso per altri Autori dello stesso genere che da Dick verrebbero innalzati, mentre Dick da questi ultimi – come ad esempio Asimov – verrebbe ridimensionato se non svilito. Philip K. Dick non è riducibile ad alcun genere: è solo Dick. Una forza del tutto individuale, una potenza narrativa che è solo sua, sprigiona dalle sue creazioni. Nei suoi romanzi – fantascientifici? – non troviamo alcuna traccia di quello spirito ottimisticamente divulgazionista che apparteneva a Asimov, e che potrebbe essere preso a modello della vera, tradizionale fantascienza. In Philp K. Dick non è l’oggetto naturalistico oggettivamente analizzato sotto la lente dello scienziato (Asimov) a essere narrato e spiegato, ma l’uomo, il soggetto uomo con le sue zone d’ombra, con le sue angosce primordiali. Non c’è niente di meno oggettivo – lo dice la parola stessa – del soggetto. La struttura dei romanzi di Philip K. Dick è interamente giocata sull’ambiguità di fondo dell’essere umano. Se di fantascienza si può – e a questo punto, si deve – parlare, è in merito all’espansione del tema del soggetto, sino a conclusioni metafisiche, che però non ci allontanano mai dal presente, dal qui e ora, costruzioni narrative che non hanno bisogno di evadere da un senso di prossimità dall’uomo che tutti conosciamo, dal Nostro vicino di casa come da noi stessi. Philip K. Dick, al contrario, rivolge la lente dello scienziato al loro interno, ne scandaglia l’inconscio e le emozioni, e fa così – della normalità anche più banale – un costrutto dal sapore fantascientifico, che non ha niente di fantastico, se non l’affermazione di un soggetto inafferrabile, privo di contorni, oscuro.
In questo romanzo, che ha poi ispirato il film “Blade Runner” di Ridley Scott, ritrovaimo Jack Isidore, nei panni di uno “speciale”, ovvero, un uomo contaminato da radiazioni nucleari, dopo aver vestito i panni di un “cervello da gallina” in “Confessioni di un artista di merda”. Anche qui Isidore non brilla per la sua intelligenza, avendo subito un abbassamento cognitivo a causa delle radiazioni. Egli però è l’unico detentore di veri sentimenti, quali carità, amore per il prossimo, pietà, diversamente da tutti gli altri personaggi, a partire dal cacciatore di taglie Rick Deckard. Sembra che Philip K. Dick, volendo mantenere la narrazione sui due livelli di Isidore e di Deckard, voglia far confluire nello stesso romanzo il piano dell’introspezione (Isidore) e quello del giallo alla Philip Marlowe (Deckard), il tutto ben miscelato in una sorta di gotico americano immerso in salsa trash. Il trash è veramente un tema portante in Dick, nel “povero” Philip K. Dick, potremmo dire!, in quanto egli stesso, come scrittore, avrebbe ambito ad avere la stessa considerazione di scrittori come Kurt Vonnegut, William Burroughs o Saul Bellow, scrittori più amati – allora – dall’editoria americana in quanto esponenti “ufficiali” (diremmo istituzionali, anche se è un controsenso) della controcultura (scrittori che, alla lunga, hanno dimostrato la loro furberia intellettuale!). Ma Dick era – forse involontariamente – un anarchico di ogni genere e di ogni parrocchia, era un tipo geniale, e lo dimostra il fatto che oggi si leggono i suoi romanzi ancora con grande – allarmante – attualità. La sua era – a quei tempi – considerata fantascienza scadente, così come una mente scadente è Jack Isidore, il forse più autobiografico dei personaggi dickiani. Anche il bellissimo “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” sarebbe un romanzo a metà, se non avesse al suo interno la presenza metafisica, contraddittoria e mediocre di Jack Isidore, vero collante dell’intera vicenda. Il mondo è arrivato alla fine, è tutto pressoché contaminato, metà della popolazione è migrata su altri pianeti, e sulla Terra altro non sono rimasti che esseri come Isidore, polvere radioattiva e androidi. Androidi a cui danno la caccia quelli come Rick Deckard, al fine di fare unicamente soldi, per potersi permettere una “vera” pecora, non una pecora elettrica. Una pecora che li faccia guardare con stima dai loro vicini di casa, e dall’ordinamento statale che prevede che ogni cittadino si prenda cura di un animale per sviluppare la propria empatia. Ma gli animali veri sono quasi tutti estinti, e costano moltissimo, così quelli come Deckard sono costretti a ripiegare su “pecore elettriche”, molto più economiche, col rischio di essere scoperti. Una lunga giornata aspetta Rick Deckard, a caccia di androidi, e Jack Isidore, riparatore di pecore elettriche.
©, 2008

 

 

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