PHILIP K. DICK – CONFESSIONI DI UN ARTISTA DI MERDA

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Philip Kindred Dick (Chicago, 16 dicembre 1928 – Santa Ana, 2 marzo 1982) è stato uno scrittore statunitense. La sua fama, in vita esclusivamente noto nell'ambito della fantascienza, crebbe notevolmente presso la critica ed il grande pubblico dopo la sua morte, in Patria così come in Europa (in Francia e in Italia negli anni ottanta divenne un vero e proprio scrittore di culto, anche in seguito al successo del film Blade Runner del 1982, liberamente tratto dal suo romanzo Il cacciatore di androidi), venendo dunque ampiamente rivalutato come un importante autore postmoderno, precursore della corrente artistico-letteraria dell'avantpop. Gli sono stati dedicati molteplici studi critici che lo collocano ormai tra i classici della letteratura contemporanea. (Wikipedia)

PHILIP K. DICK

“CONFESSIONI DI UN ARTISTA DI MERDA”

romanzo

Fanucci, 2007

 

In questo romanzo alquanto strambo Philip K. Dick ci descrive un tenero, e al tempo stesso alienante, quadretto famigliare, dove la matrice autobiografica sembra guidare la penna dell’Autore. La Contea di Marin (CA) si affaccia sulla baia di San Francisco,

Marin County

 

ed è uno fra i luoghi più belli e selvaggi della California, dove si è col tempo creata una comunità di ricchi imprenditori e manager del campo immobiliare, dediti alle festicciole col barbecue, all’acquisto di macchine costose, e di villini lussuosi dove vivere con le loro mogliettine stile Doris Day, dedite a passatempi colti, attività filantropiche e trisettimanali visite dal proprio psicoanalista, se non dal giovane amante di turno.

Il quadro in cui la storia si inserisce è questo, ovvero, un territorio da sogno abitato da gente ricca e un po’ annoiata, oltre che grezza e ignorante, che non sa come spendere tutti i propri soldi, e allora inizia a coltivare nevrosi, paranoie, istinti omicidi, tanto per condire coi soliti ingredienti noir-cinematografici un american dream giunto al suo nefasto capolinea sulle più remote propaggini di una west-coast idilliaca, lontana anni luce dai miasmi proletari e promiscui di una megalopoli come Los Angeles, molto più a Sud come latitudine, ma anche come stile di vita. Se Bukowski non avrebbe mai potuto ambientare una delle sue storie di ordinaria follia a Marin, Dick non trova in Los Angeles

San Pedro pacific ocean coastline aerial in Los Angeles, California.

 

quell’ordine borghese e pacioso, se non piatto, di vite decorose e normali, che a un tratto si diverte a stravolgere e sovvertire con improvvise ondate di follia paranoide. L’America qui narrata è quella squallida degli anni’50, e il romanzo in questione si situa in una fase creativa di Dick in cui egli desidererebbe abbandonare la fantascienza. Nasce, dalla convergenza di queste due problematiche, un tessuto narrativo tutto particolare, un’estetica del basso profilo, ovvero, della merda, quale elemento che potrebbe rigenerare le sorti dell’arte americana, e dell’artista Jack Isidore, protagonista della vicenda, un marginale, un deficiente che indaga i fenomeni naturali con spirito empirico, avendo come modello di studio la raccolta di “insoliti fatti scientifici”. Parodia della scienza – che Dick vorrebbe tradire –  e della società americana, in bilico tra cielo e inferno, impantanata in una quotidianità grigia e monotona, senza prospettive al di là dello shopping serale o di qualche travolgente avventura extraconiugale. C’è molta tragedia in queste pagine, ma descritta con la tecnica della farsa grottesca. In fondo, ciò che differenzia tragedia e farsa è solo una questione di stile, di accenti, e Dick, da grande scrittore quale è, sa mettere sempre gli accenti al posto giusto.

  

©, 2007

 

 

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PHILIP K. DICK

“CONFESSIONS OF AN ARTIST OF SHIT”

novel 

Fanucci Editore, 2007

In this novel, but quirky, Philip K. Dick describes to us a tender and at the same time alienating family picture, where the matrix appears to guide the pen autobiography of the author. The County of Marin (CA) overlooking the bay of San Francisco, and is one of the most beautiful and wild areas of California, where she eventually created a community of wealthy entrepreneurs and managers of real estate, devoted to small parties with BBQ purchase of expensive cars, villas and luxury to live with their wife Doris Day-style, devoted to pastimes educated, philanthropic activities and three weekly visits from his psychoanalyst, if not by the young lover of the moment.

The framework in which history is part of this is, that is, a territory inhabited by rich people dream and a little ‘bored, as well as crude and ignorant, who does not know how to spend all his money, and then begins to grow neurosis, paranoia, murderous instincts, so with the usual ingredients for seasoning film noir-an American dream come to his disastrous last stop on the remote foothills of the idyllic west coast, far removed from the miasma of workers and promiscuous a megalopolis like Los Angeles, much more south as latitude, but also as a way of life. If Bukowski could never set one of his tales of ordinary madness in Marin, Dick is in Los Angeles that order Pacios bourgeois, if not flat, normal and decent lives, who suddenly likes to distort and subvert with sudden waves of paranoid madness. America is here narrated bleak ’50s, and the novel in question is located in a creative phase of Dick as he would like to abandon the fiction. Arises from the convergence of these two problems, a very particular narrative structure, the low profile aesthetics, or, shit, as an element that could regenerate the fate of American art, and artist Jack Isidore, the protagonist of the story, a marginal, a moron who investigates natural phenomena with empirical spirit, having as a model for studying the collection of “unusual scientific facts.” Parody of science – that Dick would want to betray – and American society, poised between heaven and hell, mired in a gray and monotonous daily routine, with no prospects beyond the evening shopping or some extramarital adventure overwhelming. There is much tragedy in these pages, but described the technique of grotesque farce. After all, what distinguishes tragedy and farce is only a matter of style, accents, and Dick, from the great writer who is known to always put the accents in the right place.

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