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EDGAR WALLACE LA LEGGE DEI QUATTRO

EDGAR WALLACE LA LEGGE DEI QUATTRO
In Edgar Wallace La legge dei quattro ci troviamo di fronte a un bel esempio di scrittura di genere poliziesco e fantastico. Il consumato scrittore britannico, già agli albori degli Anni’30, era in grado di scrivere in maniera diremmo avveniristica, fuori dagli schemi di quel tempo, e anticipando di una cinquantina d’anni uno stile che avrebbe fatto fortuna molti decenni dopo. Ancora erede di un certo vieto vittorianesimo, nelle sue storie non troveremo mai la scabrosità della vita nei suoi aspetti sessuali o moralmente al limite, piuttosto un compiacimento del grottesco interpretato e analizzato secondo un gusto scientista e positivista, caro ai suoi personaggi, in primis Leon Gonsalez, che, dei 4, era lo studioso acerrimo di criminologia lombrosiana e scienze positive, sempre pronto a stilare un ritratto fisiognomico a partire dalla dentatura o dall’arcata sopraccigliare di un losco individuo incontrato per strada o a una cena tra conoscenti. Non ho detto “amici”, perché i 4 – dovendo fare vita clandestina al riparo dalla Legge in quanto ricercati – non potevano permettersi di avere rapporti incentrati su quel sentimento come l’amicizia, ma solo fuggevoli e utilitaristici contatti nel bel mondo per poter svolgere le loro indagini, in quella che era una vita votata allo studio e alla risoluzione di casi restati impuniti.
I quattro giusti è il primo romanzo giallo scritto da Edgar Wallace. Alla sua uscita, in Inghilterra, nel 1905, sollevò un grande scalpore: soprattutto per il premio di mille sterline offerto a chi avesse risolto l’enigma racchiuso nel romanzo. I Giusti in realtà sono tre: Leon Gonsalez, George Manfred e Raymond Poiccart. A volte si unisce loro il quarto, il terrorista spagnolo Thery. 
Edgar Wallace
Non vi troviamo altro che un gusto vittoriano per i dialoghi sempre forbiti e mai osceni, per i piaceri domestici di lettura e fumo di buoni sigari, e quel non so che di comunarda omosessuale preraffaellita che vede i quattro compari sempre alle prese con una vita vissuta nel comune sacrificio per un unico ideale di giustizia e scienza. Un precedente illustre lo ritroviamo ne I delitti della via Morgue, nel quale Edgar Allan Poe celebra la vita del suo erudito personaggio alle prese con enigmi insondabili, Auguste Dupin, unito in fervente amicizia con uno straniero in una Parigi ottocentesca, attraversata da misteri e da lampi di scienza positivista, in un sodalizio che ci appare una relazione omosessuale sublimata. 
I racconti hanno pressoché tutti la medesima struttura: individuazione del criminale restato impunito, introduzione nella sua vita sotto mentite spoglie di uno dei quattro, preparazione di un piano, risolutiva scena finale con smascheramento e punizione, a volte mortale, a volte solo simbolica e dimostrativa. Vi è la morale vittoriana a reggere queste vicende, avvolta in un manto di spregiudicatezza a-morale cara a quell’epoca di false virtù. Siamo in Inghilterra, patria dell’utilitarismo e del conformismo.
Amiamo di Edgar Wallace soprattutto la capacità di mettere in scena trame dalla risoluzione scenica improvvisa e inaspettata, facendo ricorso a mezzi presi dalla tecnica e utilizzati in maniera efficace e spietata.
Soprattutto amiamo di questa scrittura la facilità e la velocità, il dinamismo modernista che ci riconduce a un’epoca – gli Anni del nascente industrialismo – in cui un innato ottimismo aleggiava in una Società che si sentiva ancora del tutto innocente.

 

©, 2022

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