FELICITA’ E SIMPATIA COME DOVERI SOCIALI

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FELICITA’ E SIMPATIA COME DOVERI SOCIALI

FELICITA’ E SIMPATIA COME DOVERI SOCIALI dal Politically Correct all’Happy Correct un codice di comportamento adatto all’economia liberale

 

Se vuoi avere successo, se vuoi guadagnare di più, fare più carriera, devi essere sempre felice, non devi mai dire di stare male o essere giù di morale, il cattivo umore è bandito nella Società dell’Happy Correct, così come nel Politically Correct non sono ammesse le critiche contro il senso comune. Un senso comune, quello della felicità imposta, che proviene dagli Stati Uniti, dalla costa californiana dove, negli Anni’80 del secolo passato, si è imposto il Pensiero Positivo, con tutta la sua galassia New Age di concetti attigui come buddhismo, meditazione, yoga, crescita personale, benessere, dove i ricettari e i manualetti scritti da sedicenti coach imperversano con le loro mille regolette di facile apprendimento, per accettarsi di più: sì, perché se sei infelice, è solo colpa tua, sei tu che vuoi la tua infelicità e, secondo la regola dell’attrazione, sarai tu stesso ad attirare verso di te i malanni.

Questa è in sostanza l’analisi del libro Happycracy (Eva Illouz, Edgar Cabanas – Codice Edizioni), un importante contributo scritto contro queste mode assurde, che colpevolizzano l’individuo infelice, quasi egli fosse un sottoprodotto umano e sociale, che debba redimersi dalla propria infelicità se vuole avere il passaporto che gli dia il permesso di interagire con glia altri, anche perché, secondo quelle teorie, le persone infelici sono anche persone negative, che spargono attorno a sé – come un veleno, una puzza, un agente nocivo – una pericolosa e disequilibrante negatività.

Se sei infelice, dunque, sei dannoso a te stesso, ma, soprattutto, agli altri, al buon equilibrio sociale di una Società che deve sempre e comunque viaggiare su binari di successo, pena, un crollo della produttività, visto come risultato inevitabile se l’ambiente sociale subisce le pressioni negative del malcontento, della fiacchezza, dello scoraggiamento.

«Come stai?», ti chiedono… «Bene!», devi dire subito, senza nemmeno pensarci, non devi mai mostrarti nemmeno lievemente down, potresti agire da untore e intristire qualcun altro, buttargli addosso la tua negatività, e prendertene la colpa, in quanto siamo tutti legati dai quanti di energia, e l’energia passa da una persona all’altra, sia quella positiva (ed è un bene) sia quella negativa (ed è un male). Se sei infelice, devi prima vergognarti, poi rivolgerti a un coach, che ti rimetterà in sesto con sedute d’allenamento all’autostima, alla positività, che ti farà raggiungere uno spiccato benessere, e ti porterà finalmente a realizzare il tuo potenziale umano con la conseguente tua piena realizzazione. Basta che paghi, i coach non sono di certo a buon mercato, coi soldi tutto è possibile, anche comprarsi la felicità.

Dobbiamo tornare indietro al 1991, quando anche in Italia (destando enorme clamore e soprattutto scalpore) uscì, per Bompiani, American Psycho di Bret Easton Ellis, dove si leggevano le gesta di Patrick Bateman, giovane yuppie di Wall Street, che – dietro una apparente vita di successo – nascondeva l’abisso di un animo criminale e distorto. Quel libro insegnò a Noi tutti che lo leggemmo, a guardare la lezione americana della via del successo personale con sospetto, non stigmatizzando il successo in quanto tale – che è un bene per chi lo raggiunge – ma l’enfasi posta su di esso da una Società iper competitiva ed escludente, con punte di paranoia e razzismo. Quando un valore positivo, un bene personale, come felicità e successo, divengono degli obiettivi da dover raggiungere a tutti i costi, pena l’esclusione e il biasimo sociale, viene a crearsi la dittatura dell’Happy Correct o l’Happycracy, un clima sociale tossico, nel quale una strana e a volte invisibile forma di tossicità e di dipendenza colpisce tutti coloro che non vogliono essere da meno, ovvero, la competizione portata sino alle sue estreme conseguenze, la dipendenza da lavoro, la dipendenza dai soldi e, nei casi più estremi, come conseguenze delle prime, dal sesso, dalle sostanze eccitanti, dalla cocaina e dallo sballo: Happycracy…

… ne vale la pena?

In quelle società, liberali e competitive (e la Nostra non è diversa) il benessere, la felicità, la crescita personale, spacciate come risultato di un semplice allenamento, secondo una visione pragmatica molto americana, non richiedono nessuno sforzo di elaborazione, la ragione e il ragionamento (tipiche delle Società idealiste europee) sono bandite, a favore del “contagio emozionale”, per il quale bastano 8 secondi per capire se chi ci sta di fronte sia simpatico o antipatico. E’ la stessa logica del like e dell’un-like di facebook, un riflesso condizionato per il quale basta un istante a decretare l’accettabilità (per lo più sociale) di un contenuto, un atto del tutto irriflesso che baipassa la corteccia cerebrale a favore di ragionamenti molto più basici, primitivi. Difatti, questa Società del nuovo millennio è, per molti versi, tornata ad essere profondamente tribale, avendo rinunciato a millenni di evoluzione, di integrazione, di pensiero e di cultura.

 

©, 2021

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