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BAR INTERNO SERA racconto

BAR INTERNO SERA racconto
Cercavo di definire a parole l’atmosfera di questo bar. A volte mi sorprendo a guardare la vita attraverso il filtro della scrittura. Vedo e sento cose che so finiranno in qualche mio racconto. Mi chiedo se non sia un filtro che, invece di intensificare l’emozione dell’esperienza, non finisca per appannarla. Erano le otto e venti di un venerdì sera. Una dura settimana alle spalle, per me come per i pochi clienti che occupavano due dei parecchi tavoli del bar e una delle tre slot machines. Per il resto il locale era vuoto, e si sentivano i passi delle padrone, due donne sfiorite ma un tempo piacenti, dietro al bancone, intente nel lavoro di servire una birra, fare un caffè, pulire o riporre un bicchiere. Come entrai, il passo mi fu come sbarrato da un donnone che mi superava di una spanna in altezza. Ci scostammo, io mi diressi al banco, lei da un amico, o amichetto, che giocava alla slot. Ordinai un caffè, dopo aver accantonato l’idea di una birra. Un caffè lungo, che zuccherai parecchio. La guardavo, attratto dalla sua bruttezza, in cui si mischiavano la trascuratezza della bevitrice alla civetteria della donna che era stata bella e che tale si credeva ancora, incapace di invecchiare una volta per tutte, di metterci una pietra sopra. Portai il caffè al tavolo, e intanto cercavo di definire a parole l’atmosfera di questo bar. Mi accesi una sigaretta. Vidi che anche gli altri clienti fumavano. I portacenere, ai tavoli, erano zeppi. Mi venne in mente il motto “vivi e lascia vivere”. L’atmosfera era quella, e la ragione risiedeva forse nel fatto che era venerdì sera. C’era un gruppetto proprio accanto a me. Un uomo sui cinquanta, un ragazzo sui trenta, una fanciulla di diciotto, non di più. A occhio e croce gente modesta. Parlano animatamente, alternando lunghi silenzi nei quali fanno veloci tirate dalle sigarette. L’uomo sui cinquanta ha un volto dalla pelle fresca come un giovane, eppure un che di malato nel colorito e qualche ruga di fatica sulle guance e sulla fronte denotano età e un certo disincanto. A una battuta della giovane sorride quasi prendendo tempo, come a dire che il riso è una velleità che non si può permettere. Eppure nel farlo è generoso, ce la mette tutta, cerca di essere affettuoso e comprensivo. Dice qualcosa, accendendosi un’altra sigaretta, con gesti che paiono saggi e ponderati. Sta dando un consiglio o una rassicurazione. Si alza, lento, sgranchendosi, ed esce, dopo aver agganciato il borsello alla spalla. Nel frattempo si è aggiunto un ragazzo sui ventotto, maglione sdrucito, jeans e capelli biondi arruffati. Ride scompostamente, contorcendo tutto il corpo, si gratta la pancia sollevando il maglione sotto il quale ha una maglietta bianca. Il volto è fine, altolocato, ma i modi sono volutamente ordinari. Arriva un pachistano, offre una rosa, il ragazzo di trent’anni, solitamente taciturno, fa un gesto con la mano, che vuoi? mi spiace, siamo dei poveri sfigati, qui c’è poco da vender rose, non vedi? A giudicare dal posacenere, il gruppetto doveva essere lì da almeno un’ora. Fumavano parecchio, proprio come il sottoscritto. Una via l’altra. Attraverso lo specchio, vedo il bancone alle mie spalle, oltre il quale una delle due padrone sta lavando un bicchiere. I tre escono, resta un uomo al tavolo in fondo, con la tardona che non sa affatto invecchiare. Sono qui da una decina di minuti, e l’ho già vista passare da un uomo all’altro, dando a ciascuno bacini e abbracci, e ricevendone in cambio. Sembra l’amica di tutti, tutti la baciano, nessuno le offre una rosa, ma a lei piacerebbe tanto una rosa, chissà da quanto non ne riceve. Tutt’al più le offrono una birra. Rimbalza da un uomo all’altro, traballando sui tacchi alti. E’ allegra, o crede di esserlo, e ho l’impressione che di minuto in minuto, di rimbalzo in rimbalzo, allontani lo spettro della solitudine che la divorerà dal momento in cui uscirà da questo bar. Spera ardentemente in un invito dell’ultima ora, lo aspetta dall’uomo al quale sta accarezzando la mano, mentre con l’altra regge il bicchiere ormai vuoto. Ma l’uomo si mette a ridere, le ride in faccia, come un cane che abbaia, e lei toglie la propria mano da quella di lui, che in risposta le dà un pizzicotto sul sedere. Lei fa una corsettina verso il bancone, dove la padrona le riempie ancora il bicchiere. L’uomo delle slot le va accanto, le cinge i fianchi, le parla all’orecchio. Lei sorride, ma sa, sa con quel fondo di ruggine che ha nel cuore, che non sono parole sincere, lo sa e sorride, perché si crede bella, e una donna bella deve sorridere. Si allontana di due passi. Grida: “Non farò niente che tu non faccia, caro!” Posa il bicchiere sul bancone. La vedo uscire nella notte, avvolta dalla pelliccia un tempo bianca, e traballare sui tacchi, guardando a destra e a sinistra prima di attraversare. Una cena mi aspetta. Pago il caffè. Esco anch’io. 
1999
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