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Amos Luzzatto (Roma, 3 giugno 1928) è uno scrittore e saggista italiano. uo nonno materno è Dante Lattes che è stato uno dei principali esponenti della cultura ebraica italiana del XX secolo; suo trisavolo paterno fu Samuel David Luzzatto (Shadal) che è stato docente al Collegio Rabbinico di Padova ed esponente italiano della Wissenschaft des Judentums. Suo padre fu fervente socialista[2] bastonato dagli squadristi fascisti. Trascorre la sua adolescenza a Gerusalemme e Tel Aviv, fino al 1946. Ha operato per quasi mezzo secolo come chirurgo in svariati ospedali italiani. Scrittore, saggista, professore universitario, primario chirurgo e libero docente. Da giugno 1998, presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane, riconfermato al congresso del giugno 2002 per altri quattro anni. Coniugato, ha tre figli. Nel 2002 gli è stato conferito il premio San Giusto d'Oro dai cronisti del Friuli Venezia Giulia. Amos Luzzatto continua attualmente la sua battaglia contro ogni forma di razzismo. (Wikipedia)

Quanto la Shoah è figlia del cristianesimo?

Quanto la Shoah è figlia del cristianesimo?
INTERVISTA AD AMOS LUZZATTO PRESIDENTE Unione Comunità Ebraiche Italiane
Come si collocano la sua appartenenza culturale, la sua identità ebraica e la sua funzione di rappresentante di una minoranza etnica, rispetto all’impegno politico e culturale?
Avrei qualche riserva sul termine minoranza etnica, perché comunemente esistono troppe interpretazioni dell’aggettivo “etnico” per riuscire ad adoperarlo in senso univoco. Il termine minoranza ha due significati, il primo è numerico, per cui  la mia volontà, i miei progetti e il mio ruolo e modo di essere non sono maggioritari nella società in cui vivo, anche se questo un domani potrebbe trasformarsi nel contrario.
Per esempio una minoranza politica che, se siamo in democrazia, può diventare maggioranza, se non vige la democrazia può verificarsi, ma con difficoltà molto maggiori. Allora il concetto di minoranza non caratterizza le qualità intrinseche di un gruppo, ma può caratterizzarle in maniera temporanea e transitoria. Invece se si considerano specificità, caratteristiche particolari come la lingua, la religione, molto meno comunemente un’opinione politica, l’appartenenza ad una determinata area geografica, allora questo termine “minoranza” può essere fuorviante, perché insensibilmente si fa strada la sensazione che sia qualcosa di carente, di non nominabile, di non comune, come se fosse più presentabile e accettabile essere come gli altri e non difforme dagli altri. Lentamente minoranza acquista i connotati di “anormalità”. Per esempio in un paese come l’Italia minoranza significa un gruppo di persone che non parlano l’italiano, perché oggi sono numericamente minoritari, ma non lo sono necessariamente. Per esempio la fine dell’impero romano per l’invasione dei barbari. Nell’impero chi parlava ostrogoto era una minoranza rispetto a chi parlava latino, adesso il latino non lo parla più nessuno: i latinofoni sono una minoranza. Per esempio la religione di maggioranza attualmente in Italia è il cattolicesimo, almeno formalmente. Allora appartenere ad una minoranza è quasi una diminuitio capitis. Ma attenzione! Il cristianesimo è maggioranza in Italia da diciassette secoli. E prima? Se si dice che una religione è di minoranza, occorre rispondere subito al dove e al quando. Questi parametri indeboliscono moltissimo la qualifica di minoranza. Un altro aspetto che disturba è il fatto che il termine minoranza ha l’accezione di anomalia, il che vorrebbe dire che un’appartenente ad una minoranza dovrebbe tendere a scaricare le qualità tipiche della minoranza ed omologarsi con la maggioranza. Questa è una singolare sensazione se si parla di società polimorfa, pluralista, in movimento, in dialogo…. La maggioranza tende automaticamente a considerarsi la caratteristica normale di questa società in questa fase storica e quindi considera in termine quasi psichiatrico un deviante chiunque non appartenga a questa maggioranza. Questo concetto rende difficile il dialogo perché esso è reso possibile grazie all’anomalia, che ci permette di andare a fondo e capire meglio la minoranza e la maggioranza. Come rappresentante di una minoranza, personalmente, sono il portatore di istanze, di esigenze, di necessità, che altrimenti non verrebbero poste in questione. Nella maggior parte dei casi sono accolto per questa mia funzione. Il problema più grosso di tutti è quello dell’identità multipla. Non esiste nessuno all’interno della maggioranza la cui identità di gruppo sia uniforme, non equivoca, sicura e pura. Una cosa del genere non esiste. Le zone di confine dove la gente si riconosce almeno con due lingue, aprono una finestra da entrambe le parti, con due lingue e culture diverse: questo arricchisce, non impoverisce, non imbastardisce. Ognuno è composto da più di un motivo di identità culturale. Così siamo fatti tutti, la nostra società e l’Europa per cui l’unica domanda che una persona può avanzare diventa quella: “ma lei se ci fosse una guerra tra Italia ed Israele per quale parte opterebbe?”. Rifiuto di considerare l’identità come un qualcosa che deriva da un giuramento militare: porre le cose in questi termini è puro e semplice fascismo. E siccome mi ritengo antifascista, non rispondo a tale domanda.
Come può il centrosinistra far fronte alle nuove sfide dettate da una società e da un mondo sempre più globalizzanti, segnati da diversità multiculturali e dalla coesistenza di variegate culture e differenti modi di essere e di pensare?
In linea di principio la grande sfida del centro sinistra è soprattutto l’Europa. Una grande occasione e possibilità è l’Europa. L’Europa è un’occasione linguistica e culturale. Siamo abituati, come Italia, ad essere delimitati dalle Alpi e dal mare, la barriera naturale, che “difende”, ma in realtà ci isola dalle eterogeneità. L’Europa è una grande occasione per sprovincializzarci, per contaminarci, per riuscire ad essere diversi da una parte all’altra del continente e cercare al contempo le cose che ci uniscono. Una parte della mia famiglia è nata in una zona di confini. Gli ebrei che arrivavano dalla Polonia, dall’Ungheria o da Praga e si stabilivano a Trieste avevano di fronte a sé tre possibilità: adottare la cultura tedesco austriaca, quella slovena e quella ebrea. Quasi tutti si italianizzavano e l’italiano non era la lingua della maggioranza dell’impero, era una delle lingue dell’impero, ma non era la lingua del governo o della rappresentanza di Vienna a Trieste: la lingua che unificava tutti era il tedesco. Eppure si italianizzavano perché evidentemente loro sceglievano quello che trovavano più affascinante e più vicino a loro, che parlava di più alla loro coscienza di europei in quella situazione particolare. La globalizzazione certamente farà sparire molte di queste particolarità. La contaminazione delle culture nel senso sociologico del termine, arricchisce. La sfida tra le culture è qualche cosa che porta innovazione e non sopprime le culture o le rende ibride e meticce, altrimenti scadiamo nel razzismo o in ridicoli protezionismi culturali. L’occasione della globalizzazione può essere, al tempo stesso un momento di distruzione o un processo di apertura di orizzonte. L’Europa offre una grande possibilità per entrarci dentro, con la nostra identità di italiani e anche con la nostra identità di ebrei, perché le identità sono un fenomeno composto, non sono monoatomiche, ma poliatomiche.
Le ultime guerre in medioriente hanno fatto intravedere due diverse tipologie di dittatura capitalista. Quali ne sono le caratteristiche e le negatività più salienti?
Le guerre in medioriente sono un piccolo laboratorio che rivela la situazione mondiale. Il grosso dilemma planetario, attualmente è l’esistenza di popoli e nazioni che hanno un’industria molto sviluppata e attrezzata per trasformare le materie prime e creare dei super plus valori in termini quantitativi eccezionali rispetto al passato. E di contro esistono Paesi che possiedono le materie prime, ma non i mezzi per trasformarli. Il divario di tenore di vita, di possibilità di sviluppo e il guadagno tra le società industriali e quelle da cui si attingono le materie prime sta crescendo. Dai rapporti dell’ONU questo risulta essere il problema più serio dei nostri tempi. Non è vero che nei paesi come il sud America  o il medioriente la società rimane al livello in cui si trovava un tempo, mentre in USA, in Inghilterra, in Norvegia la società progredisce grazie alle capacità capitaliste. Nei Paesi in cui ci sono le materie prime che vengono attinte si vive molto peggio. Queste società hanno fatto passi indietro perché il loro modo di produrre e di vivere è stato distrutto. Se la situazione continua così arriveremo presto a un punto di rottura, perché non sarà più possibile contenere la volontà di riscatto dei Paesi sottomessi che hanno una ricchezza e che per adoperarla devono venderla ad altri Paesi che la trasformino: questo è in collaborazione con determinati strati del tessuto sociale. Perché questi Paesi non conoscono democrazia? Per il semplice motivo che da queste situazioni di inferiorità godono solo alcune caste che governano questi paesi, per esempio i militari. Ma come fanno i militari a governare questi paesi? Con le armi e i petrodollari che si trasformano in armi. In questi Paesi molta popolazione dorme per la strada. Smettiamola con l’immagine tutta occidentale del buon selvaggio che, secondo noi, vive nudo perché così gli piace e perché è la sua cultura. In realtà lui vive così perché non può vivere altrimenti. E’ la povertà che li costringe a vivere così, non la tradizione. Il problema è immaginare e realizzare una più equa distribuzione delle risorse del pianeta. Altrimenti, se non si provvede al più presto a una redistribuzione delle risorse, giungeremo presto o tardi a una crisi spaventosa a cui sapremo rispondere soltanto, dopo le guerre preventive, con le armi distruttive e la distruzione di civiltà. Una piccola parte del mondo occidentale era in lutto per il fatto che la prima guerra in Iraq e l’occupazione di Bagdad hanno provocato la perdita di patrimoni archeologici della civiltà mesopotamica ormai irrecuperabili. Questa situazione di sperequazione portata agli estremi non può reggere molto a lungo perché foriera di distruzioni spaventose e di sofferenza per tutta l’umanità. Il medioriente è un campionario di queste situazioni perché è possibile vedere società che si ingrassano su queste povertà. Le vie alternative al petrolio devono essere costruite attraverso un superamento delle realtà nazionali. Una delle prove della maturità dell’Europa è l’ingresso nella comunità della Turchia, cercando di tirare fuori dal problema Turchia tutta una serie di problematiche isolate, per esempio significherebbe introdurre un numero ingente di musulmani. Hanno tutti paura del rischio che l’Europa divenga musulmana.
La Shoah ha precipitato l’umanità verso un abietto declino. Cosa occorre attualmente per esorcizzare ogni spettro di genocidio e stillicidio, di conflitto armato e di negazione di ogni tipologia di diversità all’interno della società?
La Shoah è una triste dimostrazione che i modelli a cui si ispira la società sviluppata non sono una garanzia contro la barbarie culturale. L’Olocausto matura in un paese come la Germania moderna, fucina di filosofi, di poeti, di musicisti, di scienziati ad altissimo livello, eppure tutto questo non era una garanzia sufficiente contro quello che avremmo chiamato Shoah. Gli esecutori materiali erano persone comuni che hanno innalzato una certa barriera oltre la quale si sono autorizzati a diventare aguzzini. Quando hanno detto che il nazismo è una dottrina anticristiana, nemica della Chiesa e che quello che ha fatto era paganesimo questo è tutto falso. Il nazismo era una civiltà cristiana, ma dove ha sbagliato il cristianesimo dopo diciassette secoli di cristianità egemone del continente europeo e di evangelizzazione? I cattolici d’Europa, consapevolmente disciplinati, sono stati tutti a fianco delle dittature nazifasciste. Dove è finito il prodotto di diciassette secoli di evangelizzazione… la coscienza, la carità e la solidarietà cristiana? All’interno del continente europeo fra i musulmani che cercavano di mettersi a disposizione di Hitler, c’erano solo i Bosniaci. Il problema dell’Olocausto pone un quesito molto rilevante: lo sviluppo tecnologico, scientifico, igienistico, organizzativo e architettonico di una data società è garanzia contro la crudeltà, contro la barbarie o può diventare addirittura strumento per perfezionare il genocidio. La chimica tedesca era all’avanguardia in Europa, ma ha anche prodotto il gas delle camere della morte. Le industrie che producevano gli strumenti dello sterminio cerano prima, durante, ci saranno dopo. Questo sviluppo può essere garanzia di civiltà o è addirittura strumento di inciviltà. Allora cosa si deve fare per costruire una civiltà nella quale i diritti dell’altro siano considerati inalienabili? Una soluzione potrebbe essere il socialismo. Ossia mettere a disposizione della stragrande maggioranza della società strumenti di produzione e il loro prodotto, rendendo accessibile il benessere a tutti. Il limite di quel tipo di socialismo in cui abbiamo creduto consisteva nel fatto che poteva essere promosso solo attraverso vincoli molto severi nei confronti della società, che richiedevano strumenti pericolosi: una coercizione che a lungo termine può essere usata per vari motivi, per esempio, con il principio dell’autoritarismo.
Quanto la Shoah è figlia del cristianesimo?   (Domanda di Giovanni Sarubbi, direttore della rivista telematica www.ildialogo.org )
Non mi meraviglio affatto che il mondo cristiano abbia generato la Shoah, perché è lo stesso criterio per cui il mondo cristiano ha generato lo Stalinismo, le crociate, le persecuzioni ereticali e via dicendo. Mi sono sentito rimproverare che gli Ebrei, nel loro libro Sacro, dicono “Passerai le popolazioni a fil di spada” nel libro di Giosuè questo appare molto chiaramente. Quando un individuo appartiene ad un raggruppamento, ad una comunità o collettività religiosa che ritiene di essere stata ispirata direttamente da Dio e che ritiene di avere un suo capo concreto, storico come il papato è il rappresentante di Dio in terra, ha la verità assoluta in mano e possiede il diritto di usufruire contro quelli che secondo lui sono ispirati dal demonio. Come gli altri faranno altrettanto nei suoi confronti. Quindi se siamo in questa situazione non vi è dubbio che nei confronti di Satana è tutto lecito. Quando si facevano i roghi contro gli eretici con quelle fiamme si purificava l’anima, con il convincimento di una purificazione spirituale e una redenzione dalla dannazione. Massacravano gli altri in nome di Dio, in nome di un comando morale assoluto, di un ordine divino. Non che la cristianità fosse l’unica religione così! Qualunque convincimento assoluto comporta verso la santificazione di qualunque atto in nome di…Quando i crociati hanno condotto la prima crociata per liberare il Santo Sepolcro, come prima tappa hanno aggredito le comunità ebraiche della valle del Reno, massacrandole e vi hanno onorato la salita al purgatorio bruciandoli vivi dentro le sinagoghe. Così hanno salvato le loro anime. Non vedo che ci sia una differenza qualitativa tra un tipo di purificazione di esseri umani ed un altro. La Shoah era un modo di rendere l’Europa ripulita dagli Ebrei. Si è detto che gli Ebrei e gli Zingari erano subumani. Se gli Ebrei sono malvagi e perfidi e vogliono conquistare e sfruttare l’umanità e hanno ucciso Gesù e Dio, sono dei contaminatori della società: occorre una disinfestazione! Chi l’ha detto? ”Dio l’ha detto e Dio lo vuole”, così dicevano. Che poi si dica non è più Dio a volerlo, ma Hitler, certo, Hitler deificato. La Shoah è figlia del cristianesimo. Tra gli esseri umani viene introdotto il discrimine della dannazione e si decide se sterminare i dannati… per cui si stabilisce la divisione tra il bene e il male, tra chi è giusto e chi è dannato ed è quindi da annientare.
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