CAPE FEAR Il promontorio della paura vendetta e persecuzione

 

John D. MacDonald – Cape Fear
Lo si potrebbe soprannominare “scontro tra titani“, non solo per la rilevanza che i due attori hanno sulla scena (De Niro – Nolte), ma per la stessa ambigua rilevanza tragica che può avere il legame tra un avvocato (Nolte) – che non ha fatto appieno il proprio dovere – e il suo cliente psicopatico-perverso (De Niro) che, dopo 14 anni di galera (da egli considerata in parte immeritata) cerca di ristabilire un equilibrio tra le fortune del suo ex difensore (un ottimo lavoro, soldi, una bella casa, una bella moglie, una bella figlia, ecc…), e le sfortune patite in galera per “colpa” di un patrocinatore pubblico che avrebbe insabbiato le prove che avrebbero dovuto determinare uno sconto della pena.

Legame a doppia mandata, perché la fortuna dell’uno equivale – in un’ottica fantasmatica, in chiave del tutto psicoanalitica – alla dannazione e alla sfortuna dell’altro; quindi, l’altro, lo psicopatico, non sarà mai soddisfatto e non si sentirà mai ripagato di quei 14 anni, nemmeno vedendo le ceneri bruciate del suo traditore, nemmeno avendo la certezza che le sue minacce e le sue sevizie possano avergli reso la vita impossibile,  perché 14 anni non tornano, e soprattutto, non tornano se si ha la convinzione che, almeno 8 di questi, siano stati scontati in galera del tutto ingiustamente, per pigrizia, vigliaccheria, o altre disposizioni psicologiche del proprio difensore.
Vendetta senza fine… oltraggio illimitato alla vita privata, famigliare, alla stessa integrità psichica del proprio “traditore”, perché niente, e nessuno, né soldi, né qualsiasi ben di Dio, potrà – nella sua visione perversa – bilanciare nell’animo di Max Cady (De Niro) la perdita subita, e quindi la persecuzione dovrà essere totale, senza fine, non dovrà lasciare spazio alla benché minima speranza, in Sam Bowden (Nolte), di poter scampare al braccio vendicatore di un demone (De Niro) che esclama: “Io sono grande quanto Dio! Dio è piccolo quanto me!”, e minaccia Bowden di fare la fine del biblico Giobbe (in breve destinato a perdere tutti i suoi beni terreni)
Il film non può però sfuggire a una seconda lettura, in chiave psicologico-sistemica, una lettura delle dinamiche famigliari all’interno della triade Avvocato-Moglie-Figlia: Danielle (la bravissima Juliette Lewis) è un’adolescente costretta a subire i continui litigi tra i due genitori, vive in un’ovattata (anche se al tempo stesso infernale) atmosfera alto borghese all’interno di una grande lussuosa villa, nella quale passa gran parte del tempo chiusa nella sua stanza di bambola, in mutandine, a spiare ambigui film in cassetta all’insaputa dei genitori, a fantasticare su sesso e letteratura e a crogiolarsi nella propria incipiente sessualità femminile pronta a sbocciare in tutta la sua prepotenza. L’aggressività sessuale dei genitori sembra essere scaricata sulla figlia, e sembra essere quest’ultima la vera ragione che attrae le attenzioni perverse di Max Cady, quasi fossero una condanna alla lussuria dei genitori, della quale essi incolpano la figlia, capro espiatorio di una sorta di “immoralità” di coppia che non trova altre vie di redenzione, se non quella di fare impazzire – solo in parte – Danielle.
Lo scontro finale è apocalittico, nel vero senso della parola, e lascia aperte molte strade.
 
Robert Mitchum – Cape Fear, 1962 – regia J. Lee Thompson

©, 2006

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