DAL CONFLITTO ALL’UTOPIA DELL’INTENDERSI – Spunti di riflessione sui percorsi femminili

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DAL CONFLITTO ALL’UTOPIA DELL’INTENDERSI

Spunti di riflessione sui percorsi femminili

Conoscere l’altro può aiutare a comprendere se stessi?

Forse, ragionare sul concetto del termine “conflitto” sulla base dei rapporti  con gli altri, può aiutarci a dare  una risposta a questa domanda.

Possiamo dire che il conflitto è un punto d’arrivo: è il confronto che fa scaturire l’intesa, il capirsi. Altro punto di riferimento riguarda l’approfondimento; definendo il conflitto come “incompatibilità irriducibile delle differenze”, verificabile e verificata in ogni aspetto della vita privata e pubblica. Il conflitto  è strettamente collegato con l’esistenza pratica. Non si può riflettere sul  conflitto senza  tenere presente che si  tratta di una elaborazione, a partire dai fatti concreti. Tutta la realtà è conflittuale in quanto formata ed articolata in miriadi di diversità, in cui la differenza fondamentale della coppia umana originaria è il parametro, la metafora, la cifra di ogni differenza. Che le donne abbiano posto al centro della loro riflessione la conflittualità esistenziale dimostra che vogliono consi­derarsi pienamente inserite nella realtà di ogni  ambito (sociopolitico, familiare, ecclesiale, mondiale, planetario) ed allargare  la loro  progettualità a reinventare criteri diversi di relazione e di giudizio della realtà stessa, a cambiare i processi deteriorati mediante i quali si codifi­cano le istituzioni ed i poteri. Il problema nasce quando si vuole “sanare”, “appianare” il conflitto, perché generalmente esso è inquadrato ed affrontato in termini gerarchici, di inferiorità e di superiorità, di divisione, di esclusione, di dualismo (i due poli della diversità) di aggressività; cose che nella pattualità della vita si traducono in dominio e sopraffazione, razzismo, prevaricazione, guerra, sfruttamento ed  abuso dell’altro, del diverso, ma anche  omologazione e  insabbiamento delle differenze: violenze, sperpero, massacri. Abbiamo sotto gli occhi lo scenario  degli orrori che vicini o lontani si consumano e si aizzano ogni giorno respingendo l’umanità a livelli di repressione e di imbarbarimento di cui le  parti sociali deboli, in primis donne e bambini, subiscono lo scempio più atroce.

IL RISPETTO DELLE DIFFERENZE

Il rispetto delle differenze, caricando la parola “rispetto” di tutta l’ampiezza e  concretezza di significato: il termine “rispetto” non è una convenzione verbale o un manierismo o un  pronunciamento generico,  ma è  l’effettivo riconoscere con  atti concreti, visibili, che il tuo  esistere, che il tuo essere donna (o uomo, vecchio, bambino, extracomunitario, malato, escluso) è importante per me, per  la società e per la Chiesa. Rispetto e il prendere sul serio, non solo lasciar parlare, ma ascoltare con attenzione chi ha voce in capitolo per l’esperienza che  vive in chiave “donna” in cui vuoI dire ad esempio: non attribuire alle donne per concessione ciò che spetta loro di diritto; non intervenire sulle donne senza interpellarle, soprattutto quando sono le dirette interessate; il discorso verte  non sull’uguaglianza delle funzioni, ma sulla parità decisionale, sulla parità di trattamento e del riconoscimento effettivo del loro peso nella società civile ed  ecclesiale, a partire dall’essere riconosciute come soggetti capaci di  responsabilità,  di  serietà,  di autodeterminazione.

IL RECUPERO O LA FONDAZIONE DI UNA CULTURA DELL’UMANITA’

In questo mondo sempre più planetario e così arroccato nei propri particolarismi, non solo come difesa della specie e come recupero della civiltà, ma come riscoperta della comune matrice umana. Il positivo della differenza si valuta  anche attraverso il riconoscimento del suo lato oscuro.

Soprattutto dell’utopia assumiamo e rilanciamo la spinta vitale, lo slancio costruttivo e gratuito, la carica creativa, la responsabilità della speranza, la serietà del lavoratore insieme senza  arrenderci, il coraggio e la bellezza di non svendere la nostra identità di donne, il nostro proprio sapere la vita, la morte,  il dolore, la fatica, il sorriso ed il pianto come volontà di non lasciare le cose come stanno a partire dalla presa di coscienza del nostro valore e della capacità di trasformare le  piccole grandi cose  di ogni giorno.

©, 2003

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