ANTARCTICA Lucy e Jorge Orta antropocene

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ANTARCTICA Lucy e Jorge Orta antropocene

ANTARCTICA Lucy e Jorge Orta antropocene

Recarsi all’Hangar Bicocca coi mezzi pubblici, e per lungo tratto a piedi, ha il pregio di immergere il visitatore in uno scenario periferico un po’ surreale, quello di vecchie fabbriche come la Pirelli e la Breda ormai abbandonate, simulacri di un’età industriale che ora è diventata archeologia industriale, attorno alla quale sorgono nuovi centri commerciali, multisale cinematografiche, quartieri residenziali e Università. Il vecchio e il nuovo, il passato – il doloroso, si potrebbe dire, passato del mondo operaio – e il presente si congiungono in questo territorio ai limiti, una sorta di border-line tra città e periferia, ma anche fra quello che eravamo e quello che saremo. Forse non è un caso – anzi, penso proprio non lo sia – che la presente mostra sia stata allestita in questo scenario di ruspe e cantieri a cielo aperto, di sventramenti urbani dall’aspetto apocalittico. Non è rasserenante lo scenario urbano che ci accompagna verso l’Hangar. E non è rasserenante nemmeno la mostra.

Potrebbe divertire vedere una messa in scena di tendine argentee a igloo, di camper, camioncini, strani mezzi di locomozione sui quali vengono allestiti marchingegni il cui utilizzo non è di immediata comprensione. Tutto è molto colorato, pieno di bandierine, stoffe che pendono in ogni dove simili alle bandiere di preghiera nepalesi. Ma sì, viene da pensare, tutto ciò, nella sua drammatica fissità, rappresenta una preghiera, una sorta di silenziosa, civile invocazione. Si respira, infatti, all’interno di questa mostra, un qualcosa di sacrale, di religioso, non nel senso, però, delle religioni ufficiali. Quello che essa risveglia nel visitatore, è un senso della religiosità – forse, si spera – insito in ogni singolo individuo, che qui si sente chiamato a rispondere a domande quali:

 

–         incontrollabile esplosione demografica;

 

–         accelerazione tecnologica;

 

–         riscaldamento globale;

 

–         buco nell’ozono;

 

–         scioglimento dei ghiacci;

 

–         innalzamento del livello degli oceani;

 

–         sfruttamento delle risorse non rinnovabili;

 

–         deforestazione;

 

–         perdita della biodiversità;

 

–         emergenze umanitarie derivate dalla limitazione dell’acqua potabile (aggravate dalla privatizzazione dell’accesso alle fonti);

 

–         crescente disuguaglianza sotto la pressione della globalizzazione neoliberale;

 

–         crescita del quarto mondo;

 

–         incontrollabile crescita delle megalopoli nelle zone più povere del pianeta;

 

–         crescita dell’economia criminale;

 

–         crescita della criminalità organizzata;

 

–         impotenza dello stato;

 

–         disintegrazione del welfare;

 

–         migrazioni;

 

–         fondamentalismi;

 

–         xenofobia;

 

–         terrorismo;

 

–         protrarsi delle guerre.

 

Il quadro mondiale è tragico e apocalittico. L’economia è stata scossa alle sue basi dal liberismo sfrenato, che ha generato dissesti ambientali e socio-demografici di gravità planetaria, con flussi migratori mai visti prima, e uno sfruttamento delle risorse che finisce per penalizzare i popoli più poveri, costretti a vivere sotto il giogo di un’economia di stampo ancora coloniale di sfruttamento. Accendere una lampadina qui in Occidente, significa privare dello stesso bene, o forse addirittura della vita, altri individui dall’altra parte del Mondo. Siamo condannati ad essere sfruttatori e dominatori – come disse Jack Hirschman – anche nei Nostri più sinceri afflati umanitari e pacifisti. Il potere è in mano a sempre più poche persone, potere di decidere della vita di tutti gli altri, del loro destino su questa Terra, che sembra essere diventata la dimora di pochi. La mostra di Lucy e Jorge Orta pone degli interrogativi di importanza basilare, essendo una rappresentazione simbolica di una nuova estetica della politica, non simbologia di contenuti politici secondo una forma aggraziata o gradevole, ma rappresentazione delle emergenze più gravi secondo un simbolismo – quello della performance – che chiama in causa, coinvolge direttamente e responsabilizza lo spettatore/attore, sui temi importanti per il Nostro Pianeta e per una auspicabile convivenza di tutti su di esso senza disparità e ingiustizie, sfruttamenti incontrollati e divergenze economiche.

“ANTARCTICA”

Lucy e Jorge Orta

Hangar Bicocca (Milano) via Chiese – 3 aprile – 8 giugno 2008

Catalogo: Electa

 

©, 2008

 

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