Reinhold Messner alpinismo e Il limite della vita

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Reinhold Messner alpinismo e Il limite della vita
Inizialmente salito alla ribalta nel mondo dell'alpinismo per aver riportato in auge l'arrampicata libera in un periodo nel quale era preponderante la progressione artificiale, rendendosi protagonista nel 1968 del primo VIII grado in libera (seguendo la "linea logica") al Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc, il suo nome, legato a innumerevoli arrampicate e esplorazioni, è per lo più noto al grande pubblico per essere stato il primo alpinista al mondo ad aver scalato tutte le quattordici cime del pianeta che superano gli 8000 metri sul livello del mare, spesso da versanti o in condizioni di eccezionale difficoltà (una di queste ha ispirato il film Nanga Parbat). Le sue innovazioni nell'arrampicata libera prima e nell'alpinismo di alta quota poi lo fanno figurare ai vertici dell'alpinismo internazionale a cavallo degli anni sessanta e settanta. (Wikipedia)

Reinhold Messner alpinismo e Il limite della vita

Cosa succede nella mente di un alpinista quando compie un volo mortale? Nessuno è mai tornato indietro dall’al di là per raccontarcelo. Cadute mortali da grandi altezze, avvengono anche nei lavori edili e nell’industria in genere, non solo in alpinismo. Questi decessi portano con sé il grande segreto del pre-morte, di quelle modificazioni percettive, dovute ad alterazioni biochimiche a livello di Sistema Nervoso Centrale, che intervengono quando una persona ha la certezza di starsi inevitabilmente approssimando alla morte.

Reinhold Messner ha – in questo libro – interpellato medici e psicologi, nel tentativo di svelare in parte il grande mistero. Libro sempre attuale nonostante sia stato scritto vent’anni fa, “Il limite della vita” raccoglie anche una lunga casistica di pre-morte, raccontati da alpinisti sopravvissuti a voli dall’esito che solo la fortuna non ha reso mortali. “Casi clinici” raccontati con la precisione dell’esame medico.

Dall’analisi dei vissuti, emerge che il volo “non controllato”, con alte probabilità di morte, induce in chi lo vive una dilatazione della dimensione spaziotemporale, a causa dell’effetto di “rassegnazione” che la morte – ormai vissuta come certa in chi vola – produce a livello psichico. La rassegnazione, in condizioni di volo non controllato, scatena una reazione biochimica nel Sistema Nervoso Centrale, chiamando in causa le endorfine, producendo durante il volo una sensazione di grande, infinito piacere; reazione che la natura ha predisposto per alleviare il dolore imminente della morte. Ciò non accade in palestra: in condizione di volo “controllato” – anzi – l’alpinista ha paura, perché – sapendo di non morire – non beneficia della rassegnazione, unica condizione psichica favorevole allo scatenamento biochimico delle endorfine. Una consolazione che si può trarre da questo magnifico libro, è che, chi muore in parete, forse muore in maniera da non avvertire il trauma, attuando un “passaggio” dolce ed “etereo” verso l’al di là.

©, 2003

Il fattore terzo uomo o sindrome del terzo uomo (o indicativamente all’ambito scientifico fenomeno switch) si riferisce a un particolare fenomeno psicologico nel quale, in caso di condizioni di estrema resistenza al limite della morte, il cervello può inviare segnali elettrici (detti switch) tali da poter far alludere alla presenza di una ulteriore entità, che sia fisica o immateriale, accanto alla persona stremata. Ciò detto è l’approccio scientifico a questa sensazione di aiuto “esterno” che avrebbero provato diverse persone in situazioni traumatiche, sebbene secondo taluni e diversi autori e giornalisti non si tratterebbe di un incastro mentale, bensì di una vera e propria presenza sovrannaturale (angelo custode).Gli alpinisti, ovviamente, ne sanno qualcosa. Nel corso della storia diverse sono state le testimonianze in merito. Come Frank Smythe, gli esploratori polari Peter Hillary e Ann Bancroft.Lo stesso Messner, come racconta il film Nanga Parbat, durante la discesa dopo essere salito in vetta col fratello Gunther (poi morirà travolto da una valanga) ebbe tali visioni, un uomo gli indicava la via. Attenzione, però. Dicono gli esperti. Tale fenomeno è raccontato dai sopravvisuti, ma si pensa che tali visioni siano pericolose e possano condurre ad ulteriori pericoli, quindi in tanti non avrebbero avuto l’opportunità di raccontarlo.Nel 2007 un gruppo di scienziati svizzeri provò a confermare una loro ipotesi, basandosi su una paziente epilettica di 22 anni. Stimolando elettricamente l’emisfero sinistro del suo cervello, gli impulsi provocati, ribattezzati switch, spingevano la giovane a credere che ci fosse qualcuno accanto a lei.Jeremy Windsor ha incontrato Jimmy mentre scalava il Monte Everest. Sino sotto la vetta, dopo l’Hillary Step. Gli parlava, sentiva i suoi ramponi sul ghiaccio.Ora un nuovo studio rivela che questo tipo di allucinazioni sono più misteriose di quanto si pensasse in precedenza, dal momento che le visioni non possono essere completamente spiegate come un effetto collaterale del mal di montagna o del gonfiore del cervello che frequentemente lo accompagna.Hermann Brugger, capo dell’Istituto di Medicina di emergenza in montagna presso Eurac Research e autore dello studio Nel nostro studio abbiamo scoperto che c’era un gruppo di sintomi che sono puramente psicotici, vale a dire che, sebbene siano effettivamente legati all’altitudine, non possono essere attribuiti ad un edema cerebrale di alta quota, né ad altri fattori organici come la perdita di liquidi, infezioni o malattie organiche.I ricercatori hanno analizzato 83 scalatori che presentavano episodi di psicosi, secondo i criteri diagnostici del DSM-5, il manuale dell’Associazione Psichiatrica Americana che definisce i disturbi mentali.Il team ha concluso che i sintomi di circa la metà degli scalatori non erano sufficienti per qualificarsi come episodi psicotici. Altri 18 scalatori (22%) hanno avuto episodi psicotici sulla montagna insieme a segni di mal di montagna. Ma i restanti 23 scalatori (28%) hanno avuto episodi di psicosi soltanto – si sono verificati ad alta quota, ma senza altri sintomi di malattia legata alla montagna. Ciò indicherebbe, quindi, una nuova sindrome.Gli autori dello studio sono interessati a collaborare con i medici nepalesi dell’Himalaya per saperne di più su quanto siano comuni questi episodi e vedere se tali casi possono aiutare la comprensione degli scienziati delle allucinazioni che altre persone presentano.E questo è ciò che scrisse Habeler nel suo libro del ’79 “Everest, Impossible victory” Si dice che chiunque venga ucciso sulla montagna vaghi per sempre dopo la morte e guida gli scalatori viventi durante i loro ultimi metri prima della vetta.Un pensiero, in tal senso, va a Tomek Mackiewicz. Il polacco, deceduto pochi giorni fa dopo essere arrivato in vetta ed aver coronato il suo grande sogno, ha perso la vita durante la discesa. Chissà, chi passerà di là, potrà incontrarlo…https://www.mountlive.com/sindrome-del-terzo-uomo-e-quella-visione-misteriosa-nella-zona-della-morte/

 

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