Convergenze parallele o l’arte degli incontri conviviali racconto

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Convergenze parallele o l’arte degli incontri conviviali racconto
Beyeren Abraham van - 1670 - Natura morta, banchetto

Convergenze parallele o l’arte degli incontri conviviali racconto

Guardare negli occhi il Pres e dividere con lui l’ultimo tozzo di pane mi aveva riportata alla realtà, persa com’ero da ore in un inebriante profumo di vernici e vecchi libri.

Col boccone trito e ritrito in bocca mi ero messa a fissare lo sguardo ammaliante di una bellissima donna, dipinta nelle tinte fosche del verde scuro e crema, fantasticando su chi potesse essere e su che ruolo avesse giocato in passato nella vita del padrone di casa, tanto da meritarsi un ritratto così intenso e la prospettiva di tutta la sala. I Tre dell’Ave Maria intanto, seduti con me intorno a un basso tavolino, dividevano chiacchiere culinarie su cosa fosse meglio accompagnare al bollito per vincere un round a Hell’s Kitchen.

Non fosse stato per il senso di rispetto di chi mi stava di fronte, lo ammetto, mi sarei isolata. Divorare Il Romanzone di Corrado era una specie di ossessione, capire cosa volesse comunicare e come avesse incanalato il suo talento, l’eventuale rabbia e la creatività, unendole in un mix esplosivo che faceva presagire un’invettiva mondiale totale.

“Ti prego, col mio libro non lo fare, quella cosa di leggere il primo paragrafo all’inizio e l’ultimo alla fine. Così me lo distruggi…” aveva accennato il Professore, convinto che una pratica chirurgica così maldestra avrebbe reso il suo libello poco meno che carta straccia. La tentazione era forte, e la distrazione di tutti quei volumi accatastati non mi faceva concentrare. Quale avrei potuto aprire per primo, quali avevo già letto, quali avrei voluto fagocitare sul momento? Mi sentivo una ragazzina del liceo, la notte del ballo, che non sa quale vestito indossare.

Mentre il Pres si faceva tutt’uno col divano e Chef esibiva una “scarpetta” da manovale, lasciando lindo il piatto di portata, io adoravo ogni istante di più quella magnifica sedia coi braccioli,  e speravo di vivere in quella puntata di “Ai confini della realtà”, dove un giorno un tizio si sveglia e l’orologio  non “cammina” più perché il tempo si è fermato. Nel mentre, un redivivo Waylon Jenngings aromatizzava l’atmosfera dal fondo della sala da pranzo, con un tripudio country anticonformista e rivoluzionario.

“Domattina devo lavorare, possiamo andare, sono cotto!.”

Tanti puntini di sospensione e gemiti di sofferenza, accompagnati da un’espressione truce e voglia di avere Godzilla al guinzaglio per scatenare l’inferno. “Certo tesoro, potrei mai farti andare a casa da solo e godere ancora un po’ di questa magica atmosfera come non mi capitava dal giorno in cui ho fumato la prima sigaretta e scolato quattro bottiglie di birra?”

 Sulla mensola più bassa, facente capolino a guisa di scherno, “Della dissimulazione onesta”, del dimenticato Torquato Accetto. Uno che, poveretto come me, ai suoi tempi fu strappato con altrettanta violenza dalla Serata Perfetta.

©, 2016

 

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