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Incontro un’ombra nella solitudine urbana

Incontro un’ombra nella solitudine urbana

 

Incontro Marcus (Marco, per noi italiani, come mi dice nel tentativo di favorire la pronuncia autoctona del suo nome) nella lavanderia a gettoni vicino a casa.
«In altri paesi europei, costano meno e non sono così rotte, le lavatrici. Signora, guarda quella da 16 chili dove ho messo mio bucato, no esce detersivo, così no lava…» mi dice indicando col dito indice una vecchia macchina grigia, con l’oblò graffiato e un cestello in acciaio che ha sicuramente visto tempi migliori.
Marcus è da subito una scoperta: mostra una calma proverbiale, che non mi aspetto più da nessuno, soprattutto non da chiunque viva da circa quindici anni, come mi dice di sé, nella sfolgorante città della performance, un tempo motore trainante del paese, ora paradiso dell’happy hour, eldorado dei centri massaggi a doppio binario e regno delle pisciate contro i muri. Non si arrabbia, prende il cellulare dalla tasca della giacca, chiama Babu, il cui nome campeggia sul foglio dell’assistenza vicino a due numeri di cellulare.
«Buongiorno, sì, chiamo da dentro lavanderia, volevo avvisare che in lavatrice numero 2 non esce detersivo (“anche l’altra volta è successo uguale, mi ha detto prossimo lavaggio fai gratis ma a me serve che sono puliti adesso” mi dice guardandomi come se potessi aiutarlo nella sua crociata contro la modernità). Signor Babu, mi sente?»
Cade la linea, passano forse 10 secondi, un tempo che sembra improvvisamente gommoso, come se una bolla di sapone di marsiglia avesse avvolto ogni cosa intorno a noi.
Richiama Babu, nel frattempo la lavatrice sembra fare finalmente il suo mestiere: «…No, ok, capo, adesso va, non c’è più bisogno, si vede che schiuma esce dopo. Non sapevo.»
Alza il pollice a mo’ di imperatore romano per far capire alla telecamera che è tutto a posto, chissà se qualcuno lo veda davvero dall’altra parte di quel collegamento scalcagnato o se si tratti solo di un finto deterrente, il classico specchietto per allodole violente.
Stavolta è Babu che lo richiama, due volte nel giro di mezzo secondo, forse non ha capito che non c’è più alcun problema, così Marcus ride e scuote la testa divertito e penso che siamo solo all’inizio del nostro inaspettato incontro.
Non so perché, ma questo ragazzo magro, diafano, vestito come un teenager degli anni ‘80 e sempre sorridente parte col raccontarmi la sua vita. Parliamo per circa 25 minuti, il tempo dell’asciugatrice per me e di un programma di colorati delicati per lui, e scopro dettagli di un’esistenza personale che non sono poi tanto distanti da quelli che caratterizzano la mia: una madre malata che ha lavorato per 32 anni con le vernici e che ha respirato così tante sostanze tossiche che adesso ha 9 malattie («lei si è sposata a 16 anni, ha fatto solo due anni di scuola superiore, poi c’era Ceausescu e dovevi lavorare o studiare, non è che potevi stare in giro a fare niente così ha iniziato in fabbrica, a pitturare. Adesso vive con pensione di 220 euro, ma come fai? Ha fatto badante 15 anni anche a Milano e pagato sempre contributi ma non hanno riconosciuto niente, sono andato a chiedere ma lei non ha diritto alla pensione qui, non è giusto»), i suoi lavori precari in Europa («che, certo, guadagno di più che in Italia, soprattutto a Ginevra, ma lì sono stato scemo perché ho rubato una giacca di Armani, bellissima, da 327 franchi, l’ho messa addosso e sono uscito da negozio ma mi hanno beccato e per colpa di quei 27 franchi in più mi hanno fatto una multa e dato foglio, come si dice, di interdizione fino a 2024, che così non posso entrare in Svizzera. Coglione!») i ritorni a casa sempre più rari («ma devi andare con soldi perché devi pagare spese, bollette, dare soldi a parenti, qualche regalo, così torno ogni cinque anni perché metto via abbastanza per dare qualcosa a tutti e poi posso stare anche per tre settimane»).
Mi trovo così davanti a un racconto che sa di sacrificio, profondo, ma non pietoso, caratterizzato dalla concretezza di chi sa cosa vuol dire arrancare, rinunciare, stringere i denti. Intanto, in sottofondo, il rumore dei risciacqui somiglia a quello delle onde del mare, e l’infrangersi delle asole metalliche contro gli oblò al tintinnio degli scacciapensieri fatti di piccole conchiglie.
«Mi raccomando, signora» mi dice con una gentilezza che vorrei fosse il sintomo prevalente della prossima pandemia «non usare il secondo asciugatore, perché vestiti escono freddi, usa primo che fa tutto bello bollente.»
Lo guardo scuotere energicamente la biancheria alla fine del lavaggio, con un movimento da esperto tintore, e ripiegare con cura le camicie e i pantaloni, appoggiandoli con una delicatezza rara in un grosso catino, anche se di lì a poco dovranno essere inseriti nella piccola fornace numero 1, quella che davvero funziona. Capisco allora che si tratta di un gesto antico, quello delle esperte massaie, simbolico, che rimanda a lavatoi in pietra, madri che strofinano la biancheria sulla riva del fiume, mollette in legno e scaglie di sapone profumato, bucato steso al sole ad asciugare, bambini che giocano a rincorrersi lungo prati assolati.
Si scusa perché mi taglia la strada mentre scendo i tre gradini che portano alla gettoniera e recupero il mio grosso sacchetto da bucato. Poi, delicato come un ricciolo di burro, si china lentamente, raccoglie da terra un calzino blu da bambino, di quelli coi gommini antiscivolo e me lo mette vicino al bucato: «Calza è sua? Forse è caduta?»
Io gli sorrido di rimando, pensando che stiamo tutti perdendo l’abitudine di essere prossimi, sempre più lupi per altri lupi, che non perdono più né il pelo né tanto meno i propri vizi.
«Marcus, ti ringrazio per la compagnia e per la bella chiacchierata. Spero davvero che ti vada tutto bene nella vita, per il lavoro, per la tua mamma, per qualsiasi cosa. Forse un giorno ci vedremo in Romania, quando accetterò finalmente l’invito di un caro amico per vedere Timisoara.»
«Allora devi venire anche al mio paese, io abito vicino al confine con Ucraina, non dove c’è Conte Vlad perché quello stava a nord, non c’entra con la mia zona, ma Romania è bella tutta, ci sono tanti posti da vedere.»
Lo saluto alzando leggermente la mano, pensando ancora alla sua paura di andare in Stazione Centrale dopo un certo orario («lì ho visto picchiare un ragazzo per rubargli cellulare, erano 6 o 7, l’hanno lasciato in terra pieno di segni sulla faccia, e polizia non è nemmeno arrivata. Io, in Svizzera, ho preso 100 franchi di multa solo perché ho buttato sigaretta per terra, e facevo anche come un milanese imbruttito, quello che se ne frega e manda a… hai capito…») e al suo dispiacersi ogni volta che qualche agente gli controlla i documenti, trattandolo come un criminale («loro non chiedono agli africani, perché sono tanti, in gruppo, invece a me ogni volta, e vogliono sapere dove vado, cosa sto facendo, perché ho carta di identità italiana, dove abito e dicono che io ha la faccia di quello che va a rubare e mi guardano sempre male…»).
Mentre esco dalla lavanderia, nel mezzo del non senso dei soliti cliché, mi volto indietro, perché mi sento di volergli fare un ultimo saluto. In quel momento, ricordo due parole nella sua lingua, che spero di pronunciare bene: «La revedere (arrivederci) e mulțumesc (grazie).»
Lui mi sorride, un’altra volta. La vita non lo ha ancora piegato: «Cu placere (con piacere).
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