UN BEL POMERIGGIO DI PIOGGIA
Il pomeriggio inizia con un senso vago di ansia che mi prende alla sprovvista. È la vita con le sue insidie e le sue curve strette che mi dà a volte la sensazione di una partita a Risiko. È un pomeriggio di primavera, una primavera ancora fredda, con schiarite che attraversano nuvole di pioggia e vento che scende da nord. Milano, le strade, i marciapiedi, i giardini, sono un richiamo per me e la mia cagnolina inseparabile di nome Pepe. E la mia compagna inseparabile di nome Silvia. Per noi tre, è irrinunciabile il caffè pomeridiano e una visita a qualche bancarella di libri, i nostri soliti punti di riferimento sono sparpagliati fra le strade meno eleganti della città e i ritrovi più alla mano. Vesto la cagnolina, metto le robe in borsa, dò un’occhiata al cielo. Scuro, una lastra color metallo, un tuono lontano. Chiudo la porta, Pepe già sull’uscio, scendo in cortile e inizia a piovere. Poche gocce, non so se inoltrarmi nella città senza prima cambiare cappotto a Pepe. Mi decido a risalire, a infilarle quello imbottito e impermeabile, perché questo pomeriggio sicuramente la pioggia ci avrebbe colti per strada. L’appuntamento è con Silvia non lontano, che ci preleva con la sua macchina, al Burger King, dove io e Pepe di solito la aspettiamo sotto la tettoia e guardiamo la strada periferica attenti al suo arrivo.
Come facciamo una ventina di metri, io e Pepe veniamo investiti da una raffica di vento e pioggia. La cagnolina procede con la testa puntata in avanti, incurante dell’acqua. Il cappottino è un bel reperto comprato in uno store cinese che fa bene il suo mestiere, anche con la pioggia più forte non fa penetrare una sola goccia d’acqua. E Pepe se ne sta al caldo, anche sotto una bufera di pioggia e di vento come ce ne sono spesso in autunno e primavera. E’ un pomeriggio miracoloso, fatto di una grande luce giovane e pura. Stiamo camminando in un grande piazzale col giardino al centro, la pioggia cade di traverso e ci investe con violenza. Siamo noi due, due compagni che se la passano bene insieme, come al solito. Strade deserte, una volta tanto, non un’anima viva, che bello non vedere esseri umani. L’erba dei giardini sotto la pioggia assume un colore verde vivo e luminoso. Pepe ci fa sopra due volte la pipì, ma non si attarda come al solito e invece si sbriga, visto il vento e l’acqua.
Intenerisce vedere come affronti la bufera con coraggio, come cammini al mio fianco come nulla fosse. Con me Pepe verrebbe anche all’inferno. Io con le ci andrei io pure. L’erba è alta, non mi fido mai molto a farcela camminare, potrebbero esserci vetri rotti di bottiglie nascosti che la potrebbero ferire. Dentro di me provo un odio profondo verso chi continua a rompere bottiglie in giro per la città. Se ne stanno vedendo sempre di più, indice di un degrado che sta crescendo indisturbato. Il nostro sindaco pensa al glamour e al fuorisalone e non si occupa dei problemi veri della città. Odio profondamente chi l’ha votato. Cosa è diventata la cosiddetta Sinistra?
Già, oggi sarebbe anche il 25 aprile, certe cose non si potrebbero dire. Eppure, ho amato anch’io il comunismo, un tempo. Il cielo si apre e piove un raggio di sole. I vetri delle finestre brillano come note di tromba squillanti. I fiori dei sambuchi stillano gocce di pioggia che rilucono come pietre preziose. Penso a Renato Olivieri, ai suoi poetici romanzi sul Commissario Ambrosio, che parlava sempre dei fiori e degli alberi di Milano.
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Silvia arriva con la sua macchinina, che malgrado i tanti acciacchi e i vetri tenuti con lo scotch da anni ci rende un ottimo servizio. Pepe la vede e inizia a fremere. Si apre la portiera, Pepe salta su e subito le mette le zampe intorno al collo e le lecca freneticamente la faccia, azionando col sedere il clacson. Silvia mi prega come sempre di chiudere piano, perché sennò il vetro si può staccare. Asciugo la testa a Pepe strofinandole il pelo con la mano, Silvia accende il riscaldamento. Pepe si calma e il viaggio inizia, verso via Eustachi, dove – in un contesto di quartiere alto borghese – c’è un ex bar italiano rilevato dai cinesi, punto di ritrovo di anziani pieni di contegno ma sempre festanti, gente che trovi sempre lì e che riconosci ogni volta e che esprime una certa parigina malinconia, un orgoglio borghese misto a un che di dimesso. Via Vitruvio è una sequela infinita di negozi etnici dai nomi più assurdi, le strade laterali sono bloccate dalla Polizia per la manifestazione, ci sono ingorghi e suonate di clacson, sciami di gente che attraversa all’improvviso. Giunti in via Plinio e superata via Morgagni, la città si distende e assume il tono rilassato della grande capitale, tutto sembra farsi più morbido e accogliente, fuori dal chiasso della zona multietnica vicino alla stazione. Il nostro bar oggi non ha le sedie fuori per via della pioggia, prendiamo posto nel gazebo, mentre il sole e il cielo si fanno luminosi e rischiarano le facciate dei caseggiati borghesi, con uno scintillio di acqua appena caduta sulle foglie degli alberi e le finestre che cantano una gioia di riflessi. Ritroviamo i volti dei soliti avventori, amici che si vede essere di lunga data e che passano le giornate con un bicchiere di vino e conversazioni su fatti molto semplici, il calcio, un pizzico di cronaca e di politica, i necrologi, con risate bonarie, sguardi che hanno smesso da un pezzo di essere sorridenti, ma che guardano ancora la vita con una certa riconoscenza. Indossano abiti di pregio, e il loro modo di essere – per quanto dimesso – esprime un buon grado di cultura e di benessere economico. La cameriera cinese arriva coi nostri caffè, che posa sul tavolino sottolineando i gesti con delle esclamazioni che sembrano delle note allegre senza senso. Pepe abbaia a un signore, poi a un cane, il suo sguardo si accende di curiosità e di impertinenza, il pelo le si rizza, poi il gazebo si svuota, Pepe si calma, e io finalmente posso osservare le architetture delle case, ce n’è una sulla rotonda che è degli anni’30, e con le ombre nette del sole a dividere in due le nicchie delle finestre ad arco, sembra un dipinto di Sironi. Lo faccio notare a Silvia. Mi godo una sigaretta, anche perché Pepe si è calmata e il momento è davvero bello. Silvia mi dice che mi vuole bene. Io replico e le dico che è la donna più bella del mondo. Il sole scalda il corpo, ma col maglione e la giacca non si ha caldo, il clima è ancora invernale e si sta davvero bene. Si vorrebbe che questo momento si prolungasse all’infinito.
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Ci prendiamo un gelato. Facciamo due passi verso via Morgagni, dove c’è un bel verde per Pepe e una bancarella di libri. Il cielo ormai si è aperto del tutto, e pesanti nembocumuli soffici come zucchero filato gravano sul Palazzo Pirelli, che ha la facciata di cristallo indorata dai raggi del sole. I giardini attraversano la via con due lunghe file di platani, le panchine e l’erba mal curata, della gente gioca a ping pong su un tavolo di cemento, i binari del tram fuori uso sono invasi dalle erbacce, la scena sembra presa da un quadro parigino di qualche impressionista come George Seurat, vecchi ricordi di quando avevo una compagnia di compagni di studio proprio qui, sono passati trent’anni e il cuore un po’ mi si stringe, Pepe gioca con un ramo e Silvia mi addita le decorazioni ottocentesche sotto il balcone di un edificio, delle facce grottesche in cemento e festoni floreali che la affascinano e la incuriosiscono. Sono contento che anche lei inizi a interessarsi di architettura, forse anche grazie ai miei insegnamenti. L’edicola è gestita da un signore che mi chiama Dottore, i libri sono tre euro cadauno, ne trovo uno di Giulio Giorello, imperdibile, e uno di Franco Fabbri, che nel 1992 ebbi la fortuna di avere come insegnante in un Corso del Comune per operatore musicale. Ne parlo con l’edicolante, che mi chiede che libro abbia preso, mi chiede che insegnante fosse Fabbri, un grande uomo di cultura, rispondo, con una certa emozione e la voce che mi si rompe, al pensiero che, di quei tempi andati, di quel mondo, oggi non è rimasto più nulla.
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