IL REGNO DELLA QUANTITA’ E I SEGNI DEI TEMPI di René Guénon
In edizione Adelphi, IL REGNO DELLA QUANTITA’ E I SEGNI DEI TEMPI di René Guénon apre così dicendo:
Fra i numerosi tratti caratteristici della “mentalità moderna” vi è la tendenza a ridurre ogni cosa al solo punto di vista della quantità, dell’apparenza del regno della quantità. Per vedere il disordine come un elemento dell’ordine, o per ricondurre l’errore ad un aspetto parziale e deformato di qualche verità, bisogna elevarsi al di sopra del livello delle contingenze al cui dominio appartengono il disordine e l’errore come tali; e parimenti, per cogliere il vero significato del mondo moderno in conformità alle leggi che regolano lo sviluppo della presente umanità terrestre, bisogna essersi completamente liberati dalla mentalità che specificatamente lo caratterizza, e non esserne infirmati ad  alcun livello; ciò è tanto più evidente in quanto tale mentalità, per forza di cose, e in certo qual modo per definizione, implica una totale ignoranza delle leggi in questione, nonché di tutte le altre verità le quali, derivando in modo più o meno diretto dai principi trascendenti, sono parte essenziale di quella conoscenza tradizionale di cui tutte le concezioni propriamente moderne, consciamente o inconsciamente, non sono che la negazione pura e semplice.
Il testo si presenta in forma di summa contro la modernità, vista come regno del materiale e del quantitativo a detrimento del qualitativo e dello spirituale. In essa Guénon traccia una non sistematica, ma aforistica (proprio secondo una tradizione nicciana di trasvalutazione dei valori) demolizione delle più comuni credenze scientiste, le quali sarebbero alla base della decadenza occidentale. I Valori scientisti che Guénon demolisce secondo una forma raffinata di decriptazione, sono quelli su cui si basa la conoscenza moderna nella sua accezione positiva, kantiana e newtoniana, e appartenenti a un ciclo cosmico in ormai via di dissoluzione, il Kali Yuga. Tempo, quantità, denaro, sono i tre cardini su cui si impernia il capitalismo moderno, e che sarebbero alla base della dissoluzione della nostra civiltà. Ecco – come dice Lewis Mumford, in Tecnica e cultura, Il Saggiatore, 1964 – le parole di Keplero, come furono pubblicate nel 1595: «Come l’orecchio è fatto per udire i suoni, e l’occhio per percepire i colori, così la mente dell’uomo è fatta per comprendere non ogni genere di cose, ma la quantità. Essa concepisce una data cosa più chiaramente, a seconda che questa cosa è prossima alle quantità pure, fin dall’origine, ma più una cosa si allontana dalle quantità, più l’oscurità e l’errore vi si inseriscono.» Il regno della qualità, sarebbe dunque il regno dell’errore, del non misurabile. In altre parole, la qualità, lo spirituale e l’umano, non sono monetizzabili e sfuggono ai criteri della produzione capitalistica. L’Uomo moderno ha studiato la Natura al fine di sottometterla secondo rigide logiche quantitative, e si è sempre più allontanato dalla socratica conoscenza di se stesso. Da qui la sua inevitabile dissoluzione. Dall’irreggimentazione della Natura l’uomo moderno è facilmente passato all’irreggimentazione sociale, col ciclo di produzione scansionato dall’orologio e le macchine. Allontanandosi sempre di più da quello che era il regno dello Spirito e della ricerca di valori morali. Il potere della scienza sarebbe venuto a coincidere col potere del denaro (il potere dell’astrazione, della misura, della determinazione). Macchine e produzione industriale avrebbero peggiorato le condizioni dell’Uomo, ma il progresso sarebbe stato invece visto come un bene. Il capitalismo ha così tratto lustro dalle virtù delle macchine. René Guénon imputa alla quantità di essere opaca e schematica, di non dare risposte alle infinite esigenze umane che si sottraggono a una lettura prettamente naturale.
E’ agli illuminati che, in maniera consapevole o embrionale, stanno preparando il ciclo successivo, che Guénon si rivolge, senza preoccuparsi se la maggior parte delle persone, come è naturale che sia, non lo comprendono.
Filosofo anch’egli inattuale, come fu Nietzsche, o dell’inattualità, meglio. Le sue parole sono come musica che solo certe orecchie – iniziate e sensibili – possono apprezzare. Fuori dal chiasso e dal frastuono del parlare corrente, Guénon sussurra con voce decisa, a orecchie esercitate, l’incapacità degli uomini di conoscenza attuali di trarre l’umanità fuori dal disordine in cui è precipitata, per la propria fede nel preteso “progresso”.
Guénon sembra voler indicare la via per uscire dall’ottusità e dalla schematicità moderne, vissute sotto il segno del razionalismo scientifico estremizzato. Lo stesso intento che ebbe Carl G. Jung nel teorizzare l’esistenza di una dimensione nascosta rappresentata dagli archetipi, che da sempre agiscono nella psiche con tutta la forza elementare del loro contenuto gravido di significati, specialmente là dove la fede religiosa è viva nell’uomo (…) (Jolan Jacobi – La psicologia di Carl G. Jung – Einaudi, 1949) (ma anche avvertendo che) Soltanto là dove la fede e il dogma sono irrigiditi in forme vuote, come è avvenuto per gran parte nel nostro mondo occidentale civilizzatissimo, tecnicizzato, dominato dal razionalismo, essi hanno perduto anche la loro forza magica e lasciato gli uomini privi di aiuto e di appoggio, in preda alle tempeste di dentro e di fuori. 
Un testo in certo qual modo esoterico, che si può leggere anche nella sua letterarietà. E che ci avvicina alle sorti odierne dell’Uomo, un Uomo sempre più mondializzato e globalizzato, che avrebbe perso la propria identità trascendente, rinunciando alla Tradizione, all’Essere, ed eletto le Cose a suo orizzonte di riferimento, riferendosi di più all’Avere (Erich Fromm), al nichilismo del possesso e dei numeri. Svelare e auto svelare la parte nascosta di noi stessi, non ha solo un valore per noi stessi, ma anche etico, perché ci permette di vivere in maggiore armonia col prossimo. Erich Fromm, difatti, sostiene che il pericolo dell’irruzione dell’inconscio (la parte repressa e rimossa, nascosta) comporti anche il pericolo di una rivoluzione sociale, dove abbiamo una maggioranza di persone controllata da una minoranza dominante, il che fa sorgere l’interrogativo: quanta rinuncia di felicità deve imporre alla maggioranza la minoranza di una data società?  
Se da una parte abbiamo il Mercato, le leggi del liberismo economico e politico che hanno portato alla fase attuale di totale materializzazione delle coscienze, appiattimento morale e cerebrale, frustrazione, violenza, oppressione, velato totalitarismo mediato dalla tecnologia, dall’altra abbiamo un movimento no global o new global, i quali però non hanno al loro interno dei punti di riferimento intellettuale solidi. Non emergono al loro interno pensatori di rilievo, fatta eccezione di Noam Chomsky, e il loro pensiero è tanto variegato quanto frammentato, fatto di puri slogan anti capitalistici, contro il profitto, contro il presidente americano di turno.
Che sia anche questo aspetto un sintomo di quella frammentazione del pensiero meccanicistico, e materialista, che Guénon fa risalire come appartenente al mondo moderno, che avrebbe perso l’orizzonte tradizionale e metafisico capace, unico, di dare unitarietà non solo al sapere, alla conoscenza (illusoriamente ci sta già riuscendo la scienza positiva) ma al Destino Ultimo dell’Uomo?
Lo scientismo moderno si presenta da almeno quattro secoli come una sorta di religione laica. I suoi dogmi fanno parte di un catechismo che viene impartito sin dai primi anni. L’importante non è che la sua visione sia vera e verificata, ma che generi consenso sui valori che trasmette.
A tale proposito, nell’introduzione Guénon così si esprime:
Se i nostri contemporanei riuscissero, nel loro insieme, a vedere che cosa li dirige, e verso che cosa realmente tendono, il mondo moderno cesserebbe immediatamente di esistere come tale, in quanto quel “raddrizzamento”, cui spesso abbiamo fatto allusione, non mancherebbe di operarsi per questo solo fatto; ma poiché tale “raddrizzamento” presuppone che si sia giunti al punto d’arresto in cui la “discesa” è interamente compiuta, e in cui “la ruota cessa di girare” (almeno in quell’istante che segna il passaggio da un ciclo ad un altro), bisogna concludere che, fin quando questo punto non sarà effettivamente raggiunto, queste cose non potranno essere comprese dalla maggioranza della gente, ma soltanto dall’esiguo numero di coloro che saranno destinati, in una misura o in un’altra, a preparare i germi del ciclo futuro. Non è nemmeno il caso di dire che, per tutto quanto andiamo esponendo, è sempre esclusivamente a questi ultimi che abbiamo inteso rivolgerci, senza preoccuparci dell’inevitabile incomprensione degli altri.
Guénon ravvisa il pericolo di un individualismo atomistico, che vede negli esseri umani tanti atomi replicabili all’infinito, ma mette in guardia in questi termini:
(…) mentre la molteplicità principale è contenuta nella vera unità metafisica, le “unità” aritmetiche o quantitative sono al contrario contenute nell’altra molteplicità, quella inferiore (…).
Sull’atomizzazione della Società si è detto e scritto molto. Marco Della Luna, nel suo Neuroschiavi, sembra ampliare il discorso di Guénon alla politica e all’economia attuali, riferendosi ai processi di massificazione delle coscienze tramite la persuasione dei media, sempre in quell’ottica quantitativa cara ai moderni, per cui tutti siamo atomi, destinati a vivere, produrre, consumare, morire. Un destino che vede la propria parabola ultimarsi con la grande assente del dibattito odierno: la Morte, la grande innominata e innominabile, fonte di vergogna, perché con la Morte cessa la Produzione e cessa il Consumo. Ma è secondo le filosofie tradizionali che, con la Morte, inizia il vero grande discorso qualitativo.

©, 2022

 

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