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MILANO criminali BR bombe

MILANO criminali BR bombe
La Milano assassina di Fabrizio Carcano sembra presa da un romanzo noir della vecchia scuola francese, o americana, ed è raccontata col timbro delle storie nere, dure, crude, senza giri di parole, senza abbellimenti. A rendere più duro lo scenario, una stagione fredda che a Milano significa cielo basso e grigio, con palazzi di periferia che spuntano come lapidi all’orizzonte, vie trafficate e bar mal frequentati, dove i malavitosi si danno ritrovo. A ridosso del Natale, in questa Milano assassina di Fabrizio Carcano il vicequestore Bruno Ardigò si trova a indagare su delitti che affondano le loro radici nell’odio politico dei primi Anni Ottanta, mentre intorno esplodono ordigni davanti alle sedi dei partiti di Governo, e nelle periferie circolano manifesti che inneggiano al ritorno delle Brigate Rosse. 
Quando ho iniziato il mestiere di detective privato, collaborando con un’agenzia investigativa di Milano, erano i primi anni ottanta. L’atmosfera descritta da Fabrizio Carcano nel romanzo ‘Milano Assassina’ si respirava come l’odore acre che permane a lungo nell’aria dopo un incendio. I criminali in Italia erano più violenti che astuti, di una violenza brutale e arrabbiata, per certi versi persino annoiata, da cui scaturirono le brigate rosse. Tuttavia, sia i semplici ladri e assassini sia i ladri e assassini politicizzati, una cosa l’avevano tutti capita: per fare i soldi bisognava delinquere nelle grandi città e Milano o Roma erano le più adatte.
Milano, dove lavoravo come detective collaboratore prima di fondare la mia prima agenzia investigativa Octopus, era ancora terrorizzata dalle “gambizzazioni” marcate BR a suon di revolverate sparate dalla Nagant (una pistola russa a tamburo dal forte significato simbolico), era la capitale dei sequestri lampo e dei furti d’automobili di lusso. La giornata di un collaboratore di agenzia investigativa, controlli su infedeltà matrimoniale a parte, trascorreva pedinando persone trovate nelle liste nere delle BR, per verificare che non fossero sorvegliate dai terroristi in fase di pianificazione del loro attentato. Oppure noi detective dovevamo cercare di identificare i balordi che avevano sequestrato in casa la famiglia d’un cliente per costringerlo a prelevare soldi dalla banca. Altre volte dovevamo parlare con i ladri d’auto nel tentativo di ottenere un “cavallo di ritorno” (sì lo so è una pratica illegale, ma non sono mica della Polizia e poi sono cose che risalgono a quarant’anni fa, c’è la prescrizione).

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