La metropoli è un’ala spiegata sulla notte e sull’alba – Racconto

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La metropoli è un’ala spiegata sulla notte e sull’alba – Racconto

 

Il respiro della Vita si mescola all’alito freddo e violaceo della Morte. Il Viola è la radiazione luminosa dello Spirito, ed è il colore del tramonto in inverno. Lingue di fuoco ardono sopra la linea dei tetti, si attardano per un solo istante sotto il tuo sguardo, prima di estinguersi nell’immenso mare notturno. In quel momento, il tuo animo si raccoglie in se stesso, e prega che tutto debba andare sempre per il meglio. Prega che, domani, vada bene, vada bene anche domani, come è andato bene oggi. E il tuo animo ringrazia, per questo. Sai però bene che, in questa preghiera, vi è ancora la radice di un attaccamento, che in certo qual modo intorbida il tuo Karma. La Nostra Vita è un debito col Karma. Bisogna ringraziare e meditare, per assottigliarlo, e comprendere e accettare l’impermanenza delle cose, affinché il terribile momento del Bardo non sia così penoso. Ma, quando sarà, sarà troppo tardi per pensarci, se non si è abbastanza ringraziato e pregato.

Corrado, nell’ultimo anno, aveva perso due amici. Uno si era suicidato lentamente, con dosi di alcool giornaliere. L’altro, si era suicidato veramente, e nessuno era mai riuscito a sapere come. Meglio così, meglio non saperle, certe cose. Li immaginava nel Bardo, il Bardo che per loro si stava per estinguere, donandoli alla Rivelazione. Corrado si domandava molte cose. Se li avrebbe mai reincontrati. E sotto che forma. E cosa stessero provando in quello stato ambiguo tra Vita e Morte. Sapeva che sarebbe toccato anche a lui. Che toccava a tutti.

Le sei corsie dello stradone erano trafficate, mentre i due marciapiedi erano deserti. Le luci delle automobili fendevano la nebbia dei gas di scarico. I motorini risalivano il traffico con accelerazioni e frenate, facendo zig zag fra le auto incolonnate. Attraversare, anche col verde, era rischioso. Era meglio aspettare il rosso, e un momento in cui la strada fosse stata libera. Doveva salire su quel tram ancora fermo al capolinea. Ma vide il conducente montarvi di fretta, quasi con rabbia. Il tram stava per partire. Col semaforo di mezzo, e lo stradone da attraversare, non avrebbe fatto in tempo. Infatti, vide le portiere chiudersi, e il tram scomparire dopo la curva senza tanti complimenti, con una accelerata sferragliante, rancorosa. Ora, se la poteva anche prendere comoda. Accendersi una sigaretta, e fumarla nell’attesa del tram successivo. Meglio non avere nemmeno più la scusa di fare quei metri di corsa, ma fare tutto con relax. Come se ci fosse sempre un domani.

Porta Nuova

Giunse un altro tram, e, mentre vi prendeva posto, aveva la sensazione che quel traffico, quelle luci, quelle automobili in corsa, fossero diventate molto più cattive di quando ascoltava i Doors da ragazzo. In trent’anni, la cattiveria umana era cresciuta, e la musica cattiva dei Doors aveva lasciato il posto a una melensa melodia lounge senza alcun costrutto. Quando la musica era cattiva, la Società lo era di meno. E oggi, che la musica è deboluccia e senza personalità, la Società è molto più crudele. Ti licenziano senza ragione, ti tirano l’acido in faccia se non gli sei simpatico. Fu un pensiero che lo colse di sprovvista, proprio mentre il tram compiva il suo primo balzo in avanti, con un assordante rumore di ferraglia arrabbiata.

Si sentiva, un tempo, rassicurato da quelle note. Come se tutta la cattiveria del Creato fosse in esse contenuta, e non potesse travasarsi altrove, fuori da quelle note, una sorta di Totem Sublimatorio per le umane scelleratezze. Una cattiveria più rappresentata che agita. L’Arte era di quel tipo, l’Arte era globalmente incazzata, mentre oggi ti dà carezzine e ti blandisce con belle paroline, ma è cattiva, molto più cattiva, e ipocrita di un tempo.

 

La metropoli è un’ala spiegata sulla notte e sull’alba. Il suo volo è fatto di anime alla deriva. Un sorriso di ragazza che passa e svanisce nel crepuscolo dei suoi desideri, dei suoi sogni, spesso infranti sulle scogliere della violenza. Un uomo con la valigetta, contenente la sua ansia, la sua carriera, la sua famiglia, moglie e figli a carico, e un cane, tutto in quella valigetta screpolata, anni e anni di lavoro e di sofferenze, che si frangono sugli scogli dell’incomprensione e dell’ingratitudine.

Ognuno va verso il suo crepuscolare destino, una pizza riscaldata e una birra, mangiate di fretta, un amplesso fatto per dovere, un saluto a un amico disperato, un viaggio in taxi verso dove? una porta di metrò che si chiude, una storia che finisce, una notte in chat a parlare con chi? una sega davanti al monitor, un pannolino sporco e una rata del mutuo, una voglia di sposarsi e una voglia di suicidarsi, un frullato alla vaniglia e una promozione. Sono queste cose della vita. Ma ce ne sono altre. Ce ne sarà una che ci aspetta. Il terribile Bardo.

Corrado preferiva non pensarci. Non con quella sua dote di accanimento sulle cose. Avrebbe voluto abbandonare quel pensiero. Ma non ci riusciva. Ormai si era insediato il lui. Non sapeva se fosse una realtà o una superstizione new age. Una malattia, un virus del pensiero, un trojan, un mal funzionamento della sua mente, un’alterazione psichica inguaribile. L’ala di un’aquila volava davanti ai suoi occhi. Planava sul traffico, e con gli artigli spiegati afferrava un’automobile, la sollevava, la portava nelle sue altezze. Un sommergibile navigava sospeso nei gas di scarico, e col faro fendeva quel buio abissale fatto di notte e inquinamento. A un certo punto, lasciava uscire un siluro, che andava a esplodere contro un grattacielo, producendovi una voragine dalla quale fuoriuscivano tante anime biancastre e urlanti. Era sera, quasi notte, una notte invernale carica di presagi.

Si riscosse da questo sogno, e si accorse che uno sciancato sostava accanto alla cabina di comando. Ficcava la testa dentro il posto di guida, e parlava col conducente con quel fare da esperto, da collega, che gli conferiva la sua posizione provvisoria, non da semplice passeggero come tutti gli altri. Era un povero poliomielitico, un emarginato della zona, che da vent’anni Corrado vedeva sempre infilato a metà nel posto di guida dei tranvieri, forse avendo avuto, da bambino, il sogno di diventare manovratore, ma che la sua malattia gli impedì di raggiungere. Dava e riceveva ordini, come in una simulazione di quella per lui ambita professione mai raggiunta. Fece una fermata e scese, restando a parlare col conducente, mentre le auto incolonnate dietro al tram iniziavano a suonare. «E smettetela!», grida in direzione delle auto. Poi, disse qualcosa in merito al far bloccare una certa linea di tram. Lo disse in maniera compiaciuta, esprimendo un potere che Corrado non comprendeva di dove gli provenisse. Adler, lo psicoanalista, lo avrebbe considerato un povero impotente, che esprimeva la sua volontà di potenza con la prepotenza, un’operazione compensatoria della sua mente che gli faceva superare il senso d’inferiorità, un caso molto simile a quello di Hitler, povero cristo e nerd incapace, rifiutato dall’Accademia di Belle Arti, divenuto in seguito il più grande sterminatore del ‘900.

Scese dalle parti del Giambellino, una zona dal sapore languido, vecchie case degli Anni ‘30 e dell’ottocento, fra le quali, all’improvviso, poteva spiccarne una degli Anni ’70, con quelle linee rigide e ardite con vetrate e finiture metalliche, o più spesso di ceramica, con colori freddi, e negozi nei quali sembra esserci un ritmo molto più rilassato, rarefatto, che in altre zone, era la zona forse più meridionale e romana di Milano, con l’eleganza austera degli edifici e la lentezza pigra, sonnolenta, di una popolazione che sembra accampare anche un animo più semplice, franco, immediato, che altrove.

Trovò un bar che recava l’insegna luminosa Sweet Caffè. Aveva modanature in legno e luci soffuse. Decise di entrare. Era deserto. Un uomo sedeva sul fondo, intento a guardare il proprio cellulare, mentre canticchiava la musica diffusa nel locale dall’impianto sonoro. Venne al bancone, con un misto di sollecitudine e di malavoglia. Trattenendo la propria scarsa voglia di lavorare, chiese cosa desiderasse.

Corrado rispose, allegramente: «Un sweet caffè.»

L’uomo non colse la battuta, né l’allusione – che era un complimento – al suo locale: «Cosa è un sweetcaffè?» Sembrava pensare ad altro, forse alle donne che aveva appena abbandonato nel proprio cellulare in qualche chat, che ancora attiravano la sua attenzione. Di quel mestiere non gliene fregava niente.

«Niente, un caffè, grazie…»

Il barista eseguì l’ordine, in maniera fredda e veloce, tornando immediatamente alle sue faccende cybernetiche. Si appoggiò a un angolo della cassa, fissando lo smart phone con aria ottusa, facendovi correre sopra le dita, incurante del mondo circostante. Se qualcuno gli avesse puntato una rivoltella addosso, intimando “Questa è una rapina!”, avrebbe risposto “Rapina? Cosa è rapina?” Corrado pagò il caffè, e lasciò il barista al suo infelice destino di scopate mal fatte. Salutò e uscì, ricevendo in cambio un «Grazie buonasera», sputato fuori tanto di fretta e a fil di voce, senza nemmeno alzare la testa, da sembrare la registrazione esangue di un nastro che partiva in automatico sulla bocca di un robot, sincronizzata con l’apertura della porta.

Corso Como, una passatoia di vetrine e di sballo serale. L’aria era fredda, e si infilava tra le case come una lama. Ti saliva dentro l’apertura del giaccone e ti risaliva sul collo, dandoti dei tremori violenti. Vi erano locali che non esistevano sino a due mesi addietro, qui la mafia ricicla i propri guadagni.

Ragazzotti vestiti di nero sostano fuori da baretti dall’incerta aria delinquenziale, dove una pizza la paghi più che altrove, e dove paghi soprattutto la sensazione di essere al centro della movida, di essere in un luogo ove tutto ti sia possibile. I suoi ricordi affondavano a qualche anno prima, a quando anche lui, la notte, frequentava questa zona. La musica usciva assordante da quei baretti come una martellante ondata di note fragorose, appena qualcuno apriva la porta, per esserne reinghiottita dentro quando la porta si richiudeva. La porta delle meraviglie. Lo scrigno magico della notte.

Oltre la vetrina di un negozio di moda, vide una ragazza che sostava in piedi con aria malinconica accanto a una fila di vestiti. Avrà avuto tra i venticinque anni e i trenta. Il corpo era esile e perfetto, e il viso richiamava l’espressione di certi piccoli cagnolini sempre in cerca di coccole, ma al momento senza padrone. Decise di entrare per conoscerla. Prese la scusa di chiedere alcuni prezzi. La ragazza sembrava distaccata  e poco informata. Un’altra a cui non gliene fregava niente di quello che faceva. Messa lì da qualche amante, a titolo di favore. Magari per due o tre giorni, per fare semplicemente la guardia ai vestiti.

«Posso offrirti qualcosa da bere, quando chiudi?»

La ragazza accettò subito. Ma Corrado colse nel suo accettare anche il darvi pochissima importanza, come avesse accettato in maniera sbadata, senza calcolare le conseguenze.

«Quando chiudi?»

«Fra mezzora.»

Non si presentarono nemmeno.

Andò a prendere un caffè in un qualsiasi baretto di quelli che trovavi a mucchi in quella via.

Dieci minuti prima dell’appuntamento, si mise a fumare una sigaretta dall’altra parte della strada, scrutando di tanto in tanto la vetrina. Quando venne il momento, vide la ragazza chiudere il negozio. Mosse alcuni passi cauti verso di lei, ma prima di lui sopraggiunse un uomo anziano, molto ben vestito, che le pose una mano sulla spalla e le diede un bacio. Poi, le cinse un fianco, e si incamminò con lei. Corrado si accese un’altra sigaretta, e si incamminò a sua volta. Voleva schiarirsi i pensieri, godendosi l’aria fredda dell’inverno. Le molte luci si stavano accendendo nella metropoli. Una seconda parte della giornata, quella dei sogni e delle aspirazioni più vere e personali. A un semaforo, aspettò il verde per attraversare. E vide un Suv fare una svolta a U nel pieno dell’incrocio, una manovra da ritiro della patente. Ma vigili non ce n’erano. E anche se ci fossero stati, si sarebbero voltati dall’altra parte. Anche loro, oggi, hanno paura a fare una contravvenzione. Effetto del Livellamento creato dalla Globalizzazione. Tutto vale il contrario di tutto, in un mondo senza più Leggi. Gli vennero in mente dei versi.

Metropoli

Dal cuore d’acciaio

Metropoli

Dal sesso sbandato

Metropoli

Dal volto deforme

Metropoli

Dal corpo che palpita

Metropoli

Così bella

Così ferita

Così amata.

Non li aveva mai messi su carta, ma li ripeteva di tanto in tanto, ormai a memoria.

©, 2020

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