Heimat 5

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Heimat è un vocabolo tedesco che non ha un corrispettivo nella lingua italiana. Viene spesso tradotto con "Casa", "Piccola patria", o "Luogo natio" e indica il territorio in cui ci si sente a casa propria perché vi si è nati, vi si è trascorsa l'infanzia, o vi si parla la lingua degli affetti. (Wikipedia)

Heimat 5

Da quelle prime letture, fatte a ridosso degli anni di alpinismo e poi di Venezia, ancora prive di criticismo e colme di una volontà di sapere e di conoscere immense, mi incamminai sempre più verso la scrittura quale attività principale della mia vita, mai vista come un passatempo, ma come una disciplina totalizzante e ardua, che non ammetteva alcun compromesso. Fra le prime letture che incisero sulla mia formazione, potrei elencare i racconti e i romanzi di Giovanni Comisso, ma prima ancora, fu Italo Svevo a spalancarmi le porte della letteratura. Ero nuovo di tutto ciò. Facendo l’Istituto Tecnico, avevo di letteratura un’infarinatura a dir poco minima. Con la mia grande passione per la montagna, avevo sino ad allora letto solo libri alpinistici. Quando mi trovai fra le mani Italo Svevo, provai una sensazione quasi folle. Non ero abituato a quel genere di letture. Per me pareva sublime che un uomo avesse potuto scrivere quello che Svevo aveva scritto. Sublime follia leggerlo, era un’esperienza bellissima, come fare l’amore per la prima volta. Mi addentravo nella vita privata di persone dalla psicologia complessa, dalle abitudini ricercate, dai gusti elevati, e percepivo l’immane bellezza e fascino dell’animo umano, che, di lì in poi, avrei deciso di studiare. Avrei deciso di studiare la storia dell’arte e di conoscere la letteratura palmo a palmo. Avrei deciso di fare della Bellezza il mio faro e il mio cammino. Poi, man mano, mi abituai, e mi addentrai sempre di più in quell’ambito. Ma oggi, purtroppo, non provo quasi più emozioni nel leggere un libro. Mi sarebbe piaciuto conservare un po’ del candore delle prime letture, invece, sono diventato un lettore severo, scettico, che tende a passare tutto attraverso setaccio e bisturi. Per la scrittura ho rinunciato a tre proposte di matrimonio, e mi sono fatto andare male quasi apposta un Concorso nella Pubblica Amministrazione, che mi avrebbe garantito un impiego a vita. Dalle montagne è originata la mia passione per la lettura, dapprima di libri di alpinismo; esse mi hanno plasmato e reso quello che sono, per cui tutto, per me, viene dalle montagne, e tutto tornerà alle montagne.

 

 

 

 

 

 

 

Non compivo più un viaggio in treno da alcuni anni. Dal viaggiatore compulsivo che ero stato, mi ero trasformato in un’anima puramente stanziale. Non trovo altre ragioni a questa mia metamorfosi, se non nella riorganizzazione aziendalistica delle ferrovie, che ha reso difficile e farraginoso il viaggiare. Una volta partivo per una qualsiasi meta, con un’ora d’anticipo, il tempo di fare i bagagli e andare in stazione. Prendevo il biglietto e salivo sul primo treno. Oggi questo non è più possibile. Non sulle lunghe tratte. Ma la cervelloticità del sistema ferrovie, mi ha tolto l’entusiasmo anche per i piccoli percorsi. Così, questo viaggio verso Lecco che oggi sto per intraprendere, ha il sapore delle cose eccezionali, delle grandi riscoperte. L’addormentante traballio del vagone, il fischio della locomotiva, e quell’inesplicabile auspicio di novità e fervore quando il treno lentamente parte, e prende il primo abbrivio. Giorni fa pensavo che io sono un figlio del boom economico. Ho conosciuto la fine degli Anni ’60 e tutti i ’70 con la drammaticità delle loro manifestazioni, del terrorismo interno, la crisi del petrolio e l’assassinio Moro. Ho visto le grosse cravatte a losanghe su sfondo oro, i collettoni delle camicie e i pantaloni a zampa d’elefante, ero già nato quando furono uccisi Calabresi e Pinelli e scalavo le mie montagne quando venivano compiute le prime ascensioni rivoluzionarie da Reinhold Messner e Ivan Guerini. E mi ritrovo a pensare che questi nuovi treni laccati e silenziosi, senza più l’odore di sigaretta e di polvere rappresa negli scomparti, senza più l’odore di caserma quando vi si ammassavano i militari in libera uscita, e quelle tendine di broccato marroni con temi floreali dalle tinte dorate, non mi appartengono, non fanno parte della mia storia e del mio vissuto. Ho visto bambini imbarcati nel treno dal finestrino, tanto il treno era zeppo di gente, ho fatto viaggi di 16 ore dormendo sullo strapuntino in un denso fumo di sigaretta e nell’odore di corpi ammassati, corpi di migranti italiani che andavano da Sud a Nord, con valigie enormi chiuse con la corda, in cui era contenuta la loro vita e la loro speranza in un riscatto. Oggi, questi treni sembrano non testimoniare più l’intera epopea di una Nazione, ma solo l’ansia di spostamento di una Civiltà che ha raggiunto tutto, e non aspira più a nulla, se non al comfort, alla facilità, al lusso e al vacuo, al week end low cost con spa e piscina tutto compreso come massima aspirazione della scoperta. Non si viaggia più, ma ci si sposta. Non vi sono aspirazioni ideali, ma bisogni da soddisfare qui e ora, tutto e subito, con la carta di credito e un account on line per non fare nemmeno più la coda a uno sportello, civiltà asettica e senza spina dorsale, senza desideri ma solo con una cieca volontà di possesso. Il Viaggio, una volta, era la scommessa di una Vita, era la ricerca di un Tutto, era una lotta contro la Morte e il Destino, era la volontà di un Riscatto. Oggi il viaggio ha il sapore di un selfie destinato alla propria onesta paginetta Instagram, davanti a un piatto ben guarnito e a un bicchiere di vino scintillante. Sono anche figlio di un’epoca in cui la cultura valeva ancora qualcosa, e l’informazione non era roba da Influencer. Viaggiare era conoscere e conoscersi, spingersi verso l’ignoto, senza navigatore e senza Trip Advisor. Ciò che non è recensito, oggi mette ansia, ciò che non è preventivamente mappato e indicato, fa paura. Civiltà depotenziata e ansiosa, insicura. L’insicurezza è stata creata a tavolino, tramite l’uso forsennato della tecnologia, e messa addosso alle persone come nuovo stile e modalità del loro essere. I poteri economici hanno creato una Civiltà di insicuri, e hanno alimentato il senso dell’insicurezza a tutti i livelli, per far cadere la Massa nel giogo del controllo e della cessione di dati personali a fini di marketing. Tutto è preventivamente recensito e mappato, e profilato attraverso un onesto algoritmo che arriva a colpire con precisione l’utilizzatore finale. Io sono figlio di un’epoca in cui l’essere umano era ancora padrone delle proprie scelte e della propria individualità, per cui, davanti a tutto ciò, come a questi treni eccessivamente e inutilmente comodi e veloci e laccati e sterilizzati come gli stessi rapporti sociali, mi trovo spaesato. Nessuno aveva chiesto tutto ciò. Né vi è mai stata una reale necessità. Sono semplicemente stati creati in vitro nuovi bisogni, per alimentare il Marcato del Superfluo, per far sentire la gente mai appagata e indurre comportamenti ansiogeni. Invece di agire in modo da rendere la mente coesa, la nuova economia virtuale agisce in modo da disarticolare l’Io e la Coscienza individuali, in modo tale che la Massa possa e debba cercare un punto di coesione interna in qualcosa che è al di fuori di Sé, ovvero, nella tecnologia, nei consumi, nel Mercato del Superfluo. Spendendo soldi. Nessuno aveva chiesto treni che andassero a 400 kilometri orari. Non ce ne era alcun bisogno. Io sono nato in un’epoca in cui l’economia e la produzione erano reali, e i treni andavano a 80 all’ora, e tutto funzionava alla perfezione. Siamo invece approdati in un mondo iper tecnologico, con un’economia ridotta allo sfascio e una politica e una vita sociale agonizzanti. Un nesso, evidentemente, c’è. Credo di poter dire che la ragione di ciò sia stato l’aver barattato la Cultura coi Consumi. L’ambito in cui agivano e interagivano le persone nella mia epoca, era quello di un Noi condiviso, di una scena condivisibile, mentre oggi la scena – come il ristretto palco per un ristretto numero di attori – è verticalmente assoggettata alle logiche dei like, all’allargarsi della sfera privata su quella pubblica, all’irraggiungibilità del singolo, e alla sua raggiungibilità solo attraverso una élitiaria via d’accesso tecnologica e tecnocratica. L’algoritmo ha preso il posto dei maestri e delle guide spirituali di un tempo. L’influencer – privo di alcuna capacità e professionalità acquisite con processi di formazione seria – si spaccia per informatore, ed egli è diventato il medium fra l’Io e il Mondo. E’ con un senso di leggera apprensione che, oggi, vado a trovare un editore, a Lecco. Ho il desiderio di parlare seriamente del destino dei libri, nella fattispecie di quelli di montagna, con un esperto e una persona a me affine, ma temo l’eventualità di potermi trovare di fronte all’ennesimo ignorante schiavo dell’algoritmo.

Non ve l’ho ancora detto, ma questo non è un libro come gli altri. Questo viaggio a Lecco è solo un pretesto narrativo. In verità, lo feci molti anni fa, e non con queste premesse. Ma avevo bisogno di un contenitore, in cui mettere il troppo materiale sparso di cui era composta la prima versione slegata e affastellata di questo mio “Heimat”. Così, mi debbo anche inventare ipotetici appunti che, durante il viaggio, vado scrivendo sul mio inseparabile block notes, in quanto la costruzione di questo libro lo necessita, fuor da ogni veritiero spirito di cronaca. Intanto, dentro di me, nel momento in cui scrivo questi appunti, ma anche mentre penso e guardo fuori dai finestrini appannati, c’è un mondo di ricordi e di letture, che si stende come una valle leggermente coperta dalla bruma, una veduta di pittura fiamminga nella quale il dettaglio dei personaggi, delle forme, della vegetazione e degli animali, è altrettanto presente quanto la sua evanescenza.

Breda – Sesto San Giovanni

 

Montagne, scalate fatte e sognate, donne, viaggi, amicizie di cui mi rimane il suono di una voce, o una frase sentita, sono dentro di me, ma Dentro e Fuori sono distinzioni che, nel Processo Primario, non hanno ragion d’essere. E qui, siamo nel Sogno. Nel sogno di una Heimat. I passi si inoltrano in viali collinosi, oltre le cancellate ci sono giardini ombrosi e i cipressi orlano i viottoli di campagna, una nebbia azzurrina galleggia sui covoni di fieno e sulle basse sterpaglie, un odore di legna bruciata, di foglie secche, di castagne, è nell’aria. Non vedo con chiarezza tutta la vallata, il suo fondo non lo scorgo che in una lontananza azzurrina e crepuscolare, dove un’ultima striscia di rosso parla di un giorno che finisce. Eppure, così vivido, in un tunnel ottico di una chiarezza, una lucentezza quasi irreale. Poi vedo palazzi e tangenziali, capannoni e vecchie fabbriche, vedo un pomeriggio di pioggia a Sesto San Giovanni, vecchia città operaia alle porte di Milano, e vedo il cancello della Breda ormai abbandonato…

Montevecchia – alle spalle il Resegone

 

Il treno parte dalla Stazione di Porta Garibaldi. Nel vagone semi vuoto siedono gruppetti di scolare di ritorno da scuola. Davanti a me una quattordicenne, col suo zainetto tutto colorato e pasticciato a pennarello. Scenderà a una fermata tra Sesto e Monza? Non socializza con le altre ragazzine, pare riflessiva. Ricordo i miei anni di scuola, anch’io col mio zainetto e la mia solitudine, una grande solitudine, la stessa che vedo in fondo allo sguardo di questa scolara. Un’età difficile. A quei tempi, non pensavo a trovare una Heimat, già l’avevo, era sulle mie montagne, nel lecchese, e oltre, in Valtellina. Milano non è mai stata una Heimat per me, né quando andavo in montagna, né quando andavo a Venezia. Lo è divenuta in ultimo, di recente, con Silvia, la mia compagna, e Pepe, la mia cagnolina. Una Heimat che ho trovato, o creduto di trovare, prima in montagna, poi a Venezia, e poi smarrito. Che non so se ritroverò mai. Forse ora l’ho ritrovata, è qui, sotto questo cielo lombardo, già amato da uno dei miei scrittori preferiti dell’età matura, Giovanni Testori. Per lunghi anni, avrei disertato le mie origini, anche a livello letterario, e avrei cercato a Est i miei Maestri. Ma ora, sono tornato, al di qua dell’Adda. Varcavo, in treno, quel confine, per dirigermi a Est, alla ricerca di una dimensione che fosse prima di tutto estetica. Cosa ha significato, per me, Venezia? Scoprivo le sue pietre bianche, con ancora nel corpo l’energia delle scalate e negli occhi i precipizi di pareti e ghiacciai. Stavo ri-tarando la mia percezione, in una orizzontalità che andavo riscoprendo non del tutto spiacevole, e piena di altre emozioni, come l’amore di una donna, il piacere delle sigarette e delle prime bevute, l’arte vista in chiese e musei, il sole che riscalda il corpo nei suoi momenti di riposo, una semplice passeggiata, scattare una fotografia, entrare in un bacaro e bere un calice di vino, parlare con una persona, gioie terrene di una vita in orizzontale, che non conoscevo. Tuttavia andavo scoprendo Nietzsche, e allora, ci penso ancora, e non so darmi una risposta precisa di cosa abbia rappresentato per me Venezia, forse era la rappresentazione del mito niciano.

 

Chiesa di San Stae – Venezia

Dopo 5 anni di Istituto Tecnico che furono una vera prigionia, una sorta di inferno, mi trovavo circondato da così tanta bellezza. Avevo vissuto, pochi mesi prima, il superamento dell’Esame di Maturità come una liberazione da una sorta di tirannide, di segregazione. Mi tuffai nelle bellezze di quella città, con la totalità che un diciannovenne può metterci. Ma mi ero lasciato dietro le montagne, e sapevo che non le avrei mai più scalate. Una gelida notte di novembre, mi misi a scalare il bugnato umido e scivoloso di un palazzo che cadeva a picco sul Canal Grande, sotto gli sguardi atterriti dei miei amici, e di C***. Se cadevo in acqua, tutto vestito e con le scarpe pesanti ai piedi, era morte certa. Feci questa cosa, che ora ricordo con un misto di vergogna, e senso di scampato pericolo retrospettivo. C*** viveva in un appartamento in condivisione in Fondamenta Contarini, accanto alla Madonna dell’Orto, in Cannaregio. Davanti al suo portone, oltre l’acqua del canale, si vedevano i due bassorilievi a forma di cammello, che decoravano la facciata di Palazzo Mastelli, detto anche “dei cammelli”. L’avrei ritrovata, molti, ma molti anni dopo, in una delle storie illustrate da Hugo Pratt, con immensa gioia, e l’amico che mi regalò quel libro, Paolo – un medico che conobbi in Corsia quando studiavo Riabilitazione – credo mi abbia voluto fare quel regalo sapendo quanto fossi legato a Venezia e al Cannaregio. C*** mi fece amare l’architettura e le arti figurative, impartendomi, davanti al Redentore, le prime lezioni sulla Prospettiva. Non scorderò mai una mostra cui lei volle condurmi, a San Stae, su Chagall, e una su Le Corbusier al Museo Correr, dove, per la prima volta, vidi il suo “Modulor”:

Il Modulor è una scala di proporzioni basate sulle misure dell’uomo inventata dal famoso architetto svizzero-francese Le Corbusier come linea guida di un’architettura a misura d’uomo. (Wikipedia)

Con gli anni, imparai a demitizzare Le Corbusier, sino ad arrivare quasi a odiarlo, per le implicazioni sociali che la sua architettura ebbe nel concorrere a creare l’edilizia popolare nelle sue forme più estreme e disumane. Ma a quei tempi rimasi soprattutto colpito dai suoi lavori a tempera, disegni e dipinti di forme astratte, linee curve e cubiformi che si inseguivano in due o tre cromatismi su campiture smussate e uniformi, molto vive e poetiche, da restarne avvinto, e desiderare di dipingere come lui.

Le CorbusierDeux femmes nues sur la plage, 7 août 1955Pastel lavé, encre et mine de plomb sur papier, Dim: 20,5×26,8 cm

Insieme alla pittura, all’andar per chiese e palazzi, a Venezia coltivavo le mie letture, in vista dell’Esame di Filosofia Morale, che avrei dato a Giugno dell’Anno seguente col Professor Franco Fergnani.

Giuseppe D’Ambrosio e Franco Fergnani

 

Non mi limitavo a leggere i testi assegnati per l’esame, ma cercavo letture collaterali, e nelle librerie di Venezia trovai dei vecchi testi di Nietzsche e alcune cose, forse un po’ fuorvianti e culturalmente “devianti”, di Strindberg e dei Poeti Maledetti francesi. Mi immergevo nell’800 letterario, trovandovi risonanza nell’antichità e nell’architettura di questa città, quasi in una forma un po’ allucinata di vita sognante, ad occhi aperti. Mi stavo sempre più disadattando alla vita calata nel mio tempo, e inseguivo un sogno estetico che presto si tramutò in nevrosi. Ma ci volle ancora un po’ di tempo. Il segno iniziale di ciò, però, stava in quel taglio di capelli da Legionario Fiumano, mediato da uno dei miei più adorati Maestri, Giovanni Comisso, che Nico Naldini, una volta che lo andai a trovare a Treviso in Vicolo Avogari, definì “eccessivamente oltranzista”. Naldini era impegnato a scrivere forse la sua Vita di Pier Paolo Pasolini, e nelle pause di lavoro mi dava un po’ retta, mentre io sognavo di diventare scrittore. In casa sua, credo di ricordare vi fosse un disegno eseguito da Giovanni Comisso, incorniciato sulla parete sopra il divanetto, e io non finivo di fissarlo. Per me, nulla esiste fuori dalla Letteratura. Non solo per me la Letteratura è tutto, ma è Il Tutto. Nulla esiste fuori dalla Letteratura, perché tutto quello che vedo, che tocco, che vivo, è in potenza Letteratura. Il Vivente è Letteratura, in quanto ogni esperienza, ogni momento, per me sono come ipotecati, e la cambiale aspetta di essere spesa, la cambiale è La Pagina da scrivere. Che deve-essere-scritta. La-pagina-da-scrivere è sempre una festa, un accadimento sopra le righe, un party balneare pieno di gioia. Non c’è pagina ancora da scrivere che sia qualcosa di triste. I problemi, vengono dopo, solo dopo averla scritta: ripensamenti, tagli, dubbi, indecisioni, depressione. Ma prima, è sempre l’attesa magica di qualcosa di bello, bellissimo. Se dovessi descrivere la mia Vita, essa è una pagina scritta. Non ho mai veramente vissuto al di fuori di quello che ho scritto e scrivo. Non sono mai riuscito a vivere la vita in maniera distaccata dalla scrittura. Se sto vivendo una qualsiasi esperienza, sto già pensando a come poterla scrivere. Mentre la vivo, penso già alle parole migliori per renderla sulla carta. E’ una forma di ossessione, di super-controllo sulle cose. Forse, racchiude la volontà di non farmi travolgere dagli eventi, garantendomi sempre un’uscita di sicurezza: la-pagina-da-scrivere. Non ho mai pensato alla Morte con l’insistenza con cui la penso in questi ultimi anni. Malgrado quando, da ragazzo, facevo alpinismo, vi andassi praticamente a braccetto ad ogni salita, non la pensavo, né la temevo, come la penso e la temo ora. Da giovane vivevo nell’immaginaria protezione di una bolla infrangibile, che incidenti e malattie tenevano alla larga da me e dai miei cari. Ma era ovviamente un’illusione onnipotente e incosciente. Mi sento, ora, molto più fragile, molto più aggredibile, e mi sto attaccando al mio lavoro di scrittore con tante, in passato impensabili, idee, con tanti progetti, che non so se avrò tempo e forze da realizzare nella loro totalità. L’unica maniera di non pensare alla Morte è avere dei progetti. Tanti, se possibile.

Julien Green, col suo poema in prosa “Parigi”, è l’esempio di ciò che io intendo per volontà di scrivere. In esso, non c’è trama, non c’è storia, ma solo scrittura, la pagina vive di sé medesima, si auto sostiene attraverso una prosa praticamente perfetta. La dimensione estetica che vivevo allora a Venezia, trovava una eco letteraria e filosofica nelle pagine di Søren Kierkegaard, che mi stava determinando verso una scrittura in cui io ricercavo e avrei sempre ricercato un ideale di bellezza. Se da una parte c’era la vita, con le sue scelte non scelte, i suoi aut aut, cui io mi sottraevo puntualmente nella vana ricerca di una felicità del tutto sensoriale, dall’altra c’era la scrittura, la mia vera, unica scelta, direi: mia moglie, quella moglie che, nella vita reale, non ho mai voluto prendere, cui mi volli sempre negare e sottrarre, per non inficiare il mio legame assoluto con la Scrittura. La prosa perfetta di Julien Green era ai miei occhi quanto di più sublime vi fosse, perché non era deturpata da alcuna trama, era estetica allo stato puro, art-pour-l’art, la trama avrebbe, al contrario, inserito un elemento di ordine etico, come il testo in una musica, mentre quella era – come direbbe Kierkegaard – musicalità senza testo, estetica all’ennesima potenza. Era come se lo scrittore avesse voluto far vivere la sua scrittura libera da ogni legame, non avesse voluto vincolarla e legarla a una qualsivoglia trama, che ne avrebbe fatto decadere a rango di scrittura etica, e quindi a condizione matrimoniale, la sua perfetta prosa da dandy. Il dandy… a Venezia mi atteggiavo a quel tipo di persona, vestivo in maniera impeccabile, parlavo in maniera forbita, incantavo l’uditorio…

 

eppure, ero appena uscito dall’Istituto Tecnico, e sino all’anno prima avevo passato il mio tempo a scalare dure montagne. Di dove mi veniva quella eterea qualità? Erano bastate quelle poche letture che avevo fatto, le mostre appena viste con C***, quell’improvviso ma al tempo stesso ancora così breve bagno nelle bellezze della Laguna? Io, che mai avevo frequentato delle donne, avendo passato gli ultimi – i più importanti nello sviluppo di un individuo – 5 anni in un Itis, riuscivo ad incantare l’uditorio femminile; ora mi domando: come diavolo facevo? Oggi, non ne sarei più capace…

Michel Petrucciani

 

la pianura lombarda a Nord di Milano scorre lenta, e il pianoforte di Michel Petrucciani ascoltato ieri sera puntualizza con le sue note allegro-tristi l’allegro-tristezza-gioiosa di quella cena a base di merluzzo in padella, con burro e peperoncino piccante, e un goccio di vino rosso, mentre Pepe mangiava in mia compagnia, una serata a dir poco perfetta, in cui una volta di più vivevo questa mia Heimat ritrovata, una sorta di gioia-triste che mi univa e unisce al Creato, la ritrovata coesione del mio Essere, quella che Julius Evola avrebbe chiamato “autorealizzazione” o “cavalacare la tigre”. Qualcosa mi ha salvato, mi ha tratto fuori da quella discesa infernale. Forse la lettura di Julius Evola, a lui, al Maestro, devo quello che ora sono, un uomo finalmente realizzato. Ho capito che le cose bisogna-lasciarle-andare. Non attaccarsi, alle cose. Se se ne vanno, c’è anche il momento in cui torneranno. Non è una certezza, ma una speranza. Intanto, lasciarle andare, è la ricetta contro ogni forma di violenza, di assassinio, di Morte dell’Anima, di depressione-e-disperazione. Dobbiamo sapere una volta per tutte che Noi-non-possediamo-nulla. Tutto-ci-è-dato-in-via-provvisoria, e qui, la Nostra Vita, è un debito. Che dobbiamo in qualche maniera estinguere, magari iniziando a comportarci bene. Ad amare. A comprendere. A compatire.

Pepe

 

La mia Heimat ora è Pepe, la mia cagnolina. Le carezzo la testa e lei tende le zampine. Le ha lunghe e sottili, bianche ed eleganti come quelle di un trampoliere. Quando si stira, le tira in vanati tutte e quattro, il busto le si appallottola, si incurva. Pare una danzatrice che esegua un numero coricata. Poi, sbadiglia, spalanca la bocca dalle mandibole sottili e ben disegnate, mostra le due file di denti aguzzi, la lingua balugina un istante come un serpentello, e lei emette un <Iuu!> di una dolcezza che lascia senza fiato. Lei, coi suoi occhi profondi e scuri che ti fissano in silenzio, che paiono capire tutto, è la mia nuova Heimat. Lei è Pepe, in due mesi è divenuta la mia nuova grande amica. Ci facciamo delle lunghe dormite sul divano. Nel mezzo della notte, quando mi sveglio da un sogno complicato, avverto il suo respiro a dieci centimetri dalla mia faccia. Avverto il suo odore che è un profumo, sa di cucciolo. Avverto i suoi lievi sospiri e stridori che sibilano all’altezza della sua gola, nel sonno, un profondo e solido, caldo sonno di cucciolo. Mi dà forza, fiducia nell’affrontare la notte, nel considerare le mie paure che, di colpo, divengono più lievi, si smorzano. Le poso una mano sulla pancia, allora lei di colpo apre gli occhi e solleva la testa, e fa quello sbadiglio magnifico: <Iuu!> per poi stirare le zampine, e attendere di capire se io mi stia alzando, il che significherebbe alzarsi anche per lei, e seguirmi, o mi stia per ricoricare, il che significa continuare a dormire anche per lei. Decido di alzarmi, di andare il cucina a bere una boccetta di fermenti lattici alla frutta, buonissimi nel cuore della notte. Allora, Pepe si alza sulle zampe, e mi osserva. Fa uno scattino in avanti, indecisa, e agita la coda, mentre il suo musino ancora assonnato mi fissa e freme: <Vieni Pepe!> Allora scatta giù dal divano, mi sembra di udire la sua voce dire <Che bello essere qui con te!>, e mi segue zampettante in cucina. Dove si guadagna un mezzo biscotto. Una volta, tempo fa, si è tirata giù dal divano senza essersi del tutto svegliata, ed è ripiombata indietro sul sedere. Ha quindi continuato a camminare sino alla cucina tirandosi con le zampe anteriori, facendo strisciare il sedere sul pavimento. Una scena di una tenerezza infinita. E mi viene in mente il “Disordine e dolore precoce” di Thomas Mann, la cui lettura si ripete oggi a distanza di tanti anni, e in cui mi ritrovo, ritrovo il Me di tanti anni fa, intatto, come davanti ai miei occhi, allo specchio, e non invecchiato. Il Me passato attraverso tutte le sofferenze e le disfatte, ma giunto intatto all’Oggi. Il Me che ancora andava a Venezia, che cercava tra quelle pietre lagunari una traccia di romanticismo sopravvissuto, e tra le letture di Mann e Goethe stava costruendo il proprio divenire, e stava scegliendo il taglio dei suoi capelli e dei suoi vestiti.

 

Goethe – Faust

Odore di festa, festa da ballo, ansie conservatrici e crisi, cosa mi resta di quella lettura, se non l’anelito alla riconquista di una stabilità perduta, o che si percepisce in pericolo? Ora non ho più nulla da temere, il peggio è passato, ma l’Italia non se la passa molto bene. Cosa si può e si deve fare? Questa sera stavo scrivendo queste pagine. Pepe è stata tutto il tempo sul divano a sonnecchiare. Di tanto in tanto facevo due metri, e andavo da lei per darle un paio di carezze. Lei stirava le zampe, sbadigliava. A mezzanotte le ho dato la sua quarta razione di cibo giornaliera. Mentre lei mangiava in un angolo del soggiorno, ben riparato e pulito, io, in cucina, seduto sul pavimento, stavo armeggiando con alcuni attrezzi. All’improvviso, ho sentito la lingua e i baffettini di Pepe sulla mia faccia: mi sono ritrovato coperto da una raffica turbinante di leccatine e di abbracci che mi dava con le sue zampe. Ho pensato che anche Pepe avesse dei sentimenti di gratitudine e di contentezza, e che in quel momento me li stesse esprimendo. La presi in braccio, e la ricoprii a mia volta di bacetti. Poi, lasciata giù, non fu minimamente appiccicosa: è andata a cercarsi il suo osso, e con quest’ultimo è tornata sul divano. Mentre io sono tornato qui al PC. Le Montagne mi accompagnano da una vita, da sempre. Non c’è sera che i miei pensieri non vadano ad esse. L’anno scorso scrissi al sito ufficiale della Val Bregaglia, per chiedere se avessero qualche notizia della Via Giovanoli al Pizzo Balzetto. Nessuno ne sapeva niente. L’impresa che feci col Dante Porta è sempre stata avvolta dal mistero anche ai miei stessi occhi. Settembre è il mese che amo di più. Negli ultimi anni le estati si sono fatte così inospitali, che l’arrivo dell’autunno per me equivale a una liberazione, e a una rinascita. Ho sempre applicato anche alla mia vita il calendario scolastico, per cui, per me, le scadenze annuali iniziano a decorrere da questo mese. A settembre tutto inizia, ovvero, tutto ricomincia, sempre con una nuova speranza, un rinnovato entusiasmo. A settembre mi aspetto sempre grandi cose, grandi cambiamenti in meglio, che spesso non si avverano, ma mi fanno vivere questo mese con magia unica.

Ma anche quest’anno siamo arrivati a Ottobre, e Pepe è cresciuta. Facciamo lunghe passeggiate in giro per Milano. Se la Heimat è il luogo dove si parla la lingua del cuore, Pepe e la sua bellissima camminata sono per me una nuova Heimat. Dopo anni difficili, dopo avere attraversato luoghi oscuri dell’Anima, mi sento rinato, guardo nuovamente il Cielo e, se abbasso gli occhi, vedo Pepe che mi trotterella accanto, stando al mio passo, come una compagna, una grande fedele amica che non mi sta dietro, né davanti, ma cammina con me, vive la città con me, e io con lei. La musica che descrive il mio sentimento per Pepe potrebbe essere un’antica ballata celtica, il racconto, una delle fiabe irlandesi di William Butler Yeats. Provo un sentimento protettivo per lei, ma al tempo stesso è lei a darmi una nuova, segreta, inaspettata forza. In due, penso, siamo forti, e nulla può farci del male. Ma è anche tanto piccola, che questo sentimento so essere del tutto irrazionale. Bello, proprio per questo. Quello che mi resta difficile da descrivere, è la radice e la natura di questo attaccamento. Provo per Pepe una dipendenza simile a quella che lei prova per me. Il sentimento è reciproco. Ora non mi è facile pensare a un distacco da lei. E se lo penso, lo penso in una chiave del tutto tragica. Lo stesso sentimento che mi lega alla mia compagna, Silvia, che di Pepe è la comproprietaria insieme a me, entrambi l’abbiamo voluta non appena l’abbiamo vista. Silvia è la vera compagna di giochi di Pepe, con lei Pepe si scatena nel vero senso della parola, non appena la vede, le corre incontro, le salta sino alla faccia e la copre di leccate, le si insinua dietro il collo e le sale sulle spalle, sempre circondandola di un vortice pazzesco di leccatine super accelerate, poi inizia a morderle le scarpe, a slacciarle le stringhe, non la lascia in pace un momento. Se io e Silvia ci diamo un bacio, lei si tuffa in mezzo a noi due, e pretende la sua parte.

 

William Butler Yeats

 

Cose in parte pensate, in parte scritte, ma più che altro pensate, mentre il treno guadagna le periferie, e si dirige verso Sesto. Mi chiedo come sarà l’accoglienza di quell’editore. Dopo molti anni rivedrò la città di Lecco. Cosa starà facendo Dante? Andrà ancora sul parapendio? Forse amo di più adesso questa tratta ferroviaria, che non quando ero giovane e scalavo. Ora, apprezzo molto di più le cose, anche quelle apparentemente anonime, cui un tempo non davo troppa importanza. E’ dovuto a quel ridestato legame con la Morte, che mi fa sentire fragile, provvisorio, ad avermi dato un rinnovato, più profondo e maturo, attaccamento alle cose. Tuttavia, le lasci anche andare, attaccamento sì, ma anche il giusto distacco. Non è così con Silvia e con Pepe, a loro sono attaccatissimo, e guai solo a pensare a una loro possibile perdita.

Il traballante Locale delle Ferrovie Nord ferma a Greco-Pirelli. Una breve sosta silenziosa, in cui non sale e non scende nessuno. Il mio vagone, dai vetri appannati per la condensa di questa giornata piovosa, è pieno di studentesse, con le cartelle da disegno e le lunghe righe di plastica che ne escono dai bordi. Hanno fisici paffuti e i movimenti sono impacciati, a metà strada tra quelli di una bambina e quelli di una donna. Le tute da ginnastica, a scuola dovevano avere educazione fisica, rivelano già le forme adulte che stanno per prorompere, ma poi le guardi in viso, e vedi, mentre sorridono, gli apparecchietti correttivi, e quelle espressioni bambine, che denunciano la loro vera età. Di maschi due o tre, seduti tra di loro, silenziosi, torvi, schiacciati dall’irruenza invasiva delle femmine, mentre le ragazze fanno gruppo, e un casino infernale. Mi viene quasi del buon umore, a stare in questo vagone, ed è un sentimento per me molto raro. Greco-Pirelli presenta tracce di vecchia archeologia industriale, ciminiere che sono resistite alla dismissione delle fabbriche. Fuori da questa stazione di periferia, giù per quelle strade, c’era un locale di Rockettari di Destra che, una sera, si rifiutarono di mettere una canzone di Freddie Mercury, in quanto omosessuale. Nel vederli nelle loro tenute e pose mache, poco si distinguevano anch’essi dai dei machi omosessuali, ma la loro profonda ignoranza li preservava dall’avere quello sguardo su sé medesimi. Ho sempre considerato quel tipo di ignoranza qualcosa che attiene specificatamente alla radice malevola dell’essere umano. Alla sua capacità e possibilità di compiere delle malvagità. Se guardo verso le linee ondulate della bergamasca, ho un ricordo di dieci anni fa, un ricordo di valli tinte dai colori dell’autunno. Ancora una volta mi ritrovo a parlare di montagne, e di settori a Nord di Milano, è così per me, il Nord è un grande richiamo, come pure l’Est delle mie lontane origini forse balcaniche. Si passava a Nord anche in altre escursioni limitrofe alla città… Il Mercatino di Bollate nelle fredde albe autunnali, la pioggia cadeva sui teloni delle bancarelle, e l’amicizia che mi univa a Roberto era questa sensazione giovane, incosciente, di avere davanti tutta la vita, una vita di letture e di viaggi che cominciavano spesso sulle bancarelle, meta dei nostri sabati mattina. Si passava da Roserio, dove la città finiva, luogo di memorie letterarie della mia maturità, Giovanni Testori aveva celebrato in pagine memorabili questo settore cittadino, e lo avrei scoperto molti, ma molti anni dopo. Il suo poema su Maria ricordo di averlo comprato a Bollate in una di quelle lontane mattine di Ottobre, e l’ho letto solo di recente. Compravo libri che sapevo non avrei letto subito, era per me come mettere le scorte di fieno in cascina, per i mesi freddi, per gli anni di carestia. La carestia è arrivata, lo scempio umano, la catastrofe antropologica di questi ultimi anni lo dice chiaramente. Non andavo più a Venezia da alcuni anni, e in quel periodo lessi “Il campiello sommerso” di Nantas Salvalaggio, un libro diverso dai soliti che leggevo sulla mia amata città, dal taglio cronachistico, freddo, lucido, cinico, una Venezia ad altezza sguardo, non scenografica, non in technicolor, una Venezia più socialmente disagiata, che esteticamente decantata. Allora, faccio ancora scorrere lo sguardo sugli scaffali delle mie librerie, e vado alla ricerca di un libro ancora mai letto, un libro comprato nei miei anni giovanili, di quando mettevo il fieno in cascina. E Roberto era l’amico che come me amava i libri. E i viaggi. Ma ritrovo “Il male oscuro” di Giuseppe Berto, quell’interminabile flusso di coscienza, che inizia nell’orto del padre ex carabiniere a Mogliano Veneto, e finisce, se ben ricordo, fra le terrazze di Roma, un de profundis moderno che parla di nevrosi, di cinema, di ragazze, sul lettino di uno psicoanalista. Berto lo avrei scoperto prima, in quanto Autore di “Anonimo Veneziano”, che parla, con una sorta di linguaggio da pamphlet, di come la vita a volte ci cambi coi suoi inevitabili compromessi, e di come la ricerca della gloria ci faccia superare la Morte. Come la mia natura si specchiava nella laguna, nel romanzo di Giuseppe Berto la prossima morte del protagonista si specchiava in una Venezia novembrina e morente. Fu fortissimo, su di me, l’effetto di tale lettura. Delle mattine passate a Bollate, ho un ricordo di pioggia, foschia, freddo umido che ti entrava nelle ossa. Quando ti sporgevi su una bancarella a visionare un libro, facilmente dal telone soprastante, l’acqua piovana, scolando a terra, ti si infilava sotto il collo della camicia, e ti scendeva sulla schiena. Era immersi in un odore di foglie bagnate che si passava da una bancarella all’altra, e intanto si osservavano anche i mobili di antiquariato, i cassoni decorati all’inglese, le vecchie madie restaurate, tavolini circolari e rettangolari, abat-jour e murrine veneziane, gocce di vetro sulle quali la pioggia creava una pellicola di altre gocce d’acqua. A proposito di questo elemento, Graham Swift mi regalò una lettura che dell’acqua aveva fatto un omaggio, libro ambientato in una zona paludosa, carico di accecanti gelosie e acquatiche tragedie. Stavo riscoprendo la vita milanese, ero impegnato nello studio della Riabilitazione al Policlinico, dopo aver abbandonato Filosofia. Respiravo per la prima volta l’odore delle corsie ospedaliere, con quel misto di apprensione e di controllo sulla situazione, che nella mia condizione di studente potevo permettermi, senza provare eccessive paure. L’ansia del conoscere e dell’apprendere mi portava a leggere molti libri di Clinica psichiatrica, e di psicodinamica applicata alla psichiatria. Ma stavo partendo col piede sbagliato, con un Corso triennale che non mi avrebbe mai dato reali chances lavorative, e presto me ne avvidi, perdendovi la passione iniziale. La passione per lo studio della psiche, però, non l’avrei mai persa. Avrei dismesso quella professione senza prospettive, ma avrei continuato a studiarne le materie in maniera del tutto libera. Non potevo abbandonare quelle letture che tanto avrebbero continuato ad influire sulla mia formazione umana, e di scrittore. Il mio fare scrittura si sarebbe da allora e per sempre nutrito anche di psichiatria, psicoanalisi, fenomenologia, un coacervo di conoscenze che avrebbero generato il mio tipo di scrittura, il mio stesso modo di pensare e di stare al mondo. Ma poi vennero altre albe, altre persone a riempire la mia esistenza, a volte anche a turbarla. Con V*** andai nelle valli bergamasche, dove i suoi genitori avevano una casetta. Non furono bei giorni, si litigava, anche in maniera molto accesa, ma ricordo una mattina di sole a Lizzola, sotto l’immensa parete del Pizzo Coca, il re delle Orobie, coi suoi 3050 metri d’altezza. La montagna mi guardava da dietro le nuvole, che la nascondevano e a tratti la rivelavano se il vento le spazzava via. La fissavo con un misto di nostalgica voglia di conquista, e quella strana forma di rassegnazione che interviene in età matura, quando non si hanno più le forze degli anni giovanili. Dal versante opposto, l’avevo salita quasi esattamente 26 anni prima. V*** se ne era andata a camminare su un prato lontano, non volendomi parlare. Allora, con un cappuccino schiumoso e il mio inseparabile pacchetto di sigarette (allora fumavo ancora) io parlavo con la montagna. Dicevo alla montagna che salirla era meno rischioso che avere a che fare con una donna. Potevi precipitare giù da una parete, o da un canalone, ma con una donna con cui non vai d’accordo, devi affrontare altre – forse più temibili – verticalità. Il senso di vuoto che hai dopo un litigio feroce, con una donna che non conosci molto bene, e con la quale devi passare altri due giorni in una frazione di montagna, in cui sei bloccato in quanto la macchina è sua, e non ci sono mezzi pubblici che possano riportarti a valle, è qualcosa di molto vicino al vuoto che avverti in parete: devi mettere mani e piedi sempre su appoggi saldi, o precipiti. V*** non amava essere contraddetta, e ciò la avvicinava a certi personaggi psicopatici visti nei film o letti nei thriller americani. Tuttavia, di quella mattina a Lizzola, sotto l’immensa parete del Pizzo Coca, conservo ancora un ricordo di grande poesia. Leggevo Testori, in quei giorni, e ne stavo preparando le letture per una Associazione. Scrivevo: E’ una lettura ostica, affascinante, dura. Non ci troviamo di fronte a un’Opera di facile lettura, ma a una narrazione magmatica, alla fucina creativa dello scrittore che non ha voluto mettere distanza fra sé e la pagina. Al contrario, ha voluto riversare su di essa la massa magmatica, ancora intatta nella sua forma caotica, dei propri pensieri. Opera ardua, a scriversi e a leggersi. Ne “Il Dio di Roserio” si possono cogliere degli aspetti narrativi che riportano al concetto di velocità. Gli Anni in cui si colloca questa narrazione sono quelli del dopoguerra, del rilancio economico, della scoperta dell’automobile e di altri oggetti tecnologici, come il frigorifero e la televisione, quali beni della classe media e della piccola borghesia italiana. L’amore di Testori per la grande città, e per Milano in particolare, si esprime anche in una ricerca della scrittura, della narrazione, volta a ricreare sulla pagina quel senso di novità, di velocità, di spregiudicatezza che il boom economico avrebbe presto portato con sé nella Nazione. Milano, il traffico, le fabbriche, la fatica, l’energia di un popolo di lavoratori che sudano, che bruciano energie, che iniziano a consumare, a spendere, a far crescere il benessere, credo si ritrovino anche in queste pagine, dove i due ciclisti impegnati nella gara ben esprimono, con il loro slancio in avanti, lo stesso slancio economico e industriale dell’Italia di quegli Anni. I ciclisti gareggiano, pregustano il premio finale, sfidano la vita la morte e la fatica, e in questo c’è la stessa fatica e lo stesso slancio di una Nazione che produce beni di consumo e ambisce al benessere dei suoi singoli individui. Testori ci ha regalato con “Il Dio di Roserio” pagine di grande umanità, intessute di fatica che, credo, sia stata la sua stessa titanica fatica nello scrivere un libro simile. C’è la parabola della vita, della vittoria e della sconfitta, e la carnalità del dolore, di quel dolore che si fa prima fisico, poi morale, esistenziale. Non era estraneo Testori a questi sentimenti. Egli non era un uomo tiepido. L’ombra della Morte, in questo libro, incombe sul boom economico, sull’ottimismo di una classe di piccoli borghesi che gareggiano contro se stessi, ma Testori ci/li mette in guardia, lanciando il monito di una visione che si fa pessimistica e tragica.

… ora ricordo… scrissi parte di questo brano, a mano, su un quaderno, proprio quella mattina a Lizzola, dalla panca in legno di un bar silenzioso, sotto la parete del Pizzo Coca. Mi avviavo, allora, verso settori della Letteratura che ancora non conoscevo, e consideravo impervi. Insieme a Testori, andavo scoprendo Philip K. Dick. La letteratura Avant Pop mi affascinò per un breve periodo, poi ne compresi l’afflato modistico, e la misi da parte. Tornai a scorrere con lo sguardo le mie librerie, alla ricerca di Volumi ancora mai letti. Mi imbattei ne “La voce delle onde” di Mishima. Taluni lo considerano il Thomas Mann d’Oriente, e a ragione. Ma perché non dire che Thomas Mann fu il Mishima d’Occidente? Forse per la prerogativa di Noi occidentali di considerarci sempre i primi in tutto. Non è senza nostalgia che ripenso a quella fase della mia vita che era a cavallo tra l’adolescenza e la maturità. Mi trovavo ancora lontano dalle zone d’ombra del pensiero che riflette su se stesso. Ero incline a considerare la Letteratura in maniera del tutto positiva e realistica. Non operavo ancora le sottrazioni che ho imparato ad operare col tempo. Il segno meno ancora non lo contemplavo. E la negatività del pensiero, quel pensiero che va più per negazioni che per affermazioni, era un retaggio di filosofi come Nietzsche e Schopenhauer che avevo pur letto, ma restavano lì, al loro posto, sulla carta, senza realmente influire sulla matrice profonda dei miei calcoli, accettandone razionalmente gli assunti, anche entusiasticamente, ma col cervello soltanto, e non col cuore e con la carne. Il pensiero, infatti, per diventare profondo e autenticamente tuo, deve incarnarsi e produrre quei sanguinamenti nella tua psiche, che unicamente attestano che stai veramente pensando; sennò, mastichi solo il pensiero degli altri. Mentre la vita diurna compiva il suo corso, di notte le visioni si moltiplicavano all’infinito in una prospettiva che, da onirica, invadeva il campo dell’esistenza. Non che confondessi il sogno con la realtà, ma davo molto peso ai sogni e alla loro interpretazione. Sognai, una volta, i miei genitori molto giovani. A Venezia, una Venezia però cementificata e inurbata nella metropoli, tanto che vi erano macchine che vi circolavano come in una qualsiasi altra grande città, vi era il negozio di un vecchio ebreo, un uomo con la barba nera e appuntita, e due occhi profondi e cinerei, da farlo rassomigliare a una figura mephistophelica. Il negozio poteva trovarsi nel Setriere di Santa Croce che, nella realtà, è quello che collega la città alla terraferma, e presenta una commistione di strade cittadine e canali, dove si possono spesso vedere le macchine parcheggiate sulla strada, accanto a un canale con le barche ormeggiate. Sognai più di una volta Venezia in quella veste. Andai con una borsa di cuoio dal vecchio commerciante, regalo dei miei genitori, e questi mi disse che avrei dovuto portargliela piena. Piena, non so più di cosa. Mia madre mi guardava con un misto di stupore e commiserazione. Mi svegliai da quel sogno, turbato più dall’aver visto Venezia in quelle condizioni, che per il restante aspetto del sogno. Ma questo sogno avvenne molti, ma molti anni dopo. C’era già Pepe nella mia vita. Con Pepe stavo facendo alcune importanti scoperte. Con lei stavo scoprendo il valore dei gesti. Non sempre ho dato valore ai gesti, e alle cose. Mi rendo conto che, questo scritto, sta assumendo la forma di un bilancio esistenziale, dove incolpo al mio passato tante cose che, ora, non farei e non direi più. Spero non Vi sembri uno scritto forzatamente edificante, in cui io dica quanto sia diventato bravo e virtuoso… rispetto a un passato in cui non lo ero… I gesti sono l’ultima propaggine del Nostro corpo, quelle entità, o accadimenti, con cui Noi affidiamo al mondo esterno una parte di Noi, nelle quali Noi ci prolunghiamo, in cui il Nostro Io getta la sua ombra… Per questo motivo, andrebbero sempre pensati… Quando si ha a che fare con un cagnolino ancora cucciolo, ogni Nostro gesto deve assumere una consapevole valenza educativa. Quando ci dà fastidio, o ci morde, non basta scansarlo con un rimprovero, e chiudere così l’incidente. Bisogna concepire il Nostro gesto come gesto pensato per lui, in un momento totalmente dedicato a lui. Non importa se sul divano nel frattempo guardiamo la TV. Mentre lo carezziamo, dobbiamo capire come lo stiamo carezzando, e che effetto sta avendo su di lui. Solo così il Nostro gesto, consapevole e pensato e ripetuto nel tempo, può cambiare il comportamento del Nostro cagnolino. Anche uno psicoanalista sta attento all’effetto delle proprie parole e dei propri silenzi sul paziente. Con essi lo modella a favore di una sua emancipazione. Educare, esseri umani come cagnolini, significa soprattutto aiutarli ad emanciparsi. L’emancipazione giunge a compimento, quando l’essere in questione non soffre più di gravi dipendenze. Quando trova un baricentro all’interno di Sé, e questo gli permette di affrontare la vita con maggiore autonomia. La Nostra dipendenza dagli altri, e dal loro giudizio, non ci permette un agevole transito nelle affollate e tortuose corsie dell’esistenza. Rappresenta un fardello che ingombra i Nostri movimenti e impedisce i Nostri passi. Spero che il mio rapporto con Pepe e con Silvia possa evolvere, verso una mia minore dipendenza emotiva…

Il treno si inoltra verso le foschie a Nord di Milano, dove le ultime fabbriche e le rade propaggini della periferia lasciano il posto alle prime brughiere. Qui la campagna è ancora ibrida, un misto di abbandono post industriale e di realtà agricola sub urbana, con pezzi di rottami abbandonati spesso nei campi, e resti di edifici industriali. Sotto la leggera pioggia di questa giornata, la campagna rilascia vapori che galleggiano a qualche metro da terra, come scie di fumo bianco ed evanescente, o drappi chiari di una stoffa leggerissima che nascondono la vista delle cascine, dei piccoli boschi raccolti contro l’orizzonte, di un cavalcavia, di una roggia dai bordi fangosi. Tangenziali solcano la campagna a qualche metro da terra, macchine corrono in direzioni difficili da capire stando a bordo di questo treno, forse in direzione di Bergamo, o di Vimercate, Bellusco. La città è un ricordo di qualche minuto fa, ma un’altra popolosa città, Monza, sta per comparire oltre i finestrini appannati. Giuntovi, quando avevo 15 o 16 anni, e mi recavo a Lecco col mio zaino pieno di attrezzatura da montagna, fremevo nell’attesa delle prime ondulazioni in prossimità di Airuno.

Airuno

 

In anni recenti, sarei invece accorso a Monza a casa di M***, una dolce ragazza incontrata in Chat. Tante alterne vicende si snodano lungo questa ferrovia, vicende della mia vita. Con M*** fu breve, e si concluse con una insanabile incomprensione. Le montagne, mentre andavo da M*** a Monza, erano una linea ondulata lontana e azzurrina. Una macchia come di mare oscuro, in primo piano, dalla quale salivano le case della città, torri svettanti e ciminiere a segnare il confine cittadino, eco in filigrana di scene testoriane, Cinisello Balsamo, Viale Fulvio Testi presenta tre corsie che puntano dritte verso le montagne che, sotto una striscia di cielo limpido sormontata da una cupa coltre di nubi nerastre, spiccano in un campo di luce coi loro coni imbiancati e arrossati dal tramonto, tra due schiere di case popolari alte una decina di piani – poste come due barriere coralline che separavano la città da quella immensa laguna interna e popolosa che era Cinisello con le sue propaggini suburbiali della Taccona e di San Fruttuoso, fatta di brughiere infinite di sterpaglie e rottami, capannoni industriali in parte dismessi, parcheggi di immensi centri commerciali che indicavano la propria presenza con agghiaccianti insegne al neon algide e brillanti, villette e roulotte ammassate in spiazzi avulsi dal resto, circondati da snodi tangenziali e cavalcavia semi lunari – le montagne mi lanciavano il loro richiamo di sempre, oltre le periferie, dove il cielo corre tumultuoso di nubi nerastre, autunnali, sino alle Prealpi, strisce ondulate e bianche che illuminano il crepuscolo che discende, la Brianza, le lande a Nord, scivolo, o piano inclinato, sul quale le macchine corrono su tre corsie tra capannoni e rottami e brughiere, ipermercati e fast food, fermandosi sotto le prime bastionate calcaree dei Corni di Canzo, e poi del lecchese.

San Fruttuoso – Monza

 

La corsa del mio sguardo si arrestava dove si innalzavano al cielo le Grigne e il Resegone, in fondo a questa ferrovia chiusa da due file di palazzi. M*** viveva in un lussuoso appartamento su due piani, con idromassaggio e letto a baldacchino. Non faceva mistero della propria ricchezza. Era una ragazza un po’ viziata e infantile, ma molto generosa. Non faceva mistero neppure della propria fragilità. Una sera mangiammo del pesce sul Lago di Pusiano, da dove si vedevano le sagome annerite delle montagne, e M*** ricordava suo nonno, che viveva lì, ossessionato dal moto perpetuo: lo voleva scoprire e brevettare. La sua passione per l’Arte e la musica era qualcosa di coltivato quasi di nascosto, con pudore.

Lago di Pusiano

 

Non si era mai sentita all’altezza di queste sue passioni. I genitori l’amavano e la proteggevano, non le facevano mancare nulla e le davano più del dovuto. Un fondo di grande tristezza aleggiava nel suo sguardo, che si posava sulle cose cercando un abbozzo di sorriso. Guardavo quelle montagne da bambino. Mio padre me le indicava, mi recitava i loro nomi caricando le sue parole di mistero. Le vedevo oltre la grata di ferro che mi separava dalla ferrovia, e ne ero allontanato da tutto quel metallo arrugginito. Provavo per mio padre un sentimento che era un misto di amore e di pena. Mi chiedevo cosa ci trovasse di bello in quelle montagnette marroncine e spelacchiate che si vedevano in fondo alle case. Cercavo di mostrarmi per lo meno interessato. Non le amavo. Mentre oggi, quando le vedo, dalla stessa prospettiva, oltre quella stessa rete metallica, oggi che potrei essere il padre di un bambino o di un ragazzo, le guardo con amore immenso. I bambini, i giovani in genere, sanno essere molto crudeli. Non sanno ancora niente della vita, non conoscono il dolore, perché, avendolo provato solo una volta, non ne hanno ricordo e attesa e previsione. Non sanno anticipare, non sanno prevedere i sentimenti altrui. E nemmeno i propri. In un certo senso, sono degli incoscienti. La chiamata delle montagne, per me significò la chiamata che mi trasse fuori per la prima volta dall’incoscienza. Ero stato un bambino sognante, poi un ragazzo che amava i sentimenti, l’amicizia, incapace di fare del male, un po’ indifeso. Di colpo, la durezza della roccia mi pose di fronte alla durezza della Vita. Mi spiegò molto chiaramente che si nasce, si vive, e si muore. La montagna, tuttavia, rinsaldò in me ancora di più quell’indole pacifica, che non mi permetteva di nuocere o mettermi in situazioni prevaricanti. Molti alpinisti, difatti, divengono col tempo dei filosofi, dei letterati, o dei pacifisti. Ero abituato a guardare il cielo. O il mare, per ore intere. La stessa immersione visiva, l’avrei ritrovata qualche anno dopo nei Libri, mio secondo grande amore dopo le montagne. Passai alle letture dei grandi alpinisti. Reinhold Messner primo fra tutti.

©, 2019

 

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