“Reggimento Sfigati”

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Considerazioni su “Reggimento Sfigati” di Massimo Gramellini – 13 febbraio 2019

 

“Per inda gare sul rivoluzionario significato assunto dalla parola «sfigato», vi propongo un breve viaggio al termine della testa di una ragazza di Macerata. Ai carabinieri che chiedevano le sue generalità (era stata testimone di una rissa) ha dichiarato di abitare in via 226° Reggimento Fanteria, specificando che si trattava di «quattro sfigati morti in guerra». Le hanno dato una multa per oltraggio ai caduti e pare ne sia rimasta stupita. Non avendo la sua cultura in materia, sono andato a verificare. Il 226° si immolò nelle trincee della prima guerra mondiale. E di «sfigati» non ne perse quattro, ma tremila, in buona parte lungo la linea del Piave, durante la resistenza seguita alla disfatta di Caporetto.

Dai tempi delle Termopili, i soldati che si sacrificano per difendere i confini vengono chiamati eroi. Su di loro si scrivono poesie e canzoni di grande impatto popolare, benché ritenute retoriche dalle giurie di qualità. Ma anche per gli eroi la pacchia è finita: sono diventati dei poveri «sfigati». Per meritare la stessa patente di «fighi» che spetta ai cuochi e agli influencer, i fanti del reggimento avrebbero dovuto avere abbastanza soldi da potersi permettere una diserzione di lusso o un congedo illimitato. Il fatto che si trovassero a rischiare la pelle lontano da casa è la prova evidente che erano dei falliti. Per la ragazza di Macerata, e forse non solo per lei, dare la vita per gli altri è un privilegio riservato ai poveracci.”

Massimo Gramellini

 

 

Citare l’articolo di Massimo Gramellini dello scorso 13 febbraio è un atto storico, ma prima ancora umano, filosoficamente necessario. Tralascerei il biasimo e la vergogna che ci sentiamo di provare alla lettura delle parole di questa (sì) giovane sfigata, e mi aggrapperei a un riferimento puramente etimologico che riporta il termine “EROE” al greco èr-oa o fèr-oa, da ricongiungersi etimologicamente al sanscrito VIR-A, eroe, forte, e al latino VIR, l’uomo vigoroso (vedi “virile”), che rimanda quindi a coloro che creduti nascere da una divinità o da un uomo, per forza prodigiosa o per gran numero d’illustri imprese divenivano celebri, ed ai quali, dopo morti, prestavansi onori divini, quali semi-dei. Poi significò “uomo illustre e fuori dal comune per valore e per straordinarie imprese di guerra, o anche per esercizio di grandi virtù (cit.www.etimo.com).

Non si trova purtroppo alcuna traccia eroica in questa storia di ignoranza, ahimè l’ennesima. La sua protagonista fa qualcosa di più che peccare di ignoranza, dis-prezzando (dis-pregiare/dis-pretiare>considerare vile) e schernendo (dal provenzale esquernir= farsi beffe di) un manipolo di uomini coraggiosi, che hanno scelto come dei milites gloriosi l’estremo sacrificio: se la giovane maceratese, come molti suoi coetanei, smettesse di parlare con le dita * davanti ad uno smartphone, e imbracciasse un qualsiasi manuale di storia, apprenderebbe come il valore sia stata un tempo una qualità notabile, ormai rara, disgiunta dai soldi e dalla visibilità mediatica degli odierni dilettanti allo sbaraglio.

 

*cit.il Direttore Responsabile, Andrea Di Cesare

©, 2019

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