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Porta Venezia - Milano

HEY JOE

HEY JOE
La città ti buttava addosso un lamento torrido e soffocante. Moto in corsa, sirene, urla che venivano dal profondo. Intorno alla Stazione Centrale, un formicolio continuo di umanità allo sbando, tra mucchi di motorini in parte abbandonati, dove drogatelle borderline ti offrivano sesso per cinque euro, epatite e Aids inclusi, il servizio d’ordine sostava inerme con le proprie inutili divise bianche e blu recanti sigle americane poco probabili, scaricando barile sulla pula e sui soldati dell’Esercito, intanto intascava il grano da losche cooperative. La notte mi sospinse verso Via Andrea Doria, dove, in un bar rientrante, avrei dovuto incontrare Joe.
Strano Joe mi dia appuntamento in un posto così elegante e ben frequentato.
Ventiquattro anni, viene dal Senegal. Uno di quei negri cattivi e arroganti, molto belli, coi capelli rasta e il fisico da modello, sogno da fumetto duro di tutte le ragazzine di quindici anni, ma con un cuore grande, un cuore che sa proteggerti, se gli entri in buona, se non lo tradisci.

Joe non sì è più dimenticato di quella cena che gli offrii che nemmeno lo conoscevo, e non mangiava da tre giorni. Subito dopo si riprese, e gli affari iniziarono a girargli bene. Ultimamente, però, mi racconta che, lavorare in proprio su una piazza pericolosa come Milano, dove tutto è in mano a bande e Boss codificati, può farti rischiare la pelle. Stanotte, se l’affare gli va in porto, può tornare nel suo amato Senegal, coperto d’oro, sposarsi e curare per sempre sua madre.
Intanto di mi regala un anello votivo, in argento, e aggiunge: «Andiamo da un’altra parte…»
Non so precisamente a cosa io gli serva, stanotte. Cerco di fidarmi. Camminiamo verso Porta Venezia, in vie buie e non frequentate.
«Un mio amico… in Via Settala, mi fa salire un attimo… tu stai giù… lì c’è un bar di amici, guardi l’ingresso del portone… se vedi uno con una camicia a fiori, mi chiami subito…»
«Ok…», dico io.
Nel locale, messo su con il gusto povero e leggermente glam della Comunità Eritrea, c’è una soffusa musica africana, luci basse, mani che ti vengono porte in segno di fratellanza, mani grandi e nere, calde. Che stringono la tua con immensa franchezza, lasciandoti addosso sempre qualcosa, non sudore, ma qualcosa che ti entra nei pori, e ti raggiunge l’Anima.
Mi offrono dell’Idromele, una loro bevanda. Buona. Fresca. Dolce. Porto il piccolo flute alle labbra, assaporo un po’ di questo lontano Continente. Ma il tempo passa.
@@@
Dal divanetto scassato, ma molto dignitoso e morbido, coperto da un telo multicolore, fisso il portone dall’altra parte della strada.
Sono due ore, almeno, che sono qui. Impalato.
Ma una ragazza, molto bella, entra e mi fissa. Una di quelle italiane che frequentano i locali neri di notte, da sole, che sono tutto un programma. Continua a fissarmi, a tal punto che le vado accanto, al bancone, e le offro una birra.
Joe, scusami, senza rendermene conto, ti sto tradendo.
Perché in questo momento arriva il tizio con la camicia a fiori, e io non me ne accorgo.
Joe finalmente mi telefona: «Tutto bene?»
«Sì.»
Joe scende. Ma l’altro è nascosto tra due macchine, e io non lo so. Sono contento, della mia conquista. Ora la presento a Joe.
Lo vedo varcare il portone. Cercarmi con lo sguardo. Stupidamente io me la prendo comoda con la mora. Ma Joe non può aspettare. Se ne va, col suo passo da negro, flessuoso e arrogante.
L’uomo con la camicia a fiori è dietro di lui. Lo vedo. Troppo tardi.
Gli intima: «hey joe!»
Joe si volta, e un colpo esplode nella notte. E Joe cade a terra, in una pozza di sangue.
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