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Johnny Dorelli, nome d'arte di Giorgio Domenico Guidi (Milano, 20 febbraio 1937), è un cantante, attore, conduttore radiofonico e conduttore televisivo italiano. Nasce a Milano il 20 febbraio del 1937 ma vive la sua infanzia a Meda. Figlio d'arte, nel 1948 si trasferisce negli Stati Uniti, dove suo padre Aurelio Guidi (morto nel 1958), cantante tenore con lo pseudonimo di Nino D'Aurelio, si era trasferito per lavoro insieme alla moglie Teresa. Studia il contrabbasso e il pianoforte alla High School of Music and Art di New York (...) Numerose sono le pellicole cinematografiche che lo vedono impegnato, con buon successo di incassi, in diversi ruoli nel filone della commedia all'italiana (Una sera c'incontrammo, La presidentessa, Spogliamoci così senza pudor, Mi faccio la barca, Sesso e volentieri, A tu per tu) o di attore drammatico (Pane e cioccolata,L'Agnese va a morire, Il mostro). Johnny Dorelli e Gloria Guida sul set di Bollenti spiriti (1981) Vanno ricordate su tutte alcune interpretazioni del suo periodo più maturo, nelle quali Dorelli riesce ad unire il suo tratto ironico e scanzonato ad una profonda umanità: è il caso del film di Marco Vicario Il cappotto di Astrakan, del 1979, tratto da un romanzo di Piero Chiara, o di State buoni se potete, del 1983, nel quale interpreta, sotto la regia di Luigi Magni, il ruolo di San Filippo Neri, con le musiche di Angelo Branduardi. Notevole nel 2005 la sua interpretazione nel film di Pupi Avati Ma quando arrivano le ragazze? e anche il film del 1981 Ciao nemico, ambientato durante la seconda guerra mondiale. (...) (Wikipedia)

PIERO CHIARA IL CAPPOTTO DI ASTRAKAN IL SENTIMENTO DEL VIAGGIO

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Piero Chiara
Piero Chiara
La provincia, microcosmo carico di umanità, di stereotipie, di tic nervosi, di bizzarre visioni a volte geniali della vita, è il luogo da cui fuggire, per poi tornare. Da cui fuggire alla ricerca di uno sbocco caricato di aspettative avventurose, iniziatiche a una vita più vera e intensa. Così, Piero Chiara ci racconta la provincia da cui fugge, e la Parigi a cui approda. Sono pagine magistrali di una letteratura ormai spenta. Vi serpeggia la malinconia di una gioia appena assaporata, poi persa, nei fumi di un passato che diventa mito. Mentre ci parla, Piero Chiara scrive già del passato, anche se in lui c’è l’attesa del futuro: le sue pagine sono subito Memoria, e per questo un po’ meste.
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Piero Chiara – Il cappotto di Astrakan
Andrebbe visto il film “Il cappotto di Astrakan”, interpretato da Johnny Dorelli, per comprendere al meglio la malinconia dei personaggi e delle vicende di Piero Chiara, la vita e il sentimento del viaggio. Certamente, questa letteratura si colloca in un’epoca particolare per l’Italia, quegli Anni ’70 che, volgendo al termine, vedono la pagina del terrorismo. Sembra attecchire, in quell’epoca, una letteratura che, malgrado i suoi guizzi di leggerezza, affondi il coltello nella piaga di una Nazione sofferente. Come non ricordare un non dissimile Carlo Castellaneta, con il suo “La Paloma”? O un commediante a tratti cupo e sferzante, come il veneziano Nantas Salvalaggio, con in suo Campiello Sommerso?
La Nazione soffre, eppure ci sono scrittori non dichiaratamente schierati, come quelli citati, che soffrono con lei. A testimoniare che questa non è una letteratura “leggera”, c’è il capolavoro di Piero Chiara, “La stanza del Vescovo”,

 

interpretato, sulla pellicola, da Ugo Tognazzi, che tutt’altro ci racconta di evasione – anche se così può sembrare – ma è un dramma incastonato in una farsa grottesca ed esistenziale, quasi a voler sottolineare e amplificare nell’evasione, nell’avventura, i dolori di un’Italia che faceva fatica a sollevarsi dagli orrori della guerra, ultimo atto di un dramma nazionale, dopo di che l’italiano medio, con le sue velleità di benessere e pace produttiva, si avviava alla riconquista di una certa stabilità. Se non che c’è il ’68, e poi il ’78, con questo Cappotto di Astrakan che – malgrado la sua instancabile leggerezza – è davvero malinconico. 
©, 2011

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