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Luciano Làdavas L’ESILIO DEI SOGNI memorie mare navigazione

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Il sogno, il sognare, quale espressione del processo di simbolizzazione, sembra essere la cifra di questo lungo racconto, che riporta alla memoria pezzi e anche pezzettini di vita passata, passata in gran parte in mare, in una ricostruzione che, talora, se ne infischia della costruzione consequenziale degli eventi, e così va a ritroso, per poi fare lunghi salti in avanti, in una caotica ricerca del tempo perduto, proustianamente vissuto. Cito Proust a ragion veduta, in quanto credo la sua lettura non sia sfuggita a Luciano Làdavas, che dalle sue pagine traspare essere un grande conoscitore, e amante, della lingua e della cultura francesi. Mi è difficile, nel caso del suo libro, parlare di romanzo; preferisco considerarlo un diario postumo, un Journal, o meglio, libro di bordo, scritto con quella incisività che di letterario – se vogliamo – ha dei brevi respiri, a volte anche molto alti, come in certe riflessioni sull’esistenza, sulla morte (del padre), sui filosofi, sull’amore e il sesso, ma che cade talora di tono con frasi didascaliche, affermazioni stentoree che danno la percezione di una narrazione che si inceppa, che non va oltre l’immediato tono polemico, per prendere, come si dice, il largo. Sembrerà strano, ma in questo libro (di mare?) il mare c’entra ben poco; mi spiego: non è un libro tecnico, che racconti di mirabolanti avventure veliche e eroici naufragi, di notti di tempesta abilmente superate e di vele sempre ben cazzate. No. E’ invece un racconto dal tono a tratti struggente, scritto da un marinaio di città, ex studente di Architettura, che abbandona la vita e la carriera in terraferma, per solcare i mari. E così, ancora, non ho detto niente. Làdavas abbandona la città, ma sarà sempre un marinaio cittadino – quando sarà per mare – e un cittadino marinaio – quando lo troviamo intrappolato lungo i marciapiedi di Milano. Sia in mare, sia in città, il personaggio Lussianò è credibile, e questo fa pensare a una sua perenne, tragica, mesta scissione tra i suoi due grandi cuori: la città e il mare.
Le pagine cittadine di Luciano Làdavas sono fra le più belle di questo libro, le più letterariamente scritte, nelle quali cogliamo appieno la sensibilità di questo uomo che ama il mare, tanto quanto le donne, la musica, l’arte. Il Làdavas marinaresco, invece, alle prese con vele e boline, ci appare più freddo, distaccato, a volte nervoso, privo di quel languore di terraferma che ci piace ritrovare quando finalmente sbarca da una delle sue navigazioni. Ma noi sappiamo anche, però, che il languore del Làdavas coi piedi a terra, non avrebbe ragion d’essere se lo stesso Làdavas non avesse un cuore marinaresco, se – parlandoci della città – non avesse nostalgia del mare. In questo senso, forse proprio in questo senso “L’esilio dei sogni” è un libro pienamente e riuscitamente di mare. Nelle poesie d’amore, raramente viene fatto il nome della donna amata. Così, in un libro di mare, sarebbe dannatamente scontato ritrovarsi il personaggio ardimentoso, impegnato in serrate e continue navigazioni agli estremi dell’umano. Umano, è da dire, è il personaggio Làdavas, anzi, l’uomo Làdavas, che non si nasconde dallo sguardo dei lettori, e parla liberamente di tutti i suoi travagli, delle sue debolezze, delle sue nevrosi (cittadine).
Il mare, se vogliamo, è tanto più bello quanto più è immaginato nella sua assenza. Ma forse non solo il mare. Siamo esseri umani, siamo esseri simbolizzanti. Nel momento in cui sogniamo, stiamo simbolizzando di qualcosa che è altrove, o addirittura è perduto. Ma la scrittura, da svegli, ci ridona l’oggetto del nostro amore, in una chiave modificata, poetica. Forse questa è la cosiddetta Arte. 
©, 2008
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