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LA PRESENZA DIALOGICA Il linguaggio delle esperienze condivise e dell’autorevolezza

LA PRESENZA DIALOGICA Il linguaggio delle esperienze condivise e dell’autorevolezza entropatico exotopiche pluriverso
LA PRESENZA DIALOGICA
Il linguaggio delle esperienze condivise
 
Il lavoro dell’educatore si esplica essenzialmente in un vissuto e in un vivere insieme al ragazzo che permettono alla stessa presenza dell’educatore di trasformarsi in un evento specifico di esperienza (anche nell’accezione di esperimento e pericolo) dell’altro. La figura, il modo di mettersi in gioco, di agire, di comunicare dell’educatore, costituiscono sempre elementi e fattori di formazione e di educazione, perché la sua figura influisce comunque sul processo  di cambiamento formativo. Per questo è necessario che l’educatore, rivivendo nella sua relazione con il ragazzo un ambito di formazione, controlli la sua influenza personale ed emotivo-affettiva, perché essa si trasformi in un segno di esperienza dell’altro, orientato a scopi formativi e rieducativi. Le competenze valutative e di monitoraggio del proprio ruolo di fronte al ragazzo, costituiscono modalità salienti delle capacità professionali dell’educatore, ossia, abilità entropatiche, nella conoscenza delle tecniche riguardanti la creazione di esperienze e vissuti significativi, tramite versatilità nella gestione dei gruppi, competenza di organizzazione del contesto quotidiano e riappropriazione pedagogica dell’avventura. Nella prospettiva di creazione di una relazione incentivante, l’educatore dovrà proporsi come punto di riferimento stabile e coerente nella vita quotidiana del giovane. Molti ragazzi mostrano il desiderio della presenza di un adulto, di una persona, di un educatore che sappia e voglia prestare loro ascolto, un ascolto diretto, motivante e attivo, che consideri le loro preoccupazioni, le ansie, le difficoltà, le loro diversità. La disponibilità dell’educatore, si traduce in un complesso di atteggiamenti amichevoli, in cui la predisposizione al sorriso, alla tranquillità, alla distensione psichica, si coniuga con la capacità di ascolto attivo, con abilità exotopiche, osservazioni ecologiche, dialogicità polifoniche e polivalenti in un pluriverso di aspetti differenti. L’atteggiamento pedagogico di disponibilità deve prevedere dei limiti oltre cui l’incoraggiamento e la comprensione rischiano di trasformarsi in una legittimazione, non solo del comportamento del ragazzo, ma anche del modo di intendere il mondo e la realtà da cui hanno origine i suoi atteggiamenti. Occorre velare il proprio agito educativo con un alone di professionalità, che consenta di indirizzare la disponibilità in un ambito di equilibrio tra simpatia e coinvolgimento empatico, nel limite pedagogico. La distanza pedagogica si costruisce nel momento in cui l’educatore investe se stesso del principio di realtà. Rappresentare per il giovane un’autentica “esperienza dell’altro” significa permettergli di sperimentare la disponibilità dell’altro ad accoglierlo e a comprenderlo, ponendolo di fronte alla realtà che la diversità, nell’alterità, è un vincolo da accettare e riconoscere. Presentandosi quale punto di riferimento autorevole, l’educatore si mostra garante di una stabilità di regole e norme che significano l’agire verso obiettivi, scopi, traguardi importanti per il ragazzo, e vicendevolmente accettati e condivisi. Un ‘educatore autorevole evita totalmente la scontatezza della regola, la vacua autorità. Se l’opinione altrui, la visione del mondo e la forma del pensiero dell’altro non diventano mera costrizione del vissuto e dell’agito personali, ma una linea di confine che oscilla in un’innovativa e maggiore potenzialità di pensiero e di azione, quando codesto limen è impersonato da un “altro” che è anche sostegno, punto di riferimento stabile, allora risulta verosimile che la concezione del ragazzo sugli altri e sul mondo inizi a modificarsi, a cambiare.
 
Il linguaggio dell’autorevolezza
 
L’educatore può dimostrare la sua autorevolezza e disponibilità con il discorso del linguaggio delle cose concrete, una comunicazione del proprio modo di essere “altro” che transita attraverso le azioni, lo svolgersi degli eventi e delle esperienze condivise. E’ indispensabile che l’educatore metta in scena la sua disponibilità attraverso il comportamento, i gesti, le azioni, le parole, i vissuti nella concretezza della vita quotidiana. Gli oggetti mediatori della relazione sono le parole e le intenzioni che si svolgono per mezzo degli eventi che, concretamente, si esperiscono e si vivono insieme, nelle circostanze vissute in comune. Individuare gli oggetti mediatori della relazione, significa liberare la comunicazione dagli ostacoli dell’incontro attraverso il dialogo, il confronto, la comunicazione exotopica che prevedono una confidenza ancora da costruire. Qualunque sia il livello di consapevolezza dell’educatore, il suo modo di agire si trasforma per il ragazzo in un modello di relazione con gli altri e con le cose. Il valore principale non consiste nel sostituire ad una visione del mondo distorta l’interpretazione della realtà di cui l’educatore è promotore, ma di comunicare al ragazzo l’idea che il mondo, se stessi e gli altri possono, in realtà, risultare diversi da come egli li ha percepiti fino a quel momento. Questa possibilità può essere testimoniata dall’educatore col mostrarsi egli stesso disponibile a modificare la propria visione del mondo. Testimoniare la continua interpretabilità del mondo, e le possibilità inscritte nella negoziazione intersoggettiva dei significati attribuiti alle cose, sono tecniche pedagogiche che, insieme alla dilatazione del campo di esperienze, sollecitano il giovane a mettere in discussione il suo modello di interpretazione della realtà. 
 ©, 2005
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