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Quadro di Italo Somma

REQUIEM per un amico

REQUIEM per un amico

La Morte arriva senza avvisare. Non sempre, come dopo una lunga malattia, ti coglie preparato. La morte di R*** mi ha scosso come un albero sino alla radice. Mi ha lasciato di sasso. Di stucco. Senza parole, se non quelle che sto cercando di scrivere adesso.

Alla morte di R*** ero praticamente avvezzo a pensarci ogni volta che lo vedevo scolarsi una bottiglia di vodka al giorno. Per poi aggiungervi altri svariati e assortiti principi attivi per accettare meglio la Vita. Sapevo di avere un caro amico che presto mi avrebbe lasciato. Ma non potevo sapere quando, e quando questo avvenne, ci rimasi annichilito. Anche perché ero riuscito a fargli un ritratto a olio la notte prima che morisse, l’ultimo di una piccola serie di ritratti che gli feci nell’ultimo anno di nostra frequentazione. Ci saremmo dovuti risentire il giorno dopo.

Quando un amico muore, se ne va per sempre una parte di te. A un certo punto, ti ritrovi a non nominarlo più, a pensarlo sempre meno. La Morte è anche questo oblio di pensiero e di parole che cala sul defunto, che ne fa una Morte doppia se non tripla. Ma è così, lo pensi e lo nomini sempre di meno. Sto scrivendo queste righe, per lasciare alla posterità – e a me stesso – il segno del passaggio del mio amico R*** su questa Terra.

E’ stato un vero, un grande amico. Non posso dimenticare le serate passate ad ascoltare musica con lui.  Tanta buona musica l’ho scoperta grazie a R***, vecchio ex paninaro degli Anni’80.

A volte arrivava con un libro di saggezza orientale, che mi regalava, o con del ragù, perché potessi farmi degli spaghetti, o con un teschio in resina, comprato da Carnaby, il suo negozio preferito.

Elogiava la mia pittura, fino a farmi credere di essere anch’io un grande pittore, cosa che non sono, ma lui diceva, ogni volta che entrava in casa mia, di avere le vertigini, perché soffriva della Sindrome di Stendhal.

Litigava spesso col suo codino, come se fosse un esserino attaccato alla sua nuca, di cui lui perdeva il controllo. Quando ingaggiava le lotte col suo codino, tutti i teschi agganciati alle catene che gli scendevano sul petto sobbalzavano e cozzavano facendo un rumore di ferramenta agitata.

Era una persona buona, che si ammantava di una cattiveria che non aveva, forse per essere più temibile di quanto non fosse, essendo fondamentalmente un indifeso.

Gli ho voluto bene. Ho voluto bene alla sua parte buona e sincera, quella capace di gesti solidali, di slanci d’affetto che, al giorno d’oggi, non ti aspetteresti più nemmeno dal Papa.

Ho voluto bene ai suoi vestiti di gran classe comprati negli Anni ’90, ormai logori, ma che sapeva ancora portare con l’aplomb del vero dandy. Ho voluto bene a un giubbotto di cuoio nero e logoro che mi ha regalato, e che porto tuttora, così come il bracciale in resina coi due teschi in acciaio, che metto ancora al polso sinistro.

Ciao R***.

Un giorno ci rivedremo.

©, 2019

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