LA SOCIETA’ racconto

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LA SOCIETA’ racconto
Hieronymus Bosch - Ascesa all'Empireo, Gallerie dell'Accademia, Venezia

LA SOCIETA’ racconto

C’era un caldo infernale. Turisti sbracciati e boccheggianti sciamavano lungo la calle che da Campo Santo Stefano conduceva a San Moisè e da lì in San Marco. Aldo guardò l’orologio.

 

San Moisè

 

Avrebbe raggiunto il Florian in mezzora e mancavano due ore all’appuntamento.

 

Florian

 

Pensò che sarebbe stato meglio rallentare il passo. Era inutile affrettarsi tra la folla, sgomitare e stressarsi per poi arrivare in anticipo, anche se era vero che, camminare in quel modo, attenuava l’ansia e gli permetteva di non pensare a quell’appuntamento. Avrebbe decisamente preferito essere a Venezia per una vacanza e poter entrare liberamente al Florian senza avere quell’antipatica incombenza. Anche se era vera un’altra cosa: che da parecchi anni aveva incombenze come quella, e lo pagavano bene perché lui le assolvesse con successo, e tutto questo voleva dire: una bella moglie, anche se un po’ costosa, una casa di trecento metri quadri nel pieno Centro di Milano, due figli viziati e ferie all’estero tutti gli anni. Tirò un sospiro e staccò lo sguardo dal negozio di vetri sul quale si era soffermato. Fu tentato dall’idea di non presentarsi e scappare all’Est attraverso il confine vicino con la Jugoslavia. Aveva con sé pure il passaporto. Durante le trasferte era tenuto ad averlo sempre con sé per poter effettuare anche spostamenti improvvisi in luoghi dove fosse richiesto. Sì, solo un’idea, quella di fuggire, transitoria come l’improvviso passaggio di una meteora nel cielo d’agosto. Non amava sua moglie, ma le era affezionato. I figli? Quelli sono carne della tua carne, si diceva. Sì, erano carne della sua carne, ma è solo un modo di dire o è la verità? All’improvviso si sentì solo e spaesato in mezzo a quella folla. Guardò in alto. Una striscia di cielo lunga e stretta baluginava la dove i muri delle case finivano nel vuoto dell’universo e sentì come una vertigine, le gambe gli tremarono e credette che dovessero abbandonarlo. Sono solo, immensamente solo, si disse con un filo di voce che gli si strozzava in gola. Il passo gli si spegneva contro il selciato della calle. Provò la sensazione di muoversi in una piscina piena di colla. Gente che lo urtava davanti dietro e sui lati. Scoprì di essere fermo come uno scoglio nel mezzo di un torrente.

Sedeva da un quarto d’ora a uno dei tavolini interni del Florian. Si era acceso una sigaretta e, lasciando cadere la cenere nel posacenere del tavolino accanto, contava di finirla prima che la persona che aspettava l’avesse raggiunto. Una donna aggressiva e affascinante, gli avevano riferito, di cui doversi guardare. Avrebbe spento impunemente il mozzicone in quel posacenere, nessuno avrebbe sospettato niente. Per quel genere di incombenze bisognava dare prova di grande moralità, e la Società teneva molto al decoro dei suoi dirigenti, che dovevano astenersi da alcool e fumo. Ma Aldo amava le sfide. Fumava sempre nel luogo degli appuntamenti, adottando la tecnica del posacenere sul tavolo accanto, arrivando sempre con un certo anticipo per poterlo piazzare, perché una dote della committenza era, generalmente, aveva notato, la puntualità. La donna venne avanti con passo felpato e, questa volta, Aldo non fece in tempo a ritirare impunemente la mano dal posacenere. Era in effetti una donna affascinante. Lo sguardo le s’illuminò avendolo colto in flagrante, ma non disse nulla. Aldo credette di notare nello sguardo di lei una vampa malefica, la golosità data dall’intenzione di un futuro ricatto. Fu lei a estrarre le carte dalla borsa di nylon rigida e spargerle sul tavolino. Iniziò a esporne a voce il contenuto. Aldo intanto doveva tenere a bada l’ansia per essere stato scoperto, e tuttavia seguire l’esposizione della donna, sulla quale si giocava la riuscita di quel loro incontro. Venne il cameriere e chiese alla donna cosa avesse voluto bere. Lanciò ad Aldo uno sguardo di sfida, poi disse: « Lo stesso del signore. » Aldo si sentì finito per sempre. Il bicchiere dall’aspetto innocuo posato sul tavolino aveva contenuto succo d’ananas con gin, parecchio gin. Il compunto cameriere venne con l’ordinazione. La donna assaggiò sottolineando che aveva un ottimo sapore, rimarcando “sapore”. Sono finito, pensò Aldo. Questa qui è una influente. Sono finito. Guardava le pale del ventilatore ruotare contro il soffitto dell’albergo. La mano andava automaticamente al posacenere ricolmo di mozziconi, lasciava cadere la cenere, riportava la sigaretta alla bocca, il petto si alzava con fatica verso l’alto, uno due, uno due, dal canale veniva un ronzio di barche a motore. L’avrebbero radiato dalla Società. Avrebbe perso la moglie e l’amore dei suoi figli nonché la stima e la simpatia degli amici. Addio a tutto quello che s’era costruito con fatica. Le pale ruotavano, ruotavano sopra la sua testa, e ruotando tagliavano l’aria, un’aria sempre più spessa e irrespirabile.

2001

©, 2002

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