MANIFESTO

 

 

In un mondo dominato dal concetto di speranza, noi qui vorremmo annunciare la buona novella del presente.

In un mondo dominato dalla casta dei preti (chierici e “clerici”, politici e pubblicitari, amministratori e burocrati, intellettuali e “giornalai”…) noi qui vorremmo annunciare il potere degli “antichierici”.

Non già dell’abusato “popolo” ma della gloriosa “plebe”, un concetto a suo tempo riabilitato da Michel Foucault – non un pirla…

Vorremmo annunciare la buona novella della parola/bestemmia e della corretta/parolaccia, del dovuto insulto e della pornografia delle origini, del tutto liberata dai recenti e sovrappostivi cascami normalizzanti che la vogliono materia di studio universitario, di squirting educativo in nome di lauree in pedagogia in vendita a chi se le può permettere grazie al paparino ricco, che gli/ le o vattelapesca* schwa pianificherà posti e carriere di prestigio…

Vorremmo qui annunciare la buona novella della pedagogia antipedagogica, antiterroristica.

Ovvero, marcatamente Pacifista.

Non si badi alla durezza delle parole qui usate, alla sfrontatezza delle espressioni in musicale accordo col momento presente.

Ma fate piuttosto attenzione alla morbida violenza dei vari pedagogisti che il potere ha sguinzagliato in giro negli ultimi trent’anni, e che vi ha, o sta, spappolando il cervello.

Non è più violenta e antipacifica quella morbidezza?

Come David Maria Turoldo disse: una bestemmia è una invocazione; qui si ribadisce: una carezza può benissimo celare l’abuso del prete.

 

Liberiamoci dunque dei preti, qualsiasi tonaca essi indossino:

da quella della chiesa a quella della fabbrica del sapere intellettuale,

da quella del politico a quella del suo servo insediato nei media come il topo nel formaggio,

ma soprattutto da quella finto povera dei viziati figli di papà che vogliono fare le rivoluzioni a vent’anni, ma faranno sicuramente i dirigenti a trenta, grazie alle spintarelle di papà, quel papà che “ora” odiano: ma basterebbe loro un po’ di psicoterapia, perché potessero capire che la loro è una rivoluzione famigliare e non globale, un tentativo di mandare affanculo papà, non altro

(e buona pace per negri e palestinesi, che al momento giusto saranno nuovamente lasciati al loro oscuro destino, con la complicità dei futuri nuovi dirigenti ex rivoluzionari).

Quest’ultima è la casta pretesca più pericolosa, perché evolverà quasi certamente nelle altre;

è il bacino d’incubazione, l’asilo d’infanzia in cui il Potere pedagogico coltiva le leve al servizio del proprio futuro, della trasmissione ai figli del potere “linguistico” dei padri, in una linea di continuità che esclude i meno fortunati, i “non eletti” i “non censiti”, il mondo variegato dei “maranza” – anche di tutti quei “maranza bianchi” che non sanno di esserlo, ma lo sono.

 

Non diciamo nulla di nuovo, e del resto la Storia insegna: quel Berlusconi (o simbolo del “papà”) che i marxisti odiavano, sarebbe stato colui che ai marxisti avrebbe dato accoglienza da vero mecenate, ma anche da vero e furbo naufrago che si poneva in salvo sulla scialuppa giusta in un mare in tempesta dopo l’affondamento del suo vascello. In altre parole, gli ex sovvertitori/pedagogisti avrebbero salvato (taaaaccc…) il “Berlusca” dal naufragio con il linguaggio pedagogico/pubblicitario che avrebbe servito da nuova forma di pedagogia de-sovvertizzata (ma rimaneva in sostanza la medesima cosa, solamente privata di spranga e munita di tastiera, nel passaggio dai cortei ai ripetitori, dai tazebao agli spot pubblicitari e a Striscia la notizia, conservando nel sovversivo l’originaria e incorrotta anima di giustiziere, che traslava sotto gli occhi di un pubblico già narcotizzato e distratto la propria fonte di ispirazione dalla voce di Demetrio Stratos al culo perfetto e levigato di Michelle Hunziker) introducendo (qui è Paolo Sylos Labini che Vi parla) l’illegalità in Italia, quella “cappa” di nebbia in cui ogni segnaletica andava svanendo nel bianco tepore di una notte indistinta (la notte Schellinghiana in cui tutte le vacche sono nere).

Tutto ciò è una maniera colta e filologica per dire: che tutto ciò è il politicamente corretto

e che il politicamente corretto è espressione diretta di una illegalità che

 – nella fattispecie in Italia –

è stata introdotta dal Cavaliere con l’appoggio linguistico/intellettuale (forza lavoro cerebrale) di quegli “educatori sociali” dalla mano che, un tempo armata di spranga, si sarebbe in seguito ingentilita (avvolgendo la spranga nel velluto, anche per non lasciare evidenti ecchimosi sulla parte lesa, che sarebbero tracce aggravanti di reato perseguibili in sede di giudizio) con l’uso del linguaggio corretto - … quel mi consenta, lo ricordate, non Vi suona retrospettivamente un po’ sinistro?

Educatori Sociali che un momento addietro andavano sotto il nome di Rivoluzionari del’77, passati a migliori sorti nella lavanderia della TV, dei culetti, delle soap… del resto, il sapone è fatto per lavare, è il suo uso… corretto… così la Storia li ha convertiti in Autori direttori alla regia e di testata, ecc… un nuovo 25 Aprile con nuovi cambi improvvisi di casacca… la Storia si ripeteva… e dava ragione ancora una volta a Giambattista Vico. … e così un monumento della Democrazia come Bella Ciao sarebbe diventato un jingle per promuovere il green… lo squirtare corretto di cervelli pedagogizzanti, la pubblicità di un detersivo… la longa manus della UE nelle sue espressioni di celato predominio, di celata predatorietà feudale: quella – ad esempio - che impone le linguette ai tappi delle bottiglie usa e getta, per non inquinare – l’ambiente – ma inquinare – certo che sì – le menti dei sudditi con l’ulteriore aggravio di una misura palesemente inutile, se non utile a ribadire ai sudditi: io ci sono, ti rompo i coglioni e mi metto di traverso in maniera palesemente inutile, dichiaro apertamente la mia prepotenza nei tuoi confronti, perché io so’ io e voi siete merda… io sono il tuo despota arroccato nel castello posto sulla collinetta che domina la piana su cui tu e il resto della plebe vivete ai miei piedi (UE, cosa sei, se non un ritorno al Medioevo, in cui il feudatario, grazie a un mandato divino/soprannaturale, dominava la plebe con la religione – ora green corretta e lavanderina come cenerentola – e la superstizione?).

Ma, chiediamocelo pure: Cenerentola era veramente una vittima? O non una aggressiva covert? Una repubblica di bananas che si fa abbattere le Torri per poi scatenare una ritorsione paranoica e sanguinaria verso nemici inesistenti? … quei nemici che ora sono diventati i nemici n 1 di tutto il mondo occidentale: i maranza?

Senza sapere che i maranza siamo proprio Noi, quei poveri cristi angariati dalla burocrazia interna e UE, che ci rende sudditi, ci rende potenziali disobbedienti ma, non volendolo essere, preferiamo scaricare il Nostro odio sui magrebini (che, ahimè, hanno anche dei cazzi funzionanti, dei cervelli intraprendenti e una grande e poco corretta voglia di vivere, nessuno di loro assume antidepressivi, stimolanti erettili, ecc…), e quindi rappresentano anche dei temibili competitor sul piano libidico/biologico, tale per cui Lollo si inventa una imminente sostituzione etnica, forse per evitarsi una umiliante visita dall’andrologo (probabilmente di notte scambia lunghe telefonate omossessual/consolatorie con lo scrittore transalpino che, tra un romanzo dell’impotenza e l’altro, medita su come sterminarli tutti, in nome di un nuovo genocidio politicamente corretto, avallato dal numero di vendita dei suoi delirii da eiaculazione negata: sottomissione, annientare, ecc…  

A tutto ciò, però, ci sarebbero due soluzioni: o del Viagra o Freud, o – soluzione alternativa, ma che eviterebbe il genocidio – mettere fuori legge gli editori che lo pubblicano, come fu messo fuori legge il Mein Kampf.

 

Malgrado Dioniso danzasse al suono di flauti e arpe e liuti, noi qui vorremmo rivendicare la potenza del sub woofer quale espressione di note attuali, note decontestualizzate appartenenti ai Non Luoghi, a quei Luoghi dell’Anima che sono ormai gli unici ad essere abitabili.

 

I suoni in grado di produrre la catarsi sono cambiati col cambiare dei luoghi in Non Luoghi.

Addio dolci melodie eleusine, oggi il Telesterion è il centro commerciale è la discoteca è la TV è il Web. Adeguiamoci.

Solo nel qui e ora, in questi Non Luoghi abitati dalla potenza sonica di note tecnologicamente modificate che ti bombardano il petto e ti chiamano in causa, e non possono fare altro che farti ballare, dobbiamo ballare il Nostro ballo, e non quello di altri-da-Noi.

Ognuno cerchi il proprio, cerchi i propri passi perduti. Cerchi le proprie scarpe dimenticate. Ritrovi sé stesso.

Ma questo “Manifesto” ha avuto la sua genesi.

Parlerò della sua genesi, e per farlo, parlerò in prima persona, come in un racconto, una confidenza o una confessione.

 

Ogni rotta tracciata sulla carta nautica con compasso e sestante ci è ormai preclusa. 

 

Ci è preclusa ogni possibile astrazione.

 

Tutto cospira a ridurci a dei navigatori che navigano sotto costa, a vista di spiaggia promontorio e scogliera, a dei pescatori di sardine che si sono dimenticati di essere stati dei Vespucci o dei Magellano. 

A dei naviganti 

da diporto 

che si affidano al Portolano,

e non più alla Stella Polare o alla Croce del Sud.

 

A dei normali cittadini, pedoni, che non sanno più ritrovare la via di casa senza il navigatore, senza Google Maps, salvo fare demenziali 

allungatoie, anche

per andare dietro l’angolo, perché l’Intelligenza Artificiale dice loro che quella, e solo quella, è la strada consigliata, ovvero…

… giusta. 

Ho letto di un pellegrino che, 

lungo la Via Francigena, affidandosi al navigatore, si è perso in una immensa discarica di rifiuti, e ha rischiato di essere divorato da un branco di topi infuriati. 

Errori o bachi informatici… eh… effetti collaterali, effetti indesiderati sui quali molto probabilmente – nel bugiardino, come per un qualsiasi farmaco, o elettrodomestico – il produttore mette in guardia: 

usami in maniera INTELLIGENTE. 

Ma come, dice l’utente: 

“se sei tu l’INTELLIGENZA, cosa dici a me di usarti in maniera intelligente, dal momento che intelligente non sono?”

Effetti collaterali indotti dal device: quei 1000 o 200 morti in più che, nelle guerre intelligenti, con armi intelligenti, il Bugiardino della guerra politically correct mette in conto quando una bomba intelligente decide di non essere per un momento intelligente…

Un baco molto intelligente (e per giunta non falsificabile, non facilmente rilevabile dai sistemi di alert), e potremmo abusare di un termine e affermare: demoniaco,

si è infiltrato nel codice, nel Linguaggio o DOS che sta sotto la cultura americana che ha generato il Bugiardino. 

Dalla costa del Massachusetts, da quella ingloriosa cittadina di Salem avrebbe navigato l’Atlantico in senso contrario a quello dei Padri Pellegrini e sarebbe tornato qui, da Noi, col cinema e tutto l’ambaradam mediatico/politico che da sempre fa da base o piattaforma nascosta o collante plebeo del Patto Atlantico, una ulteriore e ribadita Dichiarazione di Indipendenza che avrebbe trasformato il 25 Aprile 1945 in un nuovo ed eterno 4 luglio 1776 sotto l’egida del Diavolo (ho – forse presuntuosamente e indebitamente – mediato gran parte di quanto appena detto, tra le altre, da letture come La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica di Mario Praz, ma anche da fonti dirette più squisitamente letterarie/musicali e non critiche, nonché da un libricino quasi introvabile, ma che ho avuto la fortuna di trovare, di Sergio Perosa: L' isola la donna il ritratto. Quattro variazioni).

 

Care ascoltatrici e cari ascoltatori, ho scelto questo vecchio cantante country a sottofondo, e non a caso. E ho scelto questo titolo: 

Going Where the Lonely Go, non a caso. 

La voce è quella di Merle Haggard, che canta, dice, consiglia:

Andare dove vanno i solitari.

 

Lo ammetto. Sono un solitario. Un cane sciolto. Un Lupo della Steppa. Uno Steppenwolf.

Ho avuto un amico, o presunto tale, che – in maniera affettuosa, ma pur sempre giudicante, me lo ribadiva: “Andrea, sei un cane sciolto”. 

Già, lui era un pubblicitario, uno al servizio, un servizievole esecutore che aveva rinunciato a un’arte pittorica che probabilmente non aveva mai posseduto, 

e pretendeva di insegnare a un pittore di diventare un illustratore di idee altrui, 

un servizievole servo che sorrideva e abbassava lo sguardo davanti ai suoi tanti padroncini che gli lanciavano sotto il tavolo il saporito boccone della sua sconfitta. 

E, 

siccome era pur sempre il mio docente, assaporava la misera e arida vittoria del docente sull’allievo disobbediente, chiamandolo 

… “cane sciolto”, 

una carezza avvelenata, una bastonata carezzevole cui l’allievo, per tanto tempo, si era adattato: 

ci sottomettiamo volentieri, tutti noi, a bastonate che somigliano a carezze, 

perché siamo sia sadici che masochisti.

 Leggere Robert Walser, leggere Jakob von Gunten per credere.

Ma, col tempo, dobbiamo 

gioco forza 

separare le due pulsioni,

o almeno tentare di riconoscerle 

nella loro azione sincronizzata.

 

… nel frattempo

Il cane sciolto 

si era abituato ad essere tale, e man mano…

… da cane ha risalito la china della propria evoluzione, o involuzione, e si è riappropriato con orgoglio della sua natura di lupo, 

… il pelo 

gli è tornato sempre più ispido e refrattario alle carezze, 

… il morso sempre più deciso e temibile, mai annunciato da tanti e inutili latrati, 

un morso che poteva scattare seguendo un lungo… 

… lunghissimo silenzio. 

… Un temibile silenzio.

 

Il morso del Lupo si era rinforzato nel continuo studio per divenire sempre più preciso e selettivo, senza mai dover troppo abbaiare, senza mai dover troppo annunciarsi…

Senza mai dover scambiare alla cieca il pericolo vero con il pericolo finto,

e così il Lupo aveva sempre più affinato il suo fiuto, capace di avvertire il vero pericolo, ma solo quello vero, a lunga distanza…

il fiuto gli era stato dato dalla scienza, dallo studio continuo di sé e delle proprie reazioni, anche col parametro delle arti, della letteratura, del cinema, della filosofia e della storia, e in ultimo, ma dovremmo dire, PER PRIMO, PRIMA DI TUTTO, della MUSICA.

 

Tutto questo in lui concorreva allo studio del mondo, che partiva dallo studio delle proprie reazioni… capire il Mondo in base a quello che il Mondo produceva in lui.

Quello che gli psicoanalisti freudiani, nelle loro varie lezioni di tecnica psicoanalitica, riguardante l’ambiente del setting, chiamano uso del controtransfert

per capire il paziente, 

per potersi addentrare nel suo inconscio, per esplorare parti di sé che il paziente risveglia in loro in un continuo gioco di specchi 

e reciproche proiezioni, 

parti di sé che sono parti del paziente, parti di sé che sono parti di Mondo e di Realtà, in un percorso che, nel Lupo, avrebbe anticipato un ulteriore salto, un salto nel Vuoto, un salto nel Nulla.

Col tempo, il Lupo avrebbe infatti capito che non vi era nemmeno separazione fra Sé e il Mondo, fra Soggetto osservante e Oggetto osservato: 

tutto avrebbe coinciso. 

Ma per giungere a questo piano, ci sarebbe voluto un salto involutivo ulteriore:

… Liberarsi anche della natura di Lupo, e tornare all’Origine, risalire le tappe dell’Evoluzione in maniera contraria, e giungere a superare anche il livello del Lupo o del Selvaggio professato dal pedagogista Jean Jacques Rousseau, e giungere a quel Nulla che coincide con l’Essere. 

Quello sarebbe stato un momento tragico, al quale, abituarsi, avrebbe comportato un certo grado di immani sofferenze, 

… ma 

… col tempo 

… il Lupo si sarebbe abituato anche a quello.

 

E infine il Lupo non sarebbe più stato Lupo, e io Andrea sarei tornato ad essere Andrea solo sulla Carta di Identità o al limite sul Codice Fiscale. 

Io Andrea avrei compreso di essere contemporaneamente Francesco e Laura, Giovanni e Giovanna, Said e Samyr, Rajesh e Ramesh, Marx e Hitler, Meloni e Berlinguer, sterminatore e salvatore, 

Salvatore Giuliano ma anche quell’innocente caduto a Portella della Ginestra, 

avrei compreso di essere tutto e il suo contrario, 

di avere in me tutti i personaggi di un Ego in continua mutazione, 

Unus Ego Et Multi In Me,

e compresi, per questo, la mia più profonda natura pacifista, ma non per questo pacifica, no, 

pacifista ma non pacifica.

Sulla mia C I c’è scritto Andrea Di Cesare, ma potrebbe anche esserci scritto Abidemi, Kande, Jelani, 

e il cognome potrebbe benissimo essere Dubois, come Garcia come Jefferson o Abraham.

Per tutto ciò, in nome di tutto ciò 

… mi batto, mi sto battendo, e mi sto battendo in nome della Follia, quella Sacra Follia chiamata Alchimia.

Vedete, sono anche un poeta, fa anche rima, una normalissima Rima Baciata, niente di che.

Gloria,

manchi tu nell'aria,

manchi ad una mano,

che lavora piano,

manchi a questa bocca,

e sempre questa storia

che lei la chiamo Gloria.

Umberto Tozzi, c’è molta verità nelle semplici rime baciate, di cui tu fosti il re incontrastato. 

Ma poco dopo ci fu la Strage di Bologna, e le rime baciate non furono più accettate, ammesse, e furono ammesse solo le rime impegnate, le rime che volevano ribadire un clima di terrore che veniva meno, 

e così il terrore si impossessò della Rima e della Cultura, a ribadire quel terrore che gli stessi terroristi avevano deciso di abbandonare. 

Sì, perché l’Uomo vuole sempre ribadire e tornare alle proprie ferite, alle proprie frustrazioni, vuole sentirsi vivo nel dolore e nel continuo richiamo al dolore, anche quando questo è, o dovrebbe essere, solo un ricordo, 

un brutto ricordo. 

A cosa serve, allora, l’Arte? 

A cosa serve, allora, la Cultura? 

La cosiddetta Cultura? Quella che OGGI è diventata la cosiddetta cultura? 

Violenza fine a sé stessa, violenza poetica privata di poesia, poesia senza versi e senza musica, poesia muta, urlo gracchiante al servizio del masochismo, scultura così levigata dalla mano di un Cattelan 

da sembrare proprio la sua negazione, dotata della stessa levigatezza della banconota liscia che dovrebbe pagare lo scultore per il suo lavoro, una banconota che scivola lesta nelle mani dello scultore Cattelan per non aver fatto lo scultore, 

per aver insultato la scultura e la cultura, 

ma che l’animo masochista del critico di stato promuove e innalza a scultura, ad Arte e a Cultura, 

aderendo al sadismo del finto scultore Cattelan che, a quel punto, glielo ha messo proprio nel culo, 

in maniera così sadica, da dare credibilità alle parole del critico, credibilità che solo il godimento può trasmettere alle sue parole di elogio critico 

… mentre lo prende nel culo sadicamente… e… sadicamente trasmette il concetto alla popolazione che crederà che Cattelan, o Bansky, siano grandi artisti, 

ma è il suo masochismo a farglielo credere.

 

È il piacere e l’adesione al dolore, alla ferita che riemerge, a volerglielo far credere. 

 

Date al popolo ciò che il popolo vuole: un bel cazzo nel culo. 

Date al masochista ciò che il masochista vuole: una bella rasoiata sulla schiena.

 

Ogni rotta ci è dunque preclusa. Dobbiamo essere ottusi e accettare l’ottusità. Lo accettano anche gli uomini di scienza, i cosiddetti scienziati o archeologi dell’Io, i cosiddetti psichiatri psicoterapeuti o psico carcerieri che navigano col Portolano sotto gli occhi, ovvero, il DSM, che imbocca loro la rotta, la via della diagnosi, la facile via breve, scorciatoia o shortcut alla quale qualsiasi pc o smartphone, col suo abbreviato linguaggio anglofono, ci ha e ci sta tragicamente abituando, con tutto ciò che ne consegue, ovvero, errori predittivi e prognostici, 

 

predittività della shortcut cibernetica, compresa dei suoi tanti bachi, perdite di informazione, alterazione dei dati stessi, più o meno involontaria, più o meno attribuibile a errore umano, o a errore della macchina, che viene ampiamente sfruttata dall’inquisitorio apparato di controllo, dominio e controllo offerto dalle macchine che si travasa nella mente dei legislatori e 

a cascata 

dei magistrati e dei commissari e dei semplici esecutori dell’ordine 

in quelle dimore che si chiamano prigioni, dove i poveretti della Penitenziaria spesso – essendo l’ultimo e risibile anello debole della catena della filiera legislativo/giudiziaria su cui si scarica il fulmine della perdita di dati - finiscono per suicidarsi. 

Lì dentro, in quei gironi infernali, avviene lo stesso suicidio che ha colpito Mark Fisher, il filosofo suicida, morto suicida per aver compreso la propria paranoia, la totale mancanza di via d’uscita che fa coincidere la condizione del carceriere con quella del carcerato: andare in una prigione anche da visitatore non è un’esperienza da poco, è l’esperienza dell’Alchimia estrema, cui non tutti possono reggere, e reggono solo coloro che posseggono una psiche molto forte.

Così, anche gli psichiatri, in quegli SPDC che stanno somigliando sempre di più a delle carceri, o a quei vecchi MANICOMI che la Legge Basaglia ci faceva e ci ha fatto credere fossero stati superati, sono costretti a imboccare la via breve del Portolano, del DSM, per giungere in breve e senza costi superflui per lo Stato a una Diagnosi e Cura talmente affrettate e grossolane che, oggi, non vengono destinate nemmeno più ai cani, nuovi idoli, divinità domestiche che, dopo la Pandemia, hanno richiamato su di sé cure e attenzioni e capacità di spesa che nemmeno più gli esseri umani sono in grado di destare, o pretendere in quanto Diritto sancito dalla Costituzione.

Non solo l’essere umano è trattato ormai peggio di un cane, ma mangia come un cane, o peggio ancora, perché quello che la grande distribuzione assicura alle sue budella come cibo, e a prezzi in continuo, ingiustificato - e privo di controllo - aumento, non può dirsi nemmeno più cibo, ma si deve chiamare col suo unico e vero nome: mangime. Mangime nemmeno per cani, ma per piccioni, quei piccioni che nemmeno più sono ammessi a soggiornare in Piazza Duomo. Già, hanno levato i piccioni dalle piazze, e hanno trasformato in piccioni i milanesi e tutti gli altri abitatori della Terra, di questo Condominio amministrato da un amministratore disonesto, che, forse non tutti lo sappiamo, ma sappiate che se l’è data già a gambe con la cassa del Condominio. Sappiate che i Vostri soldi, già da tempo, non sono vostri, e quelli che spendete, e credete siano Vostri, sono solo l’avatar di un soldo inesistente, un Avatar, una iconcina che, presto o tardi, per un definitivo blackout elettrico, scomparirà dal desktop che contiene tutte le varie iconcine e applicazioni che voi credete, noi crediamo coincidano con quella che credete, crediamo, sia la Nostra Vita. 

Un click, un calo di tensione, o un sovraccarico, ci può cancellare tutti da un momento all’altro.

L’unica cosa veramente incomprensibile, è perché ciò non sia ancora avvenuto. Ma poi, è poi tanto vero che avvenuto non sia? 

È tanto vero che esistiamo veramente, che siamo ancora vivi e in carne ed ossa, o non piuttosto il frutto dei nostri stessi sogni? Non è che stiamo solo sognando di essere vivi, non è che stiamo sognando una vita che non ci appartiene più, e che, come residuo diurno, come direbbe Freud, ci sta intrattenendo in uno di quei sogni infantili in cui il bambino sogna la notte stessa il gelato alla fragola che il giorno prima gli è caduto per terra e non ha potuto mangiare?

È poi vero che siamo proprio noi nel momento in cui parliamo con una persona? E’ proprio vero che il nostro interlocutore ci percepisce nel qui e ora, o non piuttosto in una sua staccata, spostata partizione dello spazio/tempo? Sennò, come si spiega che veniamo continuamente interrotti mentre gli parliamo? Che si sovrappone alle nostre parole, anche per aiutarci, che non ci ascolta e, per aiutarci, senza nemmeno ascoltarci, si sovrappone al nostro discorso? 

È l’effetto di quel multitasking cui ci hanno abituati i computer, il fare 3 o 10 cose contemporaneamente, e alla fine non portarne a termine nessuna.

Stai parlando al telefono con Gabriella

E in quel mentre un fastidioso tut tut, la solita notifica

Ti dice che c’è sotto Ernesto

L’impulso, ovviamente, è di rispondere a Ernesto

Di mettere in attesa Gabriella

Gabriella, che è ancora dotata di un minimo di sale in zucca e di autostima, non sta lì ad attenderti, e mette giù

Tu, intanto, rispondi a Ernesto che, nel frattempo, ti mette in attesa perché ha sotto suo zio…

Tu allora attendi, poi Ernesto torna e tu gli chiedi

Ma cosa cazzo aveva tuo zio di tanto urgente da dirti?

Lui ti risponde… non lo sapeva nemmeno lui, aveva voglia di sentire come stavo…

 

Ma vaffanculo, gli dici, e sei tu, a questo punto, a chiudergli in faccia la comunicazione per ritentare con Gabriella, che era lì in attesa da almeno otto minuti

La chiami, 

e la voce registrata ti comunica

utente non raggiungibile

alla fine, se fossi una persona sana, lanceresti lo smartphone contro il muro, lo ridurresti in pezzi nel fantasioso atto di massacrare il suo inventore,

ma poi pensi che il buon vecchio Steve Jobs, il geniale deficiente funzionale che ha ridotto l’umanità in stracci, è già morto, e per fortuna, ti dici, perché chissà cos’altro il suo cervello da deficiente funzionale sarebbe stato in grado di inventare ancora ai nostri danni…

Sorgono allora domande inquietanti. Perché ci sono stati donati, dati, o alla fine, imposti, i computer? 

Per aiutarci? O

Per mandarci alla tomba? Tutti quanti alla tomba, un grande genocidio mentale dell’umanità?

Ma questo è solo il preambolo. A Milano non vale più la parola “Soldo”, ma la parola “Stanchezza”. Mentre elaboro queste pagine di memoria e di futuro, avverto intorno energie dissolutorie, di disgregazione, di tante 

Opere al Nero

che si compiono senza sedazione cosciente e, anzi, si beneficiano dello schermo della chimica in eccesso per una sedazione profonda che non fa avvertire il dolore e lo trasforma in quella parola d’ordine – a tutte le età – 

sono stanco, sono stanca”, oppure 

“sono pieno di virus non respiro ho l’influenza”, 

una epidemia mentale di influenza virale… 

tanto per dare al milanese tipo - inconsapevole del vero virus che lo abita, ovvero, 

la totale non conoscenza di sé

la possibilità del tutto formale di dimostrare ancora una volta di essere milanese, di essere sul pezzo, di essere attivo, di non palesare la propria malattia mentale che, se palesata, sarebbe al contrario indice di guarigione, di quasi raggiunta salute e liberazione dalle catene dell’ipocrisia. 

Tuttavia, nella vita del milanese tipo, le catene dell’ipocrisia proteggono quei soldi che già non ci sono più nelle sue tasche, una fatica inutile, un presidio di guardia su una cassaforte vuota, uno spreco di forze e di emozioni, così gli auguriamo una sola cosa: di non svegliarsi mai dal suo sonno, dalla sua narcolessia, perché allora per lui la tragedia sarebbe doppia.

Quei soldi – a cui questa stanchezza dovrebbero portare come un tempo – non esistono più nelle tasche di nessuno/na, ma solo nei Server sottoforma di scrittura elettronica da un momento all’altro cancellabile con un click. 

Da un momento all’altro, questo mondo stanco potrebbe essere cancellato, e non sa che, se fosse stato un momento prima meno stanco, forse avrebbe potuto impedire alla mano che azionava il mouse di produrre quel click. 

In fondo, manca poco. È solo questione di tempo. Molti ancora non lo sanno, e si proteggono da questa consapevolezza con lo sguardo stanco e le spalle cascanti, nonostante gli abiti eleganti, il suv parcheggiato in tripla fila, mentre confidano intorno il senso della propria sociale e inserita stanchezza sorbendo il viatico sociale dello Spritz serale, prima di rientrare in casa propria, una casa priva di libri ma con tre televisori, priva di quadri ma piena di poster di Londra ben intonati a divani costosi, dove regnano simmetria, mancanza di polvere e di vita, dove TG&Fiction&Pubblicità (ma come distinguere le tre cose?) sostituiscono il dialogo fra moglie marito e figli (compagni e compagne o scopamici… lgbt q plus o vattelapesca* schwa…), dove anche scopare/fare l’amore si è ridotto ad atto politico o, peggio ancora, linguisticamente burocratico, correttamente eseguito, come da bugiardino.