Claudio Aita La biblioteca dei libri perduti

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Claudio Aita La biblioteca dei libri perduti
Claudio Aita La biblioteca dei libri perduti
Scrivere un thriller, per stessa ammissione di Claudio Aita, è anche un’occasione per riflettere sull’uomo, sul suo destino su questo pianeta sempre più pervaso da utilitarismo, cattiveria, consumismo, che sono i grandi mali del nostro presente. Una riflessione sul Male contemporaneo, dunque, è imprescindibile per il nostro Autore anche per indagare le sfere fantastiche di una trama d’invenzione, come La biblioteca dei libri perduti, una storia gotica intrisa di mistero e follia, in una terra millenaria come il Friuli, fra antichi codici e superstizione, caccia alle streghe ed esegesi religiosa, dove il lontano passato si innesta su un fatto di cronaca nera recente. Un mix di piani narrativi che si presta a far emergere la disperazione di Geremia Solaris, il protagonista, uno studioso di religioni antiche trasferitosi a Firenze, e che, di ritorno nella terra natale, San Daniele, per caso si trova ad indagare sul suicidio sospetto di un vecchio amico e maestro, avvenuto trent’anni prima, e insabbiato sia dalla stampa che dagli inquirenti.
L’aspetto nero della storia, si coglie sin dalle prime pagine. Geremia Solaris, sin dall’inizio, tradisce una passione smodata per l’alcool, per le sigarette, e per i ricordi lugubri di Sara, per i sensi di colpa sempre più ipnotici e senza scampo, sia per l’amata moglie di cui lui sarebbe stato la causa della morte, sia per Valerio, il vecchio bibliotecario morto suicida, non si sa se a causa di accuse di molestie sessuali, o per motivi legati a strani fatti avvenuti di notte nella Biblioteca Guarneriana, e di cui Solaris vuole riabilitare la figura.
Non capiamo perché Solaris si ritrovi a un certo punto a San Daniele, dato che da quel paese era scappato a gambe levate in gioventù, per inseguire la speranza di un successo mai raggiunto a Firenze, che si traduce nel fallimento di una vita intera a coltivare la passione per gli studi umanistici, senza mai raggiungere la sicurezza economica né il riconoscimento sociale, quasi, in questo destino, si fosse concretato il vaticinio del padre, che lo avrebbe invece voluto operaio specializzato, sposato e con dei figli, con la sua villetta e il giardino privato, secondo il canone di una concretezza di vita che si incarna nel friulano medio, che il padre e i suoi amici d’infanzia appunto incarnano, amici che, ora, vivono in villette di proprietà, col giardino, con moglie e figli, godendo della rispettabilità conquistata col lavoro, e non sono costretti a lesinare sul prezzo del vino al ristorante. Già… il vino…
Il vino, per i friulani, è un demone, nel senso di daimon, che, come abilmente e magistralmente descritto da Sergio Maldini ne La casa a nord est (Premio Campiello 1992), permette loro di raggiungere quella follia e quella libertà dai precetti, per il tempo che ne dura l’effetto, e di trasgredire dalla regola materiale delle loro esistenze, pur rimanendo nell’ambito di una trasgressione culturalmente condivisa e accettata dalla maggioranza della Comunità. L’alcoolismo, di cui evidentemente soffre anche Geremia Solaris, sembrerebbe dunque essere l’unica via per accedere a un piano di spiritualità, a squarciare il velo di ipocrisia e a liberare per qualche momento la propria vera natura. Sempre nel rispetto di una regola condivisa da tutti.
Il tema dell’alcool attraversa in orizzontale tutta la trama, insieme a quello della paciosa vita di paese, dove le dicerie corrono e le persone si controllano a vicenda. In questo contesto asfissiante di controllo reciproco, spunta subito la strana figura di un bibliotecario, che – saputo che Solaris era in paese – lo vuole incontrare per consegnargli una lettera scritta dal suo vecchio amico e maestro, Valerio, in punto di morte, e su cui Solaris, in un crescendo di terrore e misticismo, da quel momento in poi si ritroverà ad indagare.
Al centro di questa storia, nera e gotica, ma anche modernamente di cronaca, c’è la Biblioteca Guarneriana, con la sua preziosa collezione di codici, fra cui codici considerati pericolosi dalla Chiesa, perché in grado di evocare il Male, come la Tabula Salomonis, e quindi nascosti nelle varie intercapedini di cui la Biblioteca sembrerebbe disseminata, custodendo così misteri inconfessabili su riti demoniaci che nella notte dei tempi, anche prelati e uomini potenti avevano praticato fra quelle mura, e che sarebbero la causa dell’apparizione di un corteo di anime, in certi giorni dell’anno, al calare delle tenebre. Fatti terribili, che si intrecciano con la Storia dell’Inquisizione e, in ultimo, con la vita di Valerio, mite e bravo bibliotecario, che si era sempre prodigato per l’educazione dei più giovani, e fra questi vi era anche Geremia Solaris, che da Valerio apprese l’arte e lo studio dell’Umanesimo.
Incolpato di aver molestato dei giovani, Valerio trent’anni addietro si impicca proprio in biblioteca, e lascia una breve lettera scritta a macchina, che contiene una crittografia capace di far ritrovare proprio a Geremia un’altra lettera, nascosta negli anfratti della Guarneriana, scritta questa volta da un frate francescano, prima di essere giustiziato dall’Inquisizione, nel 1698.
Da qui, vi è un crescendo di terrore che avvolge la storia, di sospetti e colpi di scena, che vedono Geremia eroe involontario impegnato in una lotta di riscatto personale e amicale, alle prese con un mondo che si fa sempre più incomprensibile e surreale, su di un doppio piano di realtà e soprannaturale, ma comunque dominato dagli interessi terreni e dall’ipocrisia.
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