Siamo immersi in un flusso di stimoli sempre più amplificati e avvolgenti

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Siamo immersi in un flusso di stimoli sempre più amplificati e avvolgenti

Siamo immersi in un flusso di stimoli sempre più amplificati e avvolgenti

Le pubblicità televisive sono un ottimo termometro per misurare il disagio o lo stato di salute di una società. Siamo immersi in un flusso di stimoli sempre più amplificati e avvolgenti. Il mezzo televisivo è stato superato da Internet nel fornire informazione. Ma resta forse ancora quello principale per la suggestione pubblicitaria. Con una variante rispetto solo a una ventina di anni fa, prima dell’avvento del web: i suoi codici comunicativi si sono, per l’appunto, digitalizzati, e il suo messaggio è diventato più etereo, in un certo senso, più pericoloso, influente e penetrante. Un messaggio capace di penetrare oltre la coscienza critica, e colpire zone molto arcaiche della nostra mente. Si parlava, già negli Anni’60, dei messaggi subliminali incisi nei dischi della musica Rock. Il progetto di una pubblicità che ne faccia ricorso, forse resta solo appannaggio di certa fantascienza distopica di quegli anni. Ma lo scenario attuale, ci costringe ad osservare quanto di subliminale vi sia a livello diffuso nella comunicazione, ovvero, di condizionante in maniera nascosta.

Viviamo in una società iper comunicativa, dove l’ipertrofia dei flussi informativi non corrisponde a una sana comunicazione fra persone. L’alterazione dei codici comunicativi, rende difficile se non impossibile un reale incontro fra persone sul piano interpersonale. Tale contesto alterato, creato dalla massificazione dei mezzi di comunicazione, col contributo di un mercato tendente a generare bisogni superflui, e a minare al suo interno il collante sociale, viene “curato” con quegli stessi mezzi che hanno generato il disastro. Se da una parte c’è un apparato che ci fa ammalare di solitudine, dall’altra c’è questo stesso apparato che ci promette una guarigione. Il meccanismo è perfetto, e difficilmente smascherabile – e criticabile – da parte di persone dalla psicologia massificata e acquiescente.

Così, se da una parte l’apparato dei media ci allontana li uni dagli altri, dall’altra sarà lo stesso apparato a fornirci apposite app per gli incontri, il sesso, la vita sociale. Si tratta di un sistema chiuso e ben congegnato, che alimenta il disagio esistenziale dei singoli, e fornisce agli stessi pie illusioni in una sua soluzione.

La dimensione sociale, atrofizzata e ridotta alla pura sfera privata, non è più in grado di sostenere la politica, e di conseguenza la democrazia. Stiamo assistendo, da circa un decennio, a una progressiva depauperazione della sfera pubblica e politica. Si tratta di un processo pericoloso, che, con l’andare degli anni, minerà le democrazie anche in Occidente.

La sfera privata, ormai assurta a modello di socialità, garantisce le prerogative dell’Io individualistico e qualunquista. Su questo modello, sulle aspirazioni di un cieco individualismo, operano oggigiorno le pubblicità televisive. In una evidente assenza di un reale controllo da parte del Giurì per l’Autodisciplina Pubblicitaria, anche le istanze meno educative e più distruttive, se non regressive, possono avere libero corso negli spot pubblicitari, con danno per la convivenza sociale, il rispetto delle regole sociali, il rispetto delle altrui individualità, la sicurezza.

Gli esempi sarebbero molti. Basta qui fare quello della pubblicità di un noto amaro, che recita, proponendo se stesso a modello: io sono le mie regole, sono quello che non si adatta. Tale spot, arriva dopo due anni di pandemia, e di disordini sociali in cui una grossa fetta di italiani ha rivendicato la propria libertà in opposizione alla – da essa definita – dittatura sanitaria, al grido dello slogan, nelle piazze, di: libertà! libertà! libertà! A questo spot, se ne aggiungono ancora molti altri, che, per pubblicizzare un qualsiasi prodotto, invocano libertà e assenza di limiti. Una insofferenza ai limiti è riscontrabile in molti spot pubblicitari, in concomitanza con la fine delle restrizioni sanitarie imposte dai lockdown. Tendenza in essere soprattutto nelle pubblicità delle automobili. Tendenza che pone in essere anche il problema, non da poco, della sicurezza stradale e della incidenza delle morti sulla strada. Soprattutto pensando che: l’automobile moderna è indubbiamente un simbolo di potenza. Essa accresce la personalità ed esalta la limitata forza fisica dell’individuo. E che gli incidenti non sono conseguenza di una decisione logica di accelerare, sorpassare, guidare spericolatamente. Sono il risultato di una serie di stati emotivi. La prevenzione degli incidenti va trattata sul piano emotivo. Chi guida in modo spericolato è spesso vittima di una delusione che si traduce in tendenze aggressive. La macchina diventa lo strumento di tendenze distruttive e, spesso e nel medesimo tempo, di tendenze autodistruttive (1). Uno di questi pericolosi spot, mostra il piede schiacciato sull’acceleratore di un potente suv, nel momento in cui scatta una altrettanto potente musica elettronica dalle note trionfalistiche e regressogene, un mix visivo e sonoro apertamente istigatorio.

Fatti questi esempi, cui ne potrebbero seguire molti altri alla mano, c’è da chiedersi come simili pubblicità possano venire consentite in un Paese civile, dove la nostra Costituzione cita: Art. 32. La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. * verificare

I problemi, i limiti, gli ostacoli, sono un regalo che la vita ci fa per accrescere la nostra conoscenza. Una vita senza limiti, diversamente da quanto gli spot pubblicitari vorrebbero farci credere, è una vita non umana, votata all’impoverimento del bagaglio conoscitivo ed esperienziale, su cui si fonda il nostro adattamento e potenziamento psichico e cognitivo. I limiti, diversamente da quanto la pubblicità vorrebbe farci credere, non ci limitano, ma sono la nostra forza, la nostra scommessa sul futuro, e sulle nostre capacità.

Vorremmo qui usare la metafora del deserto, per avvalorare quanto appena detto.

L’orientamento in un deserto necessita di punti di riferimento, di una palma, una tenda, una duna, un lontano promontorio. In assenza di uno di questi punti di riferimento, la piattezza uniforme del deserto circostante ci inabisserebbe in un senso di illimitatezza a trecentosessanta gradi, nel quale ci sarebbe impossibile prendere coscientemente una direzione. La palma, la duna, sono altrettanti scogli gettati in questo mare di sabbia, che ci danno l’immediato senso del limite. Possiamo allora dire che, orientarsi, è scoprire un limite, e che non c’è orientamento possibile, senza il senso del limite.

Dopo esserci orientati, dobbiamo procedere in una direzione.

Procediamo nella direzione di quello scoglio, di quella palma, sino a superarla. Questo tipo di procedere, genera conoscenza, e la conoscenza, il sapere, l’intelligenza stessa possiamo allora dire siano il risultato del superamento di un limite. Limite che può essere una difficoltà sperimentale o teorica in una ricerca scientifica, una difficoltà interpersonale coi colleghi, un divieto che percepiamo ingiusto, o che vogliamo violare per puro spirito ribelle. Come diceva Karl Popper: tutta la vita è risolvere problemi.

Una vita senza limiti, senza più problemi da risolvere, senza più divieti, è una vita destinata alla vuotezza mentale e alla stupidità. Una vita siffatta non può produrre nulla di utile, nulla di interessante, nulla di bello, né per sé, né per la collettività che, da tante vite individuali siffatte, verrà portata interamente all’istupidimento, a un punto fermo, in cui non solo non evolverà, ma andrà a ritroso, perdendo quelle abilità che aveva conquistato in millenni di storia e di evoluzione. Si innesca, così, un processo di dis-apprendimento, un progressivo svuotamento di abilità, un irreversibile impoverimento del sapere visto in tutto il suo insieme.

L’evoluzione umana e animale si è difatti potuta generare per un continuo confronto dell’organismo con l’ambiente e i suoi limiti. Creare un ambiente in cui ogni limitazione sia cancellata, oltre che impossibile, significherebbe una atrofia mentale per l’uomo. Ma è quello che in parte sta già avvenendo, a scopo meramente commerciale, con la produzione di ausili e protesi che generano tutta una serie di facilitazioni in generiche e già di per sé facili operazioni quotidiane, nell’ambiente in cui viviamo. Ad esempio, la millantata illimitatezza delle nostre possibilità che ci fornisce la visione pubblicitaria del navigatore sulla nostra automobile, con mappe sempre aggiornate scaricabili tramite apposite app (a pagamento, e non a buon mercato!) si traduce in una perdita della capacità di orientarci, con conseguente senso di inadeguatezza nell’affrontare un viaggio, se sprovvisti di navigatore, sino alla decisione di non partire, se non siamo in possesso del navigatore.

Dalla navigazione sul territorio fisico, l’Uomo contemporaneo passa a navigare per molte ore al giorno in un estesissimo territorio virtuale, soprattutto a caccia di relazioni. Il suo desiderio di relazionarsi con un numero sempre più esteso di soggetti, nella speranza di poter trovare finalmente il soggetto giusto, gli fa spendere tempo e soldi in grandi quantità attaccato al device. Spesso questo comporta una forma di dipendenza da una protesi esterna, che testimonia la nostra condizione di esseri disabili, sfiduciati e depotenziati. L’uso costante, abitudinario, di tali strumenti facilitanti, ci abitua a una visione di noi stessi come incapaci, inadeguati, ci abitua a percepirci come costantemente insicuri, mancanti di qualcosa. Un uomo incapace di muoversi con sicurezza financo nella propria città senza il navigatore, o di trovare amicizie e sesso nel mondo reale con le proprie risorse relazionali, è – anche se a volte solo inconsciamente – un uomo avvilito e debole, ma non sempre egli avverte questo suo stato, perché il continuo bombardamento di input telematici, volti ad accrescere la sua credenza in una propria potenza derivante dall’uso di quelle protesi, fa sì che egli non si possa fermare, e pensare.

Se si fermasse, e pensasse, forse sarebbe aggredito da una profonda angoscia. L’assuefazione tecnologica comporta una diminuzione del grado di consapevolezza delle proprie reali capacità. Essa genera una convinzione sovrastimata delle proprie reali capacità e competenze. Lo sguardo orizzontale della tecnica facilita prese di coscienza grandiose e irrealistiche. L’Uomo, grazie ad esso, si tiene lontano dall’angoscia e dal sentimento del proprio fallimento. Se venisse meno il sostegno emotivo e gratificante della macchina, avverrebbe il suo crollo psichico. Le motivazioni comportamentali create dall’uso sfrenato della tecnologia afferiscono all’area del piacere e della gratificazione. Si è ormai talmente diffusa e stratificata questa abitudine, divenuta macroscopica nel fenomeno Social, da porre l’umanità di fronte al pericolo di un crollo psichico generalizzato qualora venisse meno l’apporto tecnologico alle sue azioni (si tratterebbe di un crollo dopaminergico). Di questo sono consapevoli i padroni delle macchine e degli algoritmi, i detentori del potere tecnocratico, che offrono gratificazione immediata in cambio di dipendenza, disfunzione comportamentale, soldi.

Nel processo tecnico, se la razionalità calcolante si impone sul sapere, (saper essere e saper fare) accade un ribaltamento che trasforma la macchina, da mezzo, a fine, da strumento in mano all’Uomo, a padrona e despota. In questa fase storica, l’Essere Umano ha scommesso tutto su un solo cavallo: la tecnica, infliggendo a se stesso il pericolo di una riduzione impoverente e schiacciante, e abituandolo a pensarsi come immagine ed estensione della macchina. Anche termini come spirito o anima sono ormai riducibili a quelli di mens calcolante, alla pura funzionalità biologica del cervello, e per estensione alla potenza di calcolo del computer. Nel culto della tecnica è contenuta la promessa di eliminare tutte le carenze da cui è segnato l’Essere Umano. Nell’immaginazione, la tecnica assume la qualità di un mito che affascina gli uomini, i quali giungono a non vedere più altro al di fuori di essa. La tecnica viene così elevata a potenza salvatrice, potenza universale, in una maniera così univoca, da determinare la rinuncia alla propria libertà, alla spiritualità, alle potenzialità insite nella cultura e nella contemplazione. In tale processo, l’Uomo volge lo sguardo verso il basso, il meccanico e il materiale, e prova una progressiva perdita di fiducia nella propria essenza, nei propri mezzi, nel proprio agire.

NOTE:

1: Ernst Dichter – La strategia del desiderio – Garzanti, 1963

©, 2022

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