OGGI E’ IL SETTIMO GIORNO DELLA GUERRA IN UCRAINA ha più senso la letteratura?

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OGGI E’ IL SETTIMO GIORNO DELLA GUERRA IN UCRAINA ha più senso la letteratura?
Kiev - Cattedrale di Santa Sofia ------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- La mia impressione è che (...) in fatto di protesta contro l'orrore, non c'è nulla che valga il silenzio: ogni parola è di troppo (Pier Vincenzo Mengaldo - "Giudizi di Valore").
OGGI E’ IL SETTIMO GIORNO DELLA GUERRA IN UCRAINA ha più senso la letteratura?
2 marzo 2022 ore 23,30
Da tempo mi chiedevo cosa fosse diventata ai miei occhi la letteratura, la sua funzione, il suo significato per me. Con l’andare degli anni, e col logorio delle mie forze, mi sono via via distaccato dai libri. Sia da quelli che avrei dovuto continuare a leggere, sia da quelli scritti da me. Per “logorio” intendo una sorta di usura di tipo “sinaptico”, in cui vi è meno passaggio di dopamina, e quindi, minor capacità da parte mia di provare piacere per quello che faccio: leggere e scrivere.
Le due cose non mi danno più alcun piacere. Eppure, sono due cose che mi accompagnano da tutta la vita e che, se non ho ancora abbandonato, è forse per puro riflesso condizionato. Non sono ancora riuscito a sostituirle con altre più allettanti, con attività meno sinapticamente “logorate”, ad eccezione della pittura, e dello studio della psicologia della mia cagnolina Pepe, mia nuova compagna di vita da quasi tre anni ormai.
Spesso, negli ultimi anni e mesi, mi sono interrogato sulla funzione della letteratura. Partendo da quello che essa significhi per me.
Sono partito all’età di 15 anni in questo percorso, leggendo i libri della allora collana exploit della dall’Oglio: libri, resoconti di imprese alpinistiche, redatti da celebri alpinisti di quei tempi. Per me, allora, leggere di quelle imprese, era un atto proto-letterario, ovvero, un atto preparatorio all’azione in parete, quasi da manuale, ma anche un principio di godimento estetico. Iniziavo, difatti, a godere della bellezza di una pagina scritta magistralmente. Iniziavo ad amare la parola scritta.
Nei temi, all’Istituto Tecnico, prendevo sempre 7, e all’esame di maturità portai italiano come prima materia (unico caso in tutto l’Istituto, e che mi salvò dall’essere bocciato). Inutile dire che avevo sbagliato nel scegliere studi tecnici, e l’autunno dopo ero in Statale a seguire i miei primi corsi di filosofia, alternandoli a brevi viaggi a Venezia (era il 1986).
Ero nel pieno della mia fase estetica. Non capivo appieno il significato del leggere, ma ne coglievo l’immenso piacere, la funzione simbolica e auto formativa. Iniziavo a vicariare la mia vita ai libri, a vivere attraverso i libri, e a vivere-come-nei-libri, imitando – nel bene e nel male – i miei Maestri.
In questi ultimi 36 anni della mia vita, dalla fase puramente estetica del leggere e del vivere-secondo-letteratura, sono – stante il logorio sopra accennato – approdato a una fase etica. Al chiedermi: perché?
Perché leggo? Perché scrivo?
Tutti noi, nel pieno delle nostre forze, compiamo azioni che ci entusiasmano, e non ci chiediamo il perché di queste azioni. E’ quando le forze iniziano a venir meno, che iniziamo a porci degli interrogativi: perché faccio questa cosa? Ne vale la pena?
OGGI E’ IL SETTIMO GIORNO DELLA GUERRA IN UCRAINA. Io, come credo molti di noi, sono rimasto incollato al televisore per strappare qualche scampolo di notizia sulle atrocità che ci stanno sconvolgendo dal punto di vista psicologico.
Sono rimasto così attaccato ai telegiornali e ai dibattiti, da aver sofferto di sovra esposizione mediatica, una cosa notoriamente nociva, ma non sono riuscito a fare diversamente.
Non sono riuscito, come il Professore di Kiev intervistato in un bunker, a guardare la televisione solo al mattino e alla sera, e ad immergermi nelle letture di bellissimi libri, come lui faceva, per astrarsi dalla tragedia che lo circondava, e di fronte alla quale lui non aveva alcun potere, se non quella di subire il rumore delle esplosioni e delle sirene.
Avrei dovuto forse fare anch’io come quel saggio cittadino ucraino, affidarmi con fiducia agli eventi, tanto, è impossibile cambiarli, non è stando incollato ossessivamente alla televisione che posso fermare i massacri.
Eppure, non ci sono riuscito.
Dentro di me, già da tempo lavorava quella disaffezione per tutto ciò che è letterario. Per tutti i primi sei giorni di guerra, sono stato costretto a fare la revisione finale di una traduzione che la mia compagna ha consegnato ieri sera a mezzanotte, e questo, un occhio sul pc, un orecchio sui notiziari, mi ha consentito di non essere travolto completamente dall’angoscia.
Ma stasera, in attesa della ripresa dei colloqui di pace di domani, che non ho più quell’impegno di supervisione editoriale, anche se ne avrei il tempo, e avrei molti libri che attendono di essere letti, preferisco non leggere. Ho spento il televisore, solo per scrivere questa breve nota. Ma non ho intenzione di leggere, forse non leggerò mai più nella mia vita.
Quello che sto avvertendo, con una parte di me che non si riconosce, che avverte come estranea la mia vecchia personalità, è la completa inefficacia della letteratura nel raccontare la vita. Per quel cittadino di Kiev, forse, ha la funzione di tenerlo psichicamente coeso sotto le bombe.
Per me, forse per molti di noi che viviamo il dramma a 2000 chilometri di distanza, attraverso la televisione, non può avere la stessa funzione.
Non essere lì, non essere in pericolo di vita, non pone la nostra psiche nella stessa condizione di doversi isolare, e la paura di una catastrofe, quando si è più al sicuro, toglie paradossalmente coraggio, ci getta in una condizione di maggior passività, e vorremmo controllare la situazione (si diventa un po’ ossessivi).
Sotto le bombe non c’è spazio per il pensiero: o ci si isola in una bolla di autismo, o si fugge, o si combatte, ma la proliferazione del pensiero è bandita, è fisiologicamente impossibile.
Non leggo. Forse non leggerò mai più.
Mi accorgo che la letteratura non contiene alcuna urgenza, non spiega quanto sta accadendo, non ha capacità di esprimere questa atrocità, non ha la capacità, soprattutto, di cancellarla. Vorrei che un buon libro potesse cancellare ogni massacro. Ma è chiedere troppo a un libro. Il libro viene sempre dopo, l’arte del narrare si compie sempre a cose fatte, non anticipa e non previene. Soprattutto non incide sulla realtà. Non chiedetemi perché sto scrivendo queste cose, forse sono pensieri senza alcun senso.
Ha senso ancora leggere e godere di una bella pagina, quando là sta avvenendo tutto questo? Mi sento in colpa? Se adeso mi metto a leggere, perché lo faccio, per non pensare alla guerra, ai civili uccisi, ai bambini, ai missili, alla popolazione inerme? per scollegarmi e astrarmi?
Ma io voglio esserci, vogli essere presente, voglio essere sveglio. Perché?
Perché non voglio leggere? Perché non voglio spegnere la televisione? Controllare ossessivamente le notizie, cosa può cambiare?
Devo per forza rituffarmi nella lettura del romanzo, rimasta interrotta la sera prima che tutto cominciasse?
Io sono diverso, ora. Non sono più quello di sette giorni fa, e allora, perché dovrei rimettermi a fare una cosa del tutto scollata col sentimento di questi giorni?
Il sentimento di questi giorni è un sentimento di cose ultime. Di morte. Mentre la lettura è una festa.
Non posso nemmeno immaginare il sentimento di rassegnazione che sta provando il povero professore di Kiev, immerso nelle sue letture.
Mantenere una parte attiva della mia psiche sul dramma, mi fa sentire meno rassegnato. Per cui ora riaccendo la televisione. Ascolto, guardo, piango. Spero. Tutti noi conosciamo la grande rassegnazione dei popoli slavi. Se penso a quel professore, mi viene da piangere per l’ennesima volta.
Sì, ecco: forse sono queste lacrime, che hanno sostituito in me le letture. In esse c’è quell’urgenza, che i libri non sono più in grado di soddisfare in me.

©, 2022

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1 COMMENTO

  1. La letteratura permette alle storie di essere rese note, conosciute, condivise, imparate. Senza letteratura, la nuda narrazione dei fatti sarebbe solo cronaca e forse vivrebbe esclusivamente del tempo presente. La letteratura dona eternità a fatti che altrimenti sarebbero solo transitori. Qui sta la forza delle scrittore e la sua eccezionalità: dare senso e memoria, con la sua arte, alla sequela di fatti e di giorni.

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